L’Arpa Birmana o della memoria

la lettera di Mizushima

è un film del giapponese Kon Ichikawa che lo girò nel 1956
negli anni a cavallo tra il 70 e l’80, (ai tempi della mia gioventù), amavo molto i film giapponesi e non perdevo i cineforum e le rassegne ad essi dedicate e mi capitò di vedere questo film e non sono mai riuscita a dimenticarlo!
è la storia di un soldato che diventa monaco e che si ferma a dare sepoltura ai morti
mi ha rapito l’anima, mi ha aperto la mente ad altri mondi , mi ha dato la possibilità di provare rispetto per l’altro da me per cultura, per credo, per spazio e per tempo

nel luglio 1945 la guerra volge al termine: nel tentativo di sfuggire alla morte o alla prigionia, le unità giapponesi valicano i monti o si aprono la via nelle foreste di Burma per raggiungere la Tailandia. I soldati del capitano Inoue marciano cantando, accompagnati dall’arpa birmana del soldato scelto Mizushima. Questi, che conosce la lingua locale, viene mandato avanti e dà il segnale di via libera suonando l’arpa. Vicino al confine i giapponesi sono ospitati in un villaggio, ma poco dopo il villaggio è circondato dagli inglesi. Mentre il capitano Inoue è incerto se resistere o arrendersi, si sente l’arpa di Mizushima che suona “Home, sweet home!”, (Casa, dolce casa!) e anche gli inglesi si uniscono al coro. La guerra è finita e i giapponesi vengono rinchiusi nel campo di concentramento di Mudon. Mizushima viene mandato in missione presso una guarnigione giapponese che rifiuta di arrendersi: quando essa viene distrutta, solo Mizushima sopravvive, gravemente ferito, e viene curato da un bonzo. Guarito, egli ruba le vesti al bonzo, si rade la testa e si mette in viaggio per raggiungere Mudon e i suoi compagni. Durante il viaggio vede qua e là i resti insepolti dei soldati nipponici caduti in battaglia; questo triste spettacolo gli fa una profonda impressione e, giunto presso Mudon, rinuncia ad unirsi ai suoi compagni e decide di dedicarsi alla sepoltura dei soldati del suo paese, caduti in terra straniera. Egli parte portando con sé un pappagallo avuto da una vecchia fruttivendola che frequenta il campo di Mudon. Nel passare un ponte incontra i suoi compagni che vi lavorano e tentano inutilmente di indurlo a rimanere. Quando arriva l’ordine di rimpatrio, il cap. Inoue dà alla fruttivendola un altro pappagallo, che dovrà dire a Mizushima di ritornare. Ma alla fine la fruttivendola porterà al capitano il pappagallo di Mizushima che andrà ripetendo: “No, non posso tornare” con una lettera esplicativa dell’ex soldato scelto…

la lettera che il soldato Mizushima lascia ai compagni mi ha accompagnato da allora e ancora la conservo :
“”Ho superato i monti, guadato i fiumi, come la guerra li aveva superati e guadati in un urlo insano, visto l’erba bruciata, campi riarsi.
………
Perché tanta distruzione è caduta sul mondo?
………
E la luce illuminò i pensieri, nessun pensiero umano può dare una risposta ad un interrogativo inumano. Io non potevo che portare un poco di pietà dove non
era esistita che crudeltà.
……..
Quanti dovrebbero avere questa pietà!
Allora non importerebbe la guerra, la sofferenza, la distruzione, la paura, se solo potessero da queste nascere alcune lacrime di carità umana.
Vorrei continuare in questa mia missione, continuare nel tempo fino alla fine. Perciò ho chiesto al bonzo che mi salvò dalla morte sul colle del triangolo di affidarmi la cura dei morti insepolti … perché le migliaia e migliaia di anime sapessero che una memoria d’amore le ricordava tutte, ad una ad una …
La terra non basta a ricoprire i morti”””

e mi viene da chiedermi quanti ora hanno pietà della BIRMANIA , dell’IRAK, dell’AFGHANISTAN. della SYRIA, della PALESTINA..e..e..e…e..quanti daranno degna sepoltura ai cadaveri degli innocenti, dei vinti, di coloro che non hanno potuto finire la loro esistenza come la tradizione vuole, ma la violenza, la tortura hanno loro loro spezzato il fiato?
quanti daranno degna sepoltura alla privazione della libertà, il nuovo sport dell’ultimo secolo?
il suono triste e melodioso, tragico e ricco di speranza dell’arpa birmana invada i nostri cuori e le nostre menti

Autore: Nonna Pitilla

Beh io sono una "donna, mamma, nonna", in pensione ormai da un po' di anni che ha amato e ama scrivere poesie e favole e cucinare e occuparsi di pittura o meglio di arte in generale. faccio molto volentieri la nonna di una bellissima bimba di 4 anni che è la mia vita, ma non ho abbandonato le mie passioni che volentieri condividerei con voi se volete. Il mio nome è Matilde, ma mia nipote mi chiama così nonna Pitilla... La Pitilla è un tipico pane salentino (lei non poteve saperlo), ma devo dire che mi rappresenta - anche se sono nata e ora vivo a Parma- amo la cucina in tutte le sue forme!

11 pensieri riguardo “L’Arpa Birmana o della memoria”

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