Il WADI RUM o della Valle della Luna

Ieri parlando con Luisa di deserti abbiamo ricordato il Wadi Rum e io ho ripescato un post che avevo fatto due anni fa proprio sul Wadi

il Wadi Rum definito anche Valle della Luna, è un affascinante Spazio di sabbia rossa da cui si alzano montagne di Roccia, fu molto amato da Laurence d’Arabia, che ne conosceva anche i piu’ reconditi segreti.
si trova a 30 Km da Aqaba, quindi abbastanza vicino al Mar Rosso, ed è da tanti anni il mio posto delle Fragole. di solito per arrivare al piccolo villaggio di Rum si usa la macchina e poi se uno vuole a piedi o a cavallo
entrare nel Wadi Rum è come entrare in un altro Mondo, un luogo silenzioso, enorme, incredibilmente senza tempo
montagne massicce e sagomate spuntano dalla sabbia rosa/rossa, in questo scenario il deserto è vivo, palpitante, di una strana bellezza con le rupi torreggianti di pietra scavata dal tempo, e dai colori indefinibili e mutanti secondo le ore del giorno e le stagioni
tutto intorno è vuoto e silenzio e in questi spazi immensi, ci si sente rimpiccioliti ridotti a granelli di sabbia ed è una senzione straordinaria, avverti fin nel profondo di far parte di quel paesaggio
ti sembra di percorrere le antiche valli della luna, e di trovare ad ogni passo tesori nascosti da milleni, senti in lontananza il galoppo di L.D’Arabia, che rincorre le tue orme e le tue fantasie
l’aria calda sembra gonfiare le colline e i canyon, e il cielo è limpido, terso di un azzurro cupo e a volte violento
la notte ti riporta ad un cielo stellato, aperto, ci puoi leggere come in una antica mappa,l a tenda nera dei beduini è una macchia scura in un buio, mai veramente tale, i suoni di un rababa si perdono nello spazio come cerchi concentrici che si allontano con tenera malinconia
ascolti il suono del silenzio, dei ricordi, dei sogni e dei desideri, del futuro
amo il deserto del Wadi, come nessun altro posto che ho conosciuto, amo l’ospitalità semplice e sincera dei bedu, amo il gaue morra, forte, amaro con quel sapore di hel che ti resta nella bocca nel tempo, amo ascoltare le ballate di Abu Tarek che parlano di guerrieri e di duelli, di caccia e d’amore per splendide fanciulle dalla pelle di pesca, amo svegliarmi all’alba raccolta nella pelle di montone, col suo sapore aspro, non ancora perduto, amo le voci squllanti dei bambini trattenute per non disturbare, amo il pane sottile e trasparente cotto sulla pietra
amo sì amo la sensazione di libertà assoluta, dai pensieri, dal quotidiano, da me stessa

Il Wadi Rum o della Valle della Luna

OGGI HO VOGLIA DI QUESTI SPAZI….

il Wadi Rum definito anche Valle della Luna, è un affascinante Spazio di sabbia rossa da cui si alzano montagne di Roccia, fu molto amato da Laurence d’Arabia, che ne conosceva anche i piu’ reconditi segreti.
si trova a 30 Km da Aqaba, quindi abbastanza vicino al Mar Rosso, ed è da tanti anni il mio posto delle Fragole. di solito per arrivare al piccolo villaggio di Rum si usa la macchina e poi se uno vuole a piedi o a cavallo
entrare nel Wadi Rum è come entrare in un altro Mondo, un luogo silenzioso, enorme, incredibilmente senza tempo
montagne massicce e sagomate spuntano dalla sabbia rosa/rossa, in questo scenario il deserto è vivo, palpitante, di una strana bellezza con le rupi torreggianti di pietra scavata dal tempo, e dai colori indefinibili e mutanti secondo le ore del giorno e le stagioni
tutto intorno è vuoto e silenzio e in questi spazi immensi, ci si sente rimpiccioliti ridotti a granelli di sabbia ed è una senzione straordinaria, avverti fin nel profondo di far parte di quel paesaggio
ti sembra di percorrere le antiche valli della luna, e di trovare ad ogni passo tesori nascosti da milleni, senti in lontananza il galoppo di L.D’Arabia, che rincorre le tue orme e le tue fantasie
l’aria calda sembra gonfiare le colline e i canyon, e il cielo è limpido, terso di un azzurro cupo e a volte violento
la notte ti riporta ad un cielo stellato, aperto, ci puoi leggere come in una antica mappa,l a tenda nera dei beduini è una macchia scura in un buio, mai veramente tale, i suoni di un rababa si perdono nello spazio come cerchi concentrici che si allontano con tenera malinconia
ascolti il suono del silenzio, dei ricordi, dei sogni e dei desideri, del futuro
amo il deserto del Wadi, come nessun altro posto che ho conosciuto, amo l’ospitalità semplice e sincera dei bedu, amo il gaue morra, forte, amaro con quel sapore di hel che ti resta nella bocca nel tempo, amo ascoltare le ballate di Abu Tarek che parlano di guerrieri e di duelli, di caccia e d’amore per splendide fanciulle dalla pelle di pesca, amo svegliarmi all’alba raccolta nella pelle di montone, col suo sapore aspro, non ancora perduto, amo le voci squllanti dei bambini trattenute per non disturbare, amo il pane sottile e trasparente cotto sulla pietra
amo sì amo la sensazione di libertà assoluta, dai pensieri, dal quotidiano, da me stessa

El Capricho de Comillas de Gaudí

El Capricho de Comillas è il nome con cui è popolarmente conosciuta Villa Quijano, una casa costruita tra il 1883 e il 1885 dall’architetto Antoni Gaudí nella città di Comillas, nel nord della Spagna.
Commissionato da Máximo Díaz de Quijano, un avvocato arricchito in America, questo lavoro originale di Gaudí è stato progettato sotto l’influenza dell’arte orientale e dell’architettura araba e anticipa alcune delle soluzioni costruttive e decorative che il geniale architetto catalano avrebbe impiegato nelle opere successive.
Conosciuta universalmente come El Capricho, Villa Quijano è uno degli edifici più emblematici di Comillas, una città costiera della Cantabria situata a circa 50 chilometri a ovest di Santander.
Nel 1883, Máximo Díaz de Quijano, decise di costruire la sua residenza nei giardini che circondano il palazzo di Sobrellano, per realizzare il progetto consigliarono il giovane Antoni Gaudí, discepolo di Martorell e protetto dell’imprenditore Eusebi Güell, genero di Antonio López. Tuttavia, l’architetto e lo sviluppatore non si sono mai conosciuti, poiché Gaudí ha progettato la villa da Barcellona, ​​lasciando la supervisione dei lavori al suo collega Cristóbal Cascante.
Nel suo progetto generale per la costruzione di El Capricho, l’architetto Gaudí prevedeva che il fronte esposto a sud sarebbe stato dedicato principalmente alle attività private del committente, quindi ha collocato in questa ala le stanze destinate a questi usi, come la camera da letto principale e la serra, che occupa buona parte di detta facciata.
Alimentata dal sole di mezzogiorno e protetta dai venti freddi e umidi del nord dalle irregolarità del terreno e dalla barriera edile innalzata dalla casa stessa, la serra funge da termoregolatore per il resto degli ambienti, in quanto irradiata dal all’imbrunire tutto il calore che si è accumulato all’interno durante le ore di sole. Allo stesso modo, la serra El Capricho si adatta alla forma a U della casa, lasciando intorno ad essa un ampio corridoio coperto che funge da distributore principale della casa.
Nonostante alcune scelte che denotano la genialità del suo ideatore, come il fatto di distribuire gli ambienti di Villa Quijano attorno ad una serra, la casa presenta un’organizzazione tradizionale, basata sull’accostamento di stanze lungo un corridoio che comunica e si allontana dalle soluzioni innovative che hanno caratterizzato le sue opere mature.
El Capricho si articola quindi su tre livelli, ciascuno con funzioni diverse: il seminterrato e la soffitta sono dedicati alle attività di servizio, mentre il piano nobile, quello che avrebbe dovuto abitare il committente, si trova in un piano intermedio, luogo che Gaudí concepì come una comunicazione che tenderebbe a ridurre la circolazione tra i piani, con due rampe di scale quasi nascoste e sorprendentemente strette per la villa di un aristocratico.
Nella struttura spiccano le colonne del portico e la torre cilindrica dalle sembianze di albero. L’influenza araba e mudejar è un tratto caratteristico della prima epoca architettonica di Antoni Gaudì ed è qui testimoniata dalla mescolanza di materiali quali pietra, mattoni, ceramica, coppi e ferro. Grazie alla mescolanza di questi materiali sorse una facciata estremamente dinamica e variopinta, dove l’orizzontalità trasmessa dalle strisce di piastrelle in ceramica è contrapposta alla verticalità dei modiglioni della cornice e soprattutto dall’alta e slanciata torre-belvedere.
I lavori di cantiere non sono stati seguiti da Gaudì in persona, ma dall’architetto Cristòbal Cascante i Colom (1857-1889), suo compagno di studi, sulla base di un plastico minuziosamente realizzato da lui.
ora è un ristorante decisamnte caro!, ma credo che per una volta, meriti un giro, si respira un0aria daavvero particolare e l’interno è spettacolare… basta mangaire poco ahah

Kay Sage o degli elementi architettonici

Tomorrow is never

Kay Sage
(1898 – 1963)

oggi vi parlo un po’ di Lei, per una cosa che ora vi racconto: io seguo un favoloso blog di musica Cap’s Blog di Claudio Capriolo e oggi ha pubblicato un brano musicale di Riccardo Malipiero (24 luglio 1914 - 2003): Costellazioni per pianoforte (1965) che ha in copertina proprio il quadro che io ho messo sopra, ma non riuscuivo a ricordarne l’autore!!! la memoria! poco fa mi son ricordata e allora ho pensato di farvi conoscere il suo autore! e poi ho scoperto che bastava chiedere a Claudio che il nome dell’autore era nella descrizione sotto al video di youtube!

 Kay Sage, era una americana Surrealista artista e poeta, attiva tra il 1936 e il 1963, membro del periodo surreale dell’Età dell’Oro e del dopoguerra, è principalmente riconosciuta per le sue opere artistiche, che in genere contengono temi di natura architettonica. Sage è nato ad Albany, New York, in una famiglia benestante che aveva fatto i suoi soldi nel settore del legname. Suo padre, Henry M. Sage, era un membro dell’assemblea di stato l’anno dopo la sua nascita e in seguito era stato senatore di stato per cinque mandati. Sua madre era Anne Wheeler (Ward) Sage. Anne Wheeler Ward Sage ha lasciato suo marito e sua figlia maggiore subito dopo la nascita di Kay per vivere e viaggiare in Europa con Kay come compagna. Lei e Henry Sage divorziarono nel 1908, ma Henry Sage continuò a sostenere la sua ex moglie e la figlia minore, e Katherine andava a trovare lui e la sua nuova moglie ad Albany di tanto in tanto e gli scriveva lettere frequenti. Katherine e sua madre si stabilirono in una casa a Rapallo, in Italia, ma visitarono anche molti altri luoghi, tra cui Parigi. Katherine parlava correntemente il francese e l’italiano, ha frequentato diverse scuole, tra cui la Foxcroft School in Virginia, dove è diventata amica per tutta la vita dell’erede Flora Payne Whitney. la giovane Katherine disegnava e scriveva come hobby, ma la sua prima formazione formale in pittura fu alla Corcoran Art School di Washington, DC, nel 1919-1920. Dopo lei e sua madre tornarono in Italia nel 1920, studiò arte a Roma per diversi anni, imparando tecniche e stili convenzionali. Le piaceva particolarmente dipingere all’aperto nella Campagna Romana con l’insegnante Oronato Carlandi e gli altri studenti. Molto più tardi, Sage affermò che “questi erano i giorni più felici della mia vita”, e disse al suo amico e gallerista Julien Levy nel 1961 che la sua esperienza in campagna modellò la sua “idea prospettica di distanza e lontananza”. Tuttavia, negli anni successivi la Sage di solito sosteneva di essere autodidatta Sage incontrò un giovane nobile italiano, il Principe Ranieri di San Faustino, a Roma intorno al 1923 e si innamorò di lui, credendo inizialmente, come scrisse ad un’amica nel 1924, che lui fosse “io in un’altra forma“. Si sposarono il 30 marzo 1925. Per dieci anni la coppia visse la vita oziosa degli aristocratici, che Sage in seguito descrisse come “una palude stagnante“. Guardò indietro a quel tempo come anni che semplicemente “gettava via ai corvi. Nessuna ragione, nessuno scopo, niente. ” Suo marito era contento del loro stile di vita, ma Sage no: come scrisse nella sua autobiografia, China Eggs, “Una sorta di senso interiore in me stava riservando le mie potenzialità per qualcosa di meglio e più costruttivo”. Dopo la morte del padre e della sorella decide di lasciare il marito per farsi una sua vita indipemdente come artista e arriverà a Parigi ,, dove comincerà ad esporre i suoi lavori e ad avicinarsi al surrealismo dopo aver ammirato i lavori di de Chirico

diverse storie vengono raccontate sull’incontro di Sage con il suo futuro marito, l’artista surrealista Yves Tanguy
una venne dal poeta greco Nicolas Calas , che ricordò che lui e Tanguy accompagnarono il leader surrealista André Breton alla mostra dei Surindépendants e furono abbastanza colpiti dai dipinti di Sage da cercarla, Calas affermò che Breton era sicuro che i dipinti dovevano essere stati realizzati da un uomo
Tanguy all’epoca era sposato con Jeannette Ducroq, ma erano separati, e lui e Sage si innamorarono immediatamente.

La relazione tra Kay Sage e Yves Tanguy era tanto enigmatica quanto la loro arte. Durante le stesse feste durante le quali ha sbattuto la testa contro quelli di altri uomini, Tanguy ha aggredito Sage verbalmente e talvolta fisicamente, spingendola e talvolta addirittura minacciandola con un coltello. Sage, secondo i resoconti degli amici, non ha risposto all’aggressione del marito se non per cercare di convincerlo a tornare a casa,  amici hanno anche detto che a Tanguy non piaceva la pittura di Sage e si sentiva geloso della fama che le era venuta, per  quanto controversa o violenta fosse la loro relazione, Sage fu devastata dalla morte di Tanguy.

L’8 gennaio 1963, si sparò un proiettile nel cuore, seguendo le istruzioni nel suo testamento, Pierre Matisse seppellì le urne contenenti le ceneri di Sage e Tanguy nell’acqua al largo della costa della nativa Bretagna di Tanguy nel 1964

Qasr Ajloun… (Giordania) un castello atipico

Ajloun è un caso a sè, ed è anche il castello che io amo di piu’ , forse perchè vicino ad Amman e facilmente raggiungibile o forse perchè ò rimasto ancora in buone condizioni ed anche molto curato dalla sovrintendenza ai Beni Culturali Giordani, o forse percchè ho un rapporto particolare col guardiano, un simpaticissimo signore di 70 anni che dice che assomiglio alla sua figliola e mi apre anche quando non dovrebbe e quindi per me è come casa
la zona di Ajloun è stata nel 70′ territorio di battaglia, c’erano campi di feddayn palestinesi che si rifigiarono in quella zona durante il settembre nero, quando re Hussein ordinò l’eliminazione di quanti piu’ palestinesi fosse possbile, si combatteva quindi nella zona di Jarash e di Ajloun, fin quando anche i campi in questa zona furono spazzati via…
attraverso una bella foresta di pini e oliveti, si arriva alla città di Ajloun, qui si trova il castello di Ajloun o di Qalaat Errabadh (in arabo) da cui si gode una vista splendida verso ovest nella valle del Giordano. Assomiglia ad un fortezza dei crociati, ma stato costruito da Musulmani nel 1184-85 come un forte militare per proteggere la regione dalle forze d’invasione dei crociati
è stato costruito su ordine del governatore locale, Ezz Eddin Osama bin Munqethe, un nipote di Ayyubid Salahuddin Al-Ayyoubi (Saladino), come una risposta diretta al nuovo castello “latino” di Belvoir (EL-Hawa di Kawkab) dal lato opposto della valle di Tiberiade e come base per sviluppare e controllare le miniere del ferro di Ajloun
dalla sua posizione in vetta alla collina, il castello di Ajloun ha protetto gli itinerari di comunicazione fra la Giordania e la Siria del sud e faceva parte della catena di forti che hanno illuminato con falò la notte per passare segnali dall’ Euphrate fino al Cairo
due anni dopo che era stato completato, ha assolto ottimamente alla sua funzione poichè Saladino ha sconfitto i crociati nella famosa battaglia di Hattin nel 1189, che ha contrassegnato l’inizio della conclusione della loro occupazione della terra santa
nel 1214-15 il castello di Ajloun è stato ingrandito da Aybak bin Abdullah, “segretario” del Cliffo Al-Muazham ; nel 1260 è caduto in mano ai Mongoli, ma successivamente è stato ricostruito dagli Egiziani, ed è stato destinato ad essere usato come centro amministrativo delle autorità di Damasco
alcune delle pietre con cui il castello è stato costruito hanno delle croci incise, dando adito alla credenza che deriva dal racconto di uno storico arabo del tredicesimo secolo che dice che una volta era stato eretto un monastero, abitato da un monaco chiamato Ajloun; quando il monastero è caduto in rovina, il castello ne ha preso il posto ed ha assunto il nome del monaco
nel 1988 proprio nei dintorni del castello è stata istituita la Riserva di Ajloun, un’area protetta che si estende per 13 chilometri quadrati e custodisce meraviglie naturali e splendide specie animali
i boschi fitti di querce sempreverdi, intervallati da pistacchi, carrubi e fragole selvatiche, sono il patrimonio ereditato della rigogliosa macchia mediterranea che un tempo ricopriva la Giordania, in seguito gravemente compromessa da diboscamento e desertificazione. all’interno della riserva vi sono due percorsi naturali, e la sistemazione è prevista in abitazioni stile chalet, la riserva ò gestita dalla Royal Society for the Conservation of Nature

Il castello sorge a 1.100 metri sul livello del mare in cima a una collina. Ha sette torri costruite con blocchi di calcare tagliati dal fossato intorno al castello. Quattro delle torri facevano parte della costruzione originale, mentre la quinta e la sesta furono costruite durante gli ampliamenti del castello.
la Torre a forma di L 7 o Torre di Aybak (a sinistra dall’ingresso) è stata aggiunta all’edificio nel suo angolo sud-est per ulteriore fortificazione. Prende il nome da un governatore, come affermato in un’iscrizione araba su uno dei palazzi: “Nel nome di Dio. Questa benedetta torre fu costruita da Aybak Ibn Abdullah, Maestro della Casa più grande, nel mese dell’anno Hijri 611 “(1214-15 d.C.). Ognuno dei tre livelli della torre aveva una funzione diversa. Il livello inferiore era utilizzato come zona notte per i soldati. Si ritiene che il secondo livello ospitasse la moschea del castello, poiché si sospetta che una pietra appositamente scolpita situata in una delle finestre su quel livello fosse un mihrab. Il terzo livello della torre era il palazzo.
gli Ayyubidi e i Mamelucchi erano abili muratori e maestri di un notevole sistema di copertura composto da botte o volte a crociera. Alcuni di questi sistemi di volta sono stati utilizzati per soffitti molto alti, fornendo uno spazio sublime sotto. Diversi spazi sono stati lasciati non coperti per consentire alla luce solare naturale di penetrare nei diversi livelli del castello.
il castello di Ajloun fu rifornito d’acqua attraverso un sistema attentamente progettato che sfruttava i corsi d’acqua e le sorgenti della zona.
hli architetti del castello hanno istituito un sistema di captazione dell’acqua piovana nell’area del castello. Questo era costituito da pozzi e contenitori di pietra per raccogliere l’acqua, che veniva poi trasportato attraverso tubi sotterranei e tubi intarsiati nelle mura del castello.
la cisterna principale si trova nella parte sud-est del fossato secco. Era impermeabile con uno strato di calce e aveva una capacità di 16.590 metri cubi. L’acqua potrebbe essere prelevata da un’apertura al centro del tetto della cisterna o da una finestra nell’ingresso ad angolo del castello.
l’acqua piovana e la neve sono state filtrate utilizzando un sistema a sette livelli di piccole pietre, sabbia e piante speciali. Questo sistema di purificazione era essenziale poiché l’acqua veniva immagazzinata per lunghi periodi di tempo.
è stato inoltre istituito un sistema innovativo per il drenaggio delle acque reflue. Tubi di ceramica all’interno delle mura del castello drenavano le acque reflue in una piscina esterna. Questa piscina fu scavata e il suo contenuto comprendeva sali speciali portati dal Mar Morto; questi sono stati utilizzati per riciclare le acque reflue per il riutilizzo nell’irrigazione.

castelli omayyadi o del deserto giordano ( 5 ) Qasr Hallabat

potete trovare QUI una prefazione ai castelli del deserto, oggi vi parlo di un gioiello che forse verrà resturato almeno in una parte molto presto

durante la dinastia omayyade , i nobili e le famiglie benestanti eressero piccoli castelli in regioni semi-aride per servire come loro tenute di campagna o case di caccia. Per l’aristocrazia di Ummayad, la caccia era un passatempo preferito e questi castelli del deserto divennero importanti luoghi di relax e divertimento
in arabo, questi castelli del deserto sono conosciuti come qusur (pl.) / Qasr (sing.), erano spesso costruiti vicino a una fonte d’acqua o adiacenti come un’oasi naturale e spesso situati lungo importanti rotte commerciali, come le antiche rotte commerciali che collegano Damasco con Medina e Kufa
il complesso di Qasr Hallabat si trova nel deserto orientale della Giordania, originariamente era una fortezza romana costruita sotto l’imperatore Caracalla per proteggere i suoi abitanti dalle tribù beduine , questo sito risale al II e III secolo d.C., sebbene vi siano tracce di presenza nabatea
era uno dei tanti sulla strada principale romana, Via Nova Traiana , un percorso che collegava Damasco ad Aila (l’odierna Aqaba ) attraverso Petra e Filadelfia (l’odierna Amman )
tuttavia, entro l’ottavo secolo, il califfo omayyade Hisham ibn Abd al-Malik ordinò la demolizione delle strutture romane al fine di riqualificarlo come sito militare e come anche il suo territorio limitrofo perchè diventare uno dei più grandi complessi del deserto omayyade
guidato dal piano esistente, incorporò una moschea (si trovava a 15 metri dal sud-est della struttura principale), un complicato sistema idrico comprendente cinque cisterne e un serbatoio d’ acqua considerevolmente grande , e uno stabilimento balneare che ra sotuato a circa 3 km
inoltre, situata ad ovest del palazzo rimane una struttura chiusa probabilmente utilizzata per scopi agricoli come la coltivazione di ulivi e / o viti, è ancora in piedi solo una traccia di pietra e uno strato della struttura agricola, tre sezioni del muro della moschea, incluso il mihrab (arco semicircolare che indicava la direzione verso la Mecca) nella parete meridionale, rimangono intatte
il palazzo principale è costruito in basalto nero e calcare e ha una pianta quadrata con torri ad ogni angolo, di grande statura, le strutture principali sono state ulteriormente arricchite con mosaici decorativi che raffigurano un assortimento di animali, affreschi dettagliati e sculture in stucco altamente artigianali e pavimenti con mosaici

Circa 1400 metri a est del palazzo si trovano i resti della moschea, di piccole dimensioni, misura 10,70 per 11,80 metri ed è costruito in pietra calcarea stratificata
all’interno, due riwaq ( è un portico aperto su almeno un lato) ad archi dividono la moschea in tre sezioni
una modanatura arrotondata estende il perimetro dello spazio all’altezza di 2,10 metri, simile a Qusayr ‘Amra e Hammam as-Sarah (di cui parleremo più avanti), tre volte a tunnel sostengono il tetto della struttura, attorno alla moschea da nord, ovest e est sorgeva un portico largo 3,30 metri

dal 2002 al 2013, la Missione archeologica spagnola in Giordania ha realizzato un progetto di scavo, restauro e allestimento di un museo a lungo termine, diretto dal Dr. Ignacio Arce, era inclusa la collezione sistematica di tutti i rimanenti blocchi di pietra incisi, che sono un’attrazione molto speciale a Qasr Al Hallabat
contengono un testo legale relativo all’organizzazione militare del confine orientale dell’Impero bizantino, decretato dalla corte imperiale di Costantinopoli durante il regno dell’Imperatore Anastasio I (491-518 d.C.), le iscrizioni greche di oltre 300 linee e circa 70 capitoli, sono incise in 160 blocchi di basalto che sono stati riutilizzati nella muratura dei successivi periodi di costruzione

castelli omayyadi o del deserto giordano ( 1 ) Qasr Kharaneh

la Giordania è ricca di castelli o fortezze – castelli come dir si voglia e ce ne sono di tipi diversi, ci sono i castelli del deserto che sono stati costruiti dagli Omayyadi, poi ci sono quelli del periodo delle Crociate e poi alcuni atipici costruiti da Arabi

i Castelli di Amra, Kharaneh e Azraq sono alcuni degli esempi meglio conservati
dell’arte ed architettura degli Omayyadi**** dove si possono vedere i bagni, le moschee, il sistema per l’acqua
e anche i sistemi agricoli i pavimenti di mosaici e gli affreschi alle pareti
ad est di Amman se ne possono visitare una mezza dozzina
dei cosiddetti “castelli del deserto” costruiti iniziando dal settimo secolo DP
non è dacile raggiungerli, non ci sono mezzi che portano a loro e ci si deve
arrangiare con la macchina o con un taxi, per il Castello di Amra si deve contatattare il custode che venga ad aprire
questi castelli si pensa , anzi si è quasi certi che siano stati costruiti come postazioni in avanscoperta, sulla strada che univa Damasco capitale del Regno degli Omayyadi e le zonedell’Irak e dell’attuale Arabia Saudita
l’interpretazione sul cosa siano questi castelli si basa soprattutto sul cercare di
capire i motivi per i quali sono stati costruiti, sulla loro tipologia, struttura ed su quali siamo i rapportifra loro
i castelli del deserto possiamo dire in maniera tecnica che appartengono alla tipologia di struttura suburbana
ci sono infatti molte correlazioni tra i Castelli degli Omayyadi ed il suburbano delle antiche strutture precedenti, vi si trovano influenze architettoniche persiane, romane, che sono dovute sebza dubbio alla posizione centrale della Siria e anche allo spirito del primo Islam, infatti le antiche civiltà
hanno eretto le strutture suburbane” (fuori del città) per scopi differenti
per esempio, in Siria i Persiani, i romani ed il loro alleati arabi (Lakhmed in
Irak e Ghassanid in Siria) hanno cotruito fattorie per l’agricuktura,
castelli e fortezze di controllo, i Babilonesi stessi hanno costrito la prima fortezza in Mesopotamia nel secondo secolo, con una pianta quadrata e un portico centrale

questa tipologia ha influenzato molto le strutture dei castelli degli Omayyadi, neppure si può dimenticare l’infuenza bizantina nel disegno delle strutture, cioò nell’uso dello spazio ad esempio degli appartamneti e delle stanze private
certamente questi Castelli avevano varie funzioni, erano di volta in volta Fortezze ed avamposti, ma anche piacevoli luighi per il riposo dopo la caccia o per i bagni sia per i Califfi, sia per alti funzionari del Regno
il primo gruppo dei castelli è stato costruito fra il 661 e il 685
da Muawiya I e da suo figlio Yazid I sicuramente per svago e ricreazione, con le funzioni simili a quelle attrubuite alla “villa romana”
il secondo gruppo di castelli è stato costruito quasi certamente per motivi politici, forse una forma quasi moderna di propaganda per le politiche degli Omayyadi e per i funzionari “caravanieri” quelli cioè che facevano la spola fra la capitale, Damasco, in Siri e le altre città dei distretti in Arabia ed in Irak
e vennero costruiti fra il 685 e il 717 da Abd Al Malik ed i suoi due figli, Al Walid e Suliman
oltre ch a queste due tipologie abbiamo due luoghi dedicati ai bagni:
Amra e Sarah, costruiti quasi esclusivamente per comodità. e piacere…
il terzo gruppo di castelli è comparso verso la fine del periodo degli Omayyadi,
fra 717 e 743, sotto Hisham e Yazid II, per rivitalizzare la situazione socio-economica che stava andando in malora

hanno cominciato ad usare alcuni dei castelli precedenti, come Kharana e Muaqqar, e hanno costruito i nuovi castelli, quali Tuba, Mushatta
i castelli del deserto sono una testimonianza dei fiorenti inizi della civiltà Islamico-Arabo
questi “pavilions”, o stazioni caravaniere ,o bagni o case isolate per caccia, come si vogliano considerare erano contemporaneamente complessi agricoli e commerciali integrati, quando gli arabi musulmani sono riusciti a trasformare le frange del deserto in luoghi “innaffiati” costruendo pozzi ed usando pompe idrauliche , già sembra quasi impossibile, che i luoghi che ora sono completamente deserti fossero rigogliosi e fertili
sono: il catello di Al-Muwaqqar, di Kharaneh, di Al-Qastal, di Al Mushatta di Tuba, di Azraq, di Al-Hallabat di Amra di Hammam Assarah

Qasr Kharaneh

questa struttura imponente è situata a circa 65 chilometri ad est di Amman e 18 chilometri ad ovest di Amra
è di pianta quadrata su due piani e ai lati dell’ingresso vi erano le scuderie
Kharaneh è uno dei “monumenti” meglio conservati del periodo degli Omayyadi in terra giordana consiste di 61 stanze organizzate in 2 livelli circondati da una corte centrale e dei portici
queste stanze sono raggruppate come unità autonome, ciascuna consiste di un corridoio centrale ai cui lati si trovano le stanze che si aprono sul corridoio centrale
un contrafforte rotondo sostiene ciascuno dei 4 angoli e 2 torrette rotonde allineano l’entrata nel mezzo del lato del sud, mentre i contrafforti semi-rotondi occupano la metà dei 3 lati restanti
le pareti esterne sono perforate dalle aperture strette per lilluminazione e la ventilazione, non fessure per tirare frecce come a volte viene detto, ogni passaggio conduce alla corte centrale, è una stanza lunga, che è servita da scuderia e forse magazzino..
originalmente probabilmente un piccola ciserna mobile per l’acqua veniva posta nel mezzo del cortile per raccogliere l’acqua piovana dai tetti, l’acqua supplementare era forse ottenuta da filtri-fori scavati nella valle adiacente, non sono state trovate infatti trovatr cisterne per l’acqua o altre cose che
facciano pensare ad un approvigionamento idrico normale e per questo molti storici sono propensi a credere che non si tratti come supposto per molti secoli di una fortezza militare, ma di un lugo di incontro tra funzionari e con anche le autorità locali,visto anche che le stanze sono autonome e potrebbero essere delle piccole suites per ogni dignitario e poi le riunioni si tenevano nella grande stanza
da una scritta in cufico si apprende che il castello fu costruito nel 711 d.C.

****Omayyadi: nome di due distinte dinastie califfali arabe che prendono il nome dal loro clan di appartenenza. i Bànu Umayya, appartenente alla tribù dei Bànu Quràysh (o Coreisciti) di Mecca

Rebus Sic Stantibus

Timeo Danaos et dona ferentes

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