cerco il fuoco della terra

non danzo sulle mie carte
come un derviscio

cerco il fuoco della terra
quello del cielo
lo lascio a Prometeo,
nessun prodigio dell’invisibile
nè vittima sacra
non vesto il cilicio dei profeti,

fanciullezza, rivoluzione, follia,
a disgregare l’orologio della ragione
a ingoiare giudizi prima della mia nascita,
a spezzare eredità di parole,
voce, reiterata voce a me migrante.

Artemisia Gentileschi o delle donne pittrici

Autoritratto

Artemisia Gentileschi
italiana 1563-1639

forse tra le piu’ conosciute donne – pittrici, non solo per le sue indubbie qualità, ma anche per la sua storia personale, molto sopra le righe, che segnerà senza dubbio anche la sua pittura, il Longhi la definisce la prima grande pittrice italiana.
Figlia di Orazio, pittore ch seguiva le orme del Caravaggio, ma che poco si interessava della conduzione familiare e dei figli, lasciati senza problema alcuno alle cure della figlia..
Artemisia, subisce uno stupro giovanissima ad opera di in amico del padre il Tassi, anche lui pittore e poi uno estenuante processo che la prostrerà e le lascierà segni per lungo tempo
il silenzio del padre verso questa sua tragica vicenda sembrò molto ambiguo, soprattutto quando egli tornò tranquillamente a lavorare con Tassi..
nel 1612 appunto ebbe inizio il processo per stupro, terminerà dopo cinque mesi con una lieve condanna per Tassi. Artemisia subirà l’umiliazione di plurime visite ginecologiche pubbliche, verrà torturata, ma non ritratterà mai la sua deposizione. Non fu mai creduta.
Un mese dopo la fine del processo Artemisia, insieme al marito Pietro Antonio di Vincenzo Stiattesi, sposato nel novembre del 1612, si trasferisce a Firenze dove viene introdotta alla corte del granduca Cosimo II. Il successo è immediato, inizia a ottenere lavori su commissione.
Moglie, madre, pittrice. Vivere a Firenze non è semplice: tornerà a Roma dove vivrà un periodo molto felice dal punto di vista artistico. Tra il 1625 e il 1630 è quasi sicuramente a Venezia. Nel 1630 è a Napoli. Nel 1637 giunge alla corte di Carlo I d’Inghilterra. Dopo la morte del padre Orazio, avvenuta nel 1639, torna in Italia. Muore qualche anno più tardi, stanca e dimenticata.
**Anna Banti nel suo libro “il romanzo di Artemisia” così la definisce:
“pittrice valentissima. Oltraggiata, appena giovinetta, nell’onore e nell’amore. Vittima svillaneggiata in un processo di stupro. Che tenne scuola di pittura a Napoli. Una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito fra i sessi.”
Nella pittura di Artemisia la donna perde quella funzione decorativa, tanto richiesta dai committenti, per recuperare invece una statura morale.
La pittrice ci offre una figura di donna che trascende la norma femminile dell’epoca.

Giuditta decapita Oloferne
Delle diverse versioni della Gentileschi di Giuditta che decapita Oloferne la prima viene realizzata a Roma proprio nel periodo del processo e delle torture di Artemisia.
Le femministe degli anni ’70 hanno colto nel dipinto tutto il dramma di Artemisia stuprata, questa è la lettura più semplice e conosciuta, non ci è dato sapere se è la più corretta…… Artemisia non è qui a rispondere a questo interrogativo,…… di lei ci rimangono i dipinti e il bellissimo romanzo di Anna Banti che dà voce ad un’artista inquieta e passionale capace di lottare contro le convenzioni dell’epoca in cui visse.

Susanna e i vecchioni
Susanna era la moglie di un uomo ebreo e ricco che visse in Babilonia durante la cattività babilonese. Susanna era solita fare il bagno nel suo giardino, e uno giorno due uomini vecchi della comunità si nascosero e l’aspettarono. Quando Susanna fu sola e nuda, i due uomini si mostrarono e la minacciarono, dicendole che se lei non si si fosse loro data, avrebbero dichiarato di averla vista commettere adulterio con un giovane. Questo crimine era punibile da morte. Susanna resistè e fu proccesata e condannata a morte. All’ultimo momento Daniele, uno dei profeti, arrivò a svelare l’unganno e l’innocenza di Susanna fu provata..
Molti ravvisano nelle due figure dei vecchi, il padre di Artemisia e il Tassi (suo stupratore), e anche un chiaro riferimento a quanto a lei successo.
Sono evidenti la definizione plastica dei volumi e l’efficace scivolamento delle ombreggiature, soprattutto sulle piegature corporee e sugli arti superiori della fanciulla minacciata, che caratterizzano la solidità costruttiva delle forme e il deciso naturalismo della narrazione, rendendo infine attuabile l’esercizio femminile, fino allora intentato, del nudo integrale,

Madalena penitente
Al periodo fiorentino appartiene la Maddalena penitente, dipinta con una sontuosa veste, che forse ricorda i “colori” del Cigoli, da lei studiato con particolare interesse durante la stesura degli affreschi romani in Santa Maria Maggiore.
Nella resa perlacea dell’incarnato si manifesta quella pienezza corporea di adesione agli stilemi barocchi, in linea con la florida consistenza di forme , patrimonio dalla tradizione del gigantismo michelangiolesco.
Mancano i simboli della “vanità” (lo specchio e i gioielli), forse ad indicare, come lo sguardo rapito ed intento quell’ideale rifiuto dei valori terreni, di ascendenza caravaggesca e fiamminga, che accanto al realismo figurativo consente ad Artemisia di aprire una breccia significativa all’interno del sonnolento panorama culturale della città medicea, influenzando forse pittori come Fontebuoni, Furini e Coccapani, già orientati verso le sperimentazioni del naturalismo caravaggesco.
Lei era un artista del periodo Barocco che fu influenzata da pittori come Caravaggio e allo stesso tempo si potrebbe dire dipingeva come Rubens. Non solo era un artista femmina, ma per certi versi dominò la scena del Barocco che fu quasi esclusivamente maschile.

concordo moltissimo con l’analisi che ne viene fatta sull’enciclopedia delle donne che vi lascio sotto
“””La fama di Artemisia è grande presso i contemporanei, anche se la sua fortuna più recente è forse più legata agli aspetti drammatici e romanzeschi della sua vita, e al suo coraggio nell’affrontarli, che ne hanno fatto quasi naturalmente una eroina femminista ante litteram. Questa lettura però rischia di offuscare la forza con cui Artemisia si impone come pittrice, e su generi decisamente lontani da quella peinture de femme sulle quali altre donne (non molte ma neppure pochissime) si erano avventurate sino a quel momento, limitata a nature morte, paesaggi, ritratti – pur con invenzioni straordinarie come quelle di Sofonisba Anguissola. Artemisia affronta la pittura “alta”: soggetti sacri e storici, impianti monumentali; con una totale padronanza della pittura, e abbracciando completamente la lezione caravaggesca, radicale nella concezione della scena, nel contrasto che descrive le forme e i colori, nella predilezione di un taglio ravvicinato che drammatizza il rapporto con lo spettatore, nell’abbandono di moduli iconografici convenzionali. Da sicura professionista dell’arte sa di poter esplorare anche toni più lirici, atmosfere più intime. La vasta gamma delle sue corde è insomma in piena sintonia con la vastità del sentire barocco.
Quindi si fa forse torto alla sua opera se la si considera solo come riscatto o sublimazione dalle violenze subite, poiché nella sua completezza, essa esprime una potenza e varietà poetica che vanno oltre la sua vicenda biografica.
Sono le sue stesse opere a porre con evidenza il tema del conflitto sia sotto l’aspetto tematico che figurativo, sia sotto l’aspetto formale che quello poetico, come si vede bene nelle sue Giuditte, che non lesinano concretezza né ai personaggi che mette in scena, né alle ferite che esse mettono in atto. E#` ugualmente eloquente la ricca serie degli autoritratti, così come i nudi, così poco idealizzati.””””

le donne di Artemisia

Cleopatra
Lucrezia

Il WADI RUM o della Valle della Luna

Ieri parlando con Luisa di deserti abbiamo ricordato il Wadi Rum e io ho ripescato un post che avevo fatto due anni fa proprio sul Wadi

il Wadi Rum definito anche Valle della Luna, è un affascinante Spazio di sabbia rossa da cui si alzano montagne di Roccia, fu molto amato da Laurence d’Arabia, che ne conosceva anche i piu’ reconditi segreti.
si trova a 30 Km da Aqaba, quindi abbastanza vicino al Mar Rosso, ed è da tanti anni il mio posto delle Fragole. di solito per arrivare al piccolo villaggio di Rum si usa la macchina e poi se uno vuole a piedi o a cavallo
entrare nel Wadi Rum è come entrare in un altro Mondo, un luogo silenzioso, enorme, incredibilmente senza tempo
montagne massicce e sagomate spuntano dalla sabbia rosa/rossa, in questo scenario il deserto è vivo, palpitante, di una strana bellezza con le rupi torreggianti di pietra scavata dal tempo, e dai colori indefinibili e mutanti secondo le ore del giorno e le stagioni
tutto intorno è vuoto e silenzio e in questi spazi immensi, ci si sente rimpiccioliti ridotti a granelli di sabbia ed è una senzione straordinaria, avverti fin nel profondo di far parte di quel paesaggio
ti sembra di percorrere le antiche valli della luna, e di trovare ad ogni passo tesori nascosti da milleni, senti in lontananza il galoppo di L.D’Arabia, che rincorre le tue orme e le tue fantasie
l’aria calda sembra gonfiare le colline e i canyon, e il cielo è limpido, terso di un azzurro cupo e a volte violento
la notte ti riporta ad un cielo stellato, aperto, ci puoi leggere come in una antica mappa,l a tenda nera dei beduini è una macchia scura in un buio, mai veramente tale, i suoni di un rababa si perdono nello spazio come cerchi concentrici che si allontano con tenera malinconia
ascolti il suono del silenzio, dei ricordi, dei sogni e dei desideri, del futuro
amo il deserto del Wadi, come nessun altro posto che ho conosciuto, amo l’ospitalità semplice e sincera dei bedu, amo il gaue morra, forte, amaro con quel sapore di hel che ti resta nella bocca nel tempo, amo ascoltare le ballate di Abu Tarek che parlano di guerrieri e di duelli, di caccia e d’amore per splendide fanciulle dalla pelle di pesca, amo svegliarmi all’alba raccolta nella pelle di montone, col suo sapore aspro, non ancora perduto, amo le voci squllanti dei bambini trattenute per non disturbare, amo il pane sottile e trasparente cotto sulla pietra
amo sì amo la sensazione di libertà assoluta, dai pensieri, dal quotidiano, da me stessa

lemmi di etimologia grafica

la quarta dimensione
/ di pensiero verticale /
esercita il potere
dell’andar oltre,
oltre il cosciente
e gioca a scavalcare le biglie colorate
gettate sulla sabbia del mar Meditterraneo

la quinta dimensione
/ di spazio obliquo /
esordisce su livelli
diversamente abili
ad esorcizzare il valore del segno
potando le differenze consapevoli

la sesta dimensione
/ di tempo estetico /
fruibile con una certa precisione
allenta i morsi dei cavalli bianchi
di De chirico, perduti nell’alta marea

lunghezza altezza profondità
lemmi di etimologia grafica
o appisolanti parole sparse?

Martin Johnson Heade un americano originale

Martin Johnson Heade
americano 1819 – 1904

padrone della luce, delle atmosfera e dei “profumi”, l’artista ora è riconosciuto come uno dei pittori romantici americani piu’ importanti. anche se Heade durante la sua carriera durata 65 anni aveva avuto un discreto successo, la sua reputazione era stata oscurata da una indifferenza della critica nei suoi confronti
per quasi la metà di secolo dopo la sua morte, era come se non avesse mai dipinto nulla, tuttavia, negli ultimi annni è nato un nuovo interesse per il suo lavoro e oggi Heade è ammirato per la sua originalità e per gli effetti atmosferici leggeri, eleganti. per la luce ed il calore che le sue tele emanano
non è mai stato troppo in un luogo. e i soggetti delle sue tele mutano col mutare degli Spazi, dalla giungla brasiliana alle paludi della Nuova Inghilterra, dove comunque ci sono orchidee che la fanno da protagoniste della scena o farfalle od uccelli, la rappresentazione dei fiori a volte assume persino toni sensuali e magici.


gli storici dell’arte sono giunti a non essere d’accordo con l’opinione comune che Heade sia un pittore della Hudson River School, un’opinione ampiamente diffusa dall’inclusione di Heade in una mostra storica dei paesaggi della Hudson River School al Metropolitan Museum of Art nel 1987.
il principale studioso di Heade e autore del catalogo ragionato di Heade, Theodore E. Stebbins, Jr., scrisse alcuni anni dopo la mostra della Hudson River School del 1987 che “… altri studiosi, me compreso, hanno sempre più dubitato che Heade sia più utile visto come in piedi all’interno di quella scuola “.
secondo il catalogo ragionato di Heade, solo il 40% circa dei suoi dipinti erano paesaggi. La restante maggioranza erano nature morte, dipinti di uccelli e ritratti, soggetti estranei alla Hudson River School. dei paesaggi di Heade, forse solo il 25 per cento era dipinto con argomenti tradizionali della scuola del fiume Hudson.
Heade aveva meno interesse per le viste topograficamente accurate rispetto ai pittori del fiume Hudson, e invece si concentrava sull’umore e sugli effetti della luce. Stebbins scrive: “Se i dipinti della riva così come le composizioni più convenzionali potessero indurre a pensare a Heade come a un pittore della Hudson River School, le [scene della palude] chiariscono che non lo era”

Heade nacque nel 1819 a Lumberville, in Pennsylvania, un piccolo villaggio lungo il fiume Delaware nella contea di Bucks, in Pennsylvania, e vi trascorse la sua infanzia. Fino alla metà degli anni 1850, la sua famiglia era proprietaria dell’edificio e gestiva ancora il negozio che ora è The Lumberville Store e Post Office, l’unico negozio di generi alimentari del villaggio. L’ortografia familiare del nome era Heed. Gli storici ritengono che abbia ricevuto la sua prima formazione artistica dall’artista folk Edward Hicks, che viveva nella zona. Nel 1839 Heade aveva dipinto i suoi primi ritratti e, dopo aver viaggiato all’estero e aver vissuto a Roma per 2 anni, nel 1841 espose la sua prima opera all’Accademia delle Belle Arti della Pennsylvania in Philaldephia. Heade iniziò a esporre regolarmente nel 1848, dopo un altro viaggio in Europa, e divenne un artista itinerante fino a quando non si stabilì a New York nel 1859.
l’interesse di Heade per i tropici fu suscitato almeno in parte dall’impatto del monumentale dipinto di Church Heart of the Andes (1859), ora nella collezione del Metropolitan Museum of Art. Heade viaggiò in Brasile dal 1863 al 1864 per dipingere una vasta serie di piccole opere, che alla fine contavano oltre quaranta, raffiguranti colibrì. Intendeva la serie per un libro in programma intitolato “Le gemme del Brasile”, ma il libro non è mai stato pubblicato a causa delle difficoltà finanziarie e delle preoccupazioni di Heade sulla qualità delle riproduzioni. Heade tuttavia tornò ai tropici due volte, nel 1866 in viaggio in Nicaragua e nel 1870 in Colombia, Panama e Giamaica. Ha continuato a dipingere opere romantiche di uccelli tropicali e vegetazione lussureggiante nella sua ultima carriera.

durante i suoi ultimi anni a St. Augustine Heade dipinse anche numerose nature morte di fiori meridionali, in particolare fiori di magnolia adagiati sul velluto. Questa era una continuazione di un interesse per la natura morta che Heade aveva sviluppato sin dagli anni ’60 dell’Ottocento. I suoi primi lavori in questo genere raffigurano tipicamente un’esposizione di fiori disposti in un vaso decorato di piccole o medie dimensioni su un tavolo coperto di stoffa. Heade è stato l’unico artista americano del 19 ° secolo a creare un corpus così ampio di opere sia nella natura morta che nel paesaggio.

Gustave Caillebotte, un impressionista quasi sconosciuto

Gustave Caillebotte
francese 1848 – 1894

Nacque da una ricca famiglia di industriali tessili e Inizialmente segue gli studi giuridici, diplomandosi nel 1870, ma l’amore per la pittura lo porta ad iscriversi all’Ecole des Beaux-Arts, dopo aver brillantemente superato il concorso di ammissione nel 1873. Alla morte del padre, nel 1874, eredita un notevole patrimonio che gli permette di dedicarsi a tempo pieno alla pittura. In questo periodo conosce Edgar Degas e Claude Monet, che lo presentano agli altri impressionisti; nel 1876, su invito di Pierre-Auguste Renoir, partecipa alla seconda mostra degli impressionisti. Il realismo dei soggetti trattati, soprattutto paesaggi urbani e rurali e scene di vita operaia, unito al senso vivo del colore e della luce tipico dell’impressionismo, sarà una costante di tutta la sua produzione artistica
Caillebotte è ricordato non solo come artista, ma anche come mecenate: la sua ricchezza personale gli permette infatti di acquistare opere di impressionisti e di finanziarne la terza esposizione, nel 1877. Come finanziatore e organizzatore partecipa anche alle edizioni del 1879, 1880, 1882 e alla trasferta a New York nel 1885.ù
Dopo il 1882 tenta inutilmente di tenere unito il gruppo impressionista, allora diviso da profonde lacerazioni e gelosie, ma, visti vani i suoi sforzi e deluso dal comportamento di alcuni, decide di abbandonare momentaneamente la pittura per dedicarsi alla navigazione da diporto e al giardinaggio.
A questo scopo si stabilisce a Gennevilliers, di fronte ad Argenteuil, dove acquista una casa in riva alla Senna; tuttavia, nella calma della campagna francese, il suo amore per la pittura rinasce e nel 1888 partecipa al Salon des XX di Bruxelles, recependo in parte le nuove tendenze neoimpressioniste
Muore a Gennevilliers dopo una breve malattia, il 21 febbraio 1894, a soli 46 anni.
Nel testamento dona la sua intera collezione, sessantacinque dipinti suoi e dei più grandi impressionisti, alla stato francese, a condizione che siano esposti prima al Museo del Luxembourg di Parigi, il museo d’arte moderna di allora, e poi al Louvre, Il fratello Martial e Pierre-Auguste Renoir, esecutori testamentari, devono superare l’opposizione dei pittori ufficiali dell’Accademia, che ottusamente pretendono di sceglierne alcuni e di scartarne altri: alla fine ne saranno accettati solo trentotto… che sciocchi!!
ho sempre pensato che il suo lavoro come i suoi quadri fossero poco considerati, ha sempre fatto parte dei “minori” fra gli impressionisti come anche Maufra, ma secondo me a torto, il suo modo di dipingere profondamente disprezzato in un primo tempo anche da Zola per le sue caratteristiche di “verismo” è invece la sua forza, sempre a mio avviso, perchè le sue non sono “fotografie” della realtà, ma interpretazioni della raltà e lo si recepisce soprattutto attraverso l’uso sapientissimo ed elegante che fa della prospettiva

Wassili Kandinsky o Der blaue Reiter

Wassili Kandinsky
russo 1866 – 1944

devo dire per correttezza che Kandinsky lo amo moltissimo e trovo i suoi pensieri sull’arte in generale da me convisibili, era anche il pittore preferito di mio padre ... II movimento Der blaue Reiter (II cavaliere azzurro) fondato da Wassili Kandinsky nel 1911, non è la seconda ondata (non fìgurativa), dell’Espressionismo nel quadro della cultura europea del tempo, ma va considerato in rapporto ed in contrasto al Cubismo, di cui riconosce l’azione rinnovatrice ma di cui contesta, come un limite a quell’azione stessa, il fondamento razionalistico, e, implicitamente, realistico
deve alla sua cultura orientale la spinta verso il rifiuto del razionalismo, in nome di un totale rinnovamento dell’arte in senso anticlassico, irrazionalistico, antinaturalistico. Per questo tutta la sua ricerca, la sua didattica, la sua attività artistico-promozionale (il Blaue Reiter e, più tardi, i corsi al Bauhaus) si impostano in posizione antitetica rispetto al Cubismo
al concetto di «forma e rappresentazione», Kandinsky contrappone quello di un’estetica fondata sul segno, egli crede alla forza simbolica dello spirito, che si manifesta in termini di lirismo intcriore, espressione della sensibilità immediata
dopo un primo periodo, a Monaco, legato ad una rappresentazione simbolica ispirata al folklore, all’arte popolare russa, e alla ispirazione musicale («Io cercavo» scriveva «di esprimere la musicalità della Russia mediante le linee e la distribuzione dei punti colorati»), arriverà, nel 1910, al suo primo Acquerello astratto nel quale, peraltro, non superava alcuni riferimenti di carattere naturalistico
la sua pittura, da allora, entrava sempre più in una fase musicale, è del 1911 il suo saggio «Dello Spirituale nell’arte», attraverso tre gruppi di opere che egli chiama Impressioni, Improvvisazioni, Composizioni, passerà da un riferimento naturalistico ad un tipo di pittura in cui le forme diventano cristalline, lucide, rendendo astratte anche le istanze mistico-simboliche
dopo il periodo del Blaue Reiter tornava in Russia, dove rimaneva fino al ’21, seguirà, a questi anni (durante i quali fu funzionario dell’amministrazione sovietica delle Belle Arti, e la sua produzione artistica fu molto rallentata), il periodo «freddo» del Bauhaus, quando aderirà definitivamente al Costruttivismo.
l’insegnamento al Bauhaus rappresentò per Kandinsky un lavoro enorme; prepara allora il suo noto testo «Punto, linea e superficie» nel quale difende la teoria della pittura, che, come quella della musica, ha lo scopo di «trovare la vita, rendere percettibile la sua pulsazione e fissare in quello che vive ciò che è conforme alla legge»….
egli analizza il punto, che è, allo stesso tempo, lo zero e il momento di intervallo tra il tacere e il parlare, e che, nella pittura, diviene elemento indipendente, se una forza esterna lo sposta sulla superficie, nasce la linea, retta se il punto è spinto da una sola forza, a zig zag o curva se due forze agiscono alternativamente, o allo stesso tempo.
la superfìcie, a sua volta, può essere mossa nello spazio, specialmente a mezzo del colore, l’ultimo periodo di lavoro di Kandinsky, a Parigi, rappresenta una sintesi straordinaria delle sue esperienze; sintesi di tecnica e intuizione, di irradiazione verso altre esperienze della sensibilità spirituale, in particolare verso la musica e verso il pensiero scientifico. Il colore, un colore splendente, sontuoso, simbolico, diventa allora protagonista assoluto.
da G.C.Argan:
“Kandinsky spiega che ogni forma ha un proprio, intrinseco contenuto: non un contenuto oggettivo o di conoscenza (come quello per cui si conosce e rappresenta lo spazio per mezzo di forme geometriche), ma un contenuto-forza, una capacità di agire come stimolo psicologico, un triangolo suscita moti spirituali diversi da un circolo: il primo da il senso di qualcosa che tende all’alto, il secondo di qualcosa di concluso, qualunque sia l’origine di questo, che potremmo chiamare il contenuto semantico delle forme, .l’artista si serve di esse come dei tasti di un pianoforte, toccando i quali «mette in vibrazione l’anima umana»”
ovviamente i colori sono forme come il triangolo o il circolo: il giallo ha un contenuto semantico diverso dall’azzurro. Il contenuto semantico di una forma muta secondo il colore a cui è congiunta (e reciprocamente), Kandinsky scrive:
«i colori pungenti risuonano meglio nella loro qualità quando sono dati in forme acute (per esempio il giallo in un triangolo); i colori profondi vengono rafforzati dal-le forme rotonde (per esempio l’azzurro dal cerchio)».
naturalmente non è detto che le qualità di un colore e di una forma debbano rafforzarsi l’una con l’altra, dice Kandisky: ” Il pittore può valersi delle scale discendenti come delle ascendenti,le possibilità combinatorie sono infinite e non soltanto una forma è significante perché ha, ma perché assume un significato, ma non diventa significante se non nella coscienza che la recepisce, allo stesso modo che una comunicazione non è tale se non viene ricevuta.”
per finire vi lascio ancora delle considerazioni di Argan , che a mio avviso ha meglio di tutti i critici, compreso e racconato questo straordinario pittore e pensatore e che devo dire mi trova quasi sempre in accordo con quanto wcrive:
G.C.Argan:
” lo spirituale per Kandisky non è affatto l’ «ideale» dei simbolisti: il simbolo è anch’esso una forma a cui corrisponde un significato dato, e va respinto, lo «spirituale» è il non-razionale; il non-razionale è la totalità dell’esistenza in cui la realtà psichica non è distinta dalla realtà fisica, il segno non preesiste come una lettera nella serie alfabetica èqualcosa che nasce dall’impulso profondo dell’artista e che dunque è inseparabile dal gesto che lo traccia
Nel primo periodo non-figurativo Kandinsky reagisce decisamente così alle ritmate cadenze lineari e cromatiche della Secessione come alla scomposizione analitica, secondo le coordinate geometriche, del Cubismo. Sembra rifarsi al primo stadio del grafismo infantile, alla fase che gli psicologi chiamano «degli scarabocchi»; è infatti proprio nell’ambito del Blaue Reiter che si radicalizza la diffusa esigenza del «primitivismo», identificato con la condizione di tabula rasa della prima infanzia. Evidentemente Kandinsky vuole riportarsi allo stadio iniziale di una pura intenzionalità o volontà espressiva, che non si appoggia ancora ad alcuna esperienza visiva e linguistica.

L’Arte è dunque la coscienza di qualcosa di cui non si può avere altrimenti coscienza: nessun dubbio che estenda l’esperienza che l’uomo ha della realtà e gli apra nuove possibilità e modalità di azione.
E di che cosa dà coscienza la coscienza che si realizza nell’operazione artistica?
Del fenomeno in quanto fenomeno. La coscienza «razionale» assume il fenomeno in quanto valore, ma nello stesso istante lo perde come fenomeno.
Lo scopo ultimo di Kandinsky è di portare alla coscienza il fenomeno come tale, di farlo accadere nella coscienza; e poiché il fenomeno è esistenza, ciò che si porta e si fa accadere nella coscienza è l’esistenza stessa.
Questa è la funzione insostituibile dell’arte.
E’ anche una funzione sociale. Se l’arte è comunicazione, e non v’è comunicazione se non vi sia un ricevente, una opera d’arte funziona soltanto in quanto colpisce una coscienza.

È un altro motivo di divergenza rispetto al Cubismo: un quadro cubista ha un funzionamento in sé, perfetto ed esemplare, è un modello di comportamento che lo spettatore può soltanto imitare mentalmente cercando di ripetere l’operazione «razionale» compiuta dall’artista sulla realtà.
Un quadro di Kandinsky è soltanto uno scarabocchio incomprensibile e insensato finché non venga a contatto con il tessuto vivo dell’esistenza del «fruitore» (è allora che si afferma il principio della fruizione e non della contemplazione dell’opera d’arte) e non gli comunichi il proprio impulso di moto: non è un modello, è uno stimolo”

Non è soltanto per il gusto della sperimentazione che Kandinsky, nel 1910, si libera da tutti gli apparati, i sistemi di rappresentazione di cui pure s’era servito nella precedente attività figurativa: è chiaro che vuoi mettersi nella condizione di chi non sa nulla degli espedienti e dei procedimenti dell’arte, non ne possiede il codice.
Il quadro non è una trasmissione di forme, ma una trasmissione di forze: è l’esistenza dell’artista che si collega direttamente con quella degli altri.

Reginald Marsh o della vita newyorkese

Reginald Marsh
americano 1898 – 1954

Reginald Marsh è stato uno dei migliori pittori e cronisti americani della vita urbana negli anni ’30 e ’40.ì, è stato l’ispiratore del film “Chicago” di Rob Marshall edappartiene a quella generazione di giovani artisti americani che, sotto l’influenza dell’impressionismo< e dell’espressionismo (e più tardi dietro la frenesia del jazz), dopo la prima guerra mondiale concentrarono la loro attenzione sulla riproposizione realistica delle scene di vita urbana newyorkese. Marsh, però, si espresse con una marcia in più rispetto agli altri, perché il mondo del cinema e dello spettacolo e, in contrapposizione, quello dei poveri e degli emarginati, lo attraevano in modo particolare. Quella, allora, era l’essenza della vita sociale delle metropoli americane e Marsh l’aveva avvertita con nettezza. Quindi, l’artista finì per ficcarcisi letteralmente dentro per coglierne, con assoluta libertà ed una vena di socialismo, le atmosfere più sexy, torbide e crude, tramite una pennellata secca e graffiante che ancor oggi suscita emozioni forti e coinvolgenti. Nelle opere di Marsh, infatti, la Grande Mela – rappresentativa anche delle altre grandi città statunitensi – pullula di sguardi lascivi e inquietanti, di gonne alzate dal vento (sbalorditiva anticipazione della Marilyn Monroe di “Quando la moglie è in vacanza”), di balli sensuali (ripresi forse anche oggi da “Paolo Conte” nel brano “Boogie”), di reporter al lavoro, di nuguli di ragazze al botteghino del cinema e di loschi figuri, tali da reimmergerci ” tout court” nei colori, negli stili e perfino nei suoni del tempo!
Quindi, non c’è da stupirsi se il direttore della fotografia di “Chicago”, Dion Beebe, ha pubblicamente dichiarato che: ” I set erano tutti ispirati ai quadri di Reginald Marsh” e che ” Quel tipo di atmosfera tornava anche sul palcoscenico, con i corpi e gli arti dei ballerini così intrecciati tra loro, tanto che abbiamo cercato di catturare quel senso di erotismo in ogni inquadratura “.
Un’atmosfera che, a mio avviso, si avverte perfettamente nell’intera pellicola del regista/coreografo Rob Marshall, il quale, dopo la conferenza stampa del film tenutasi nel prestigioso St. Regis Grand Hotel di Roma, in esclusiva per Pitturae dintorni, ha dichiarato che: ” Reginald Marsh è uno straordinario pittore degli anni trenta che sosteneva le cause dei poveri. Perciò nelle sue opere c’è un senso della vita e del suo scorrere nelle anime più umili della città

nacque a Parigi nel 1898, in un appartamento sopra il Café du Dôme, dove si riunivano artisti e scrittori. Marsh era il secondo figlio nato dagli americani Alice Randall, che dipingeva miniature e Frederick Dana Marsh, che dipingeva murales.
La famiglia era benestante, grazie al successo dell’attività di confezionamento della carne del nonno paterno di Marsh.
Quando Marsh aveva due anni, la famiglia si trasferì in una colonia di artisti a Nutley, nel New Jersey. Dopo aver frequentato la Lawrenceville School, è andato a Yale, dove ha lavorato come illustratore per The Yale Record .
Dopo essersi laureato a Yale nel 1920, Marsh si trasferì a New York, sperando di trovare lavoro come illustratore.
Iniziò a prendere lezioni alla Art Students League nel 1921. Il suo insegnante era Ashcan Painter, John Sloan, che ispirò Marsh a dedicarsi alla pittura.
Nel 1922, Marsh fu assunto dal New York Daily News, dove gli fu assegnato il compito di disegnare artisti di vaudeville e burlesque per una rubrica regolare.
Nel 1923 Marsh sposò Betty Burroughs, che era la figlia del curatore di pittura al Metropolitan Museum of Art e lei stessa una scultrice. Divorziarono nel 1933 e nel 1934 sposò la sua seconda moglie, Felicia Meyer, una pittrice di paesaggi.
Marsh ha tenuto la sua prima mostra personale al Whitney Studio Club nel 1924.
Nel 1925, il New Yorker iniziò a pubblicare e Marsh divenne un collaboratore regolare della rivista dal 1925 al 1944.
Marsh tornò in Europa nel 1925. Era in una galleria di Parigi quando incontrò il pittore regionalista americano Thomas Hart Benton . L’influenza sia di Benton che dei maestri europei, come Tintoretto, è evidente nelle opere di Marsh.
Quando tornò a New York nel 1926, Marsh iniziò a prendere meno lavori commerciali e iniziò a fare dipinti più seri. Era affascinato dalla folla e dalla classe operaia di New York e catturava il brusio della vita cittadina. Non faceva parte della classe operaia, ma ne era un osservatore.
Marsh ha lavorato a tempera e ha anche disegnato, fotografato e inciso. La sua incisione Bread Line — No One Has Starved , sottolinea la gravità della Depressione. Il titolo si fa beffe di un’osservazione del presidente Hoover. L’acquaforte è nella collezione permanente del Met.
Alcuni dei più grandi lavori di Marsh furono realizzati durante il Public Works of Art Project di FDR, progettato per dare lavoro ad artisti e scrittori durante la Depressione. Sorting the Mail , realizzato nel 1936, è uno sguardo magistrale in un momento della giornata di un impiegato delle poste.
Reginald Marsh divenne uno degli insegnanti più influenti dell’Art Students League, dal 1935 al 1954. Ha contribuito a influenzare uno stile e un carattere dell’arte che è unicamente americano.
Le opere di Marsh si trovano nelle collezioni del Metropolitan Museum of Art, del Boca Raton Museum of Art, del Whitney Museum of American Art, del Vero Beach Museum of Art e di altri importanti musei e gallerie.
I suoi murales abbelliscono la dogana degli Stati Uniti a New York e l’ufficio postale degli Stati Uniti a Washington, DC
il 3 luglio 1954, Marsh subì un attacco di cuore e morì, all’età di 56 anni, nella sua casa di Dorset, nel Vermont.

Il Wadi Rum o della Valle della Luna

OGGI HO VOGLIA DI QUESTI SPAZI….

il Wadi Rum definito anche Valle della Luna, è un affascinante Spazio di sabbia rossa da cui si alzano montagne di Roccia, fu molto amato da Laurence d’Arabia, che ne conosceva anche i piu’ reconditi segreti.
si trova a 30 Km da Aqaba, quindi abbastanza vicino al Mar Rosso, ed è da tanti anni il mio posto delle Fragole. di solito per arrivare al piccolo villaggio di Rum si usa la macchina e poi se uno vuole a piedi o a cavallo
entrare nel Wadi Rum è come entrare in un altro Mondo, un luogo silenzioso, enorme, incredibilmente senza tempo
montagne massicce e sagomate spuntano dalla sabbia rosa/rossa, in questo scenario il deserto è vivo, palpitante, di una strana bellezza con le rupi torreggianti di pietra scavata dal tempo, e dai colori indefinibili e mutanti secondo le ore del giorno e le stagioni
tutto intorno è vuoto e silenzio e in questi spazi immensi, ci si sente rimpiccioliti ridotti a granelli di sabbia ed è una senzione straordinaria, avverti fin nel profondo di far parte di quel paesaggio
ti sembra di percorrere le antiche valli della luna, e di trovare ad ogni passo tesori nascosti da milleni, senti in lontananza il galoppo di L.D’Arabia, che rincorre le tue orme e le tue fantasie
l’aria calda sembra gonfiare le colline e i canyon, e il cielo è limpido, terso di un azzurro cupo e a volte violento
la notte ti riporta ad un cielo stellato, aperto, ci puoi leggere come in una antica mappa,l a tenda nera dei beduini è una macchia scura in un buio, mai veramente tale, i suoni di un rababa si perdono nello spazio come cerchi concentrici che si allontano con tenera malinconia
ascolti il suono del silenzio, dei ricordi, dei sogni e dei desideri, del futuro
amo il deserto del Wadi, come nessun altro posto che ho conosciuto, amo l’ospitalità semplice e sincera dei bedu, amo il gaue morra, forte, amaro con quel sapore di hel che ti resta nella bocca nel tempo, amo ascoltare le ballate di Abu Tarek che parlano di guerrieri e di duelli, di caccia e d’amore per splendide fanciulle dalla pelle di pesca, amo svegliarmi all’alba raccolta nella pelle di montone, col suo sapore aspro, non ancora perduto, amo le voci squllanti dei bambini trattenute per non disturbare, amo il pane sottile e trasparente cotto sulla pietra
amo sì amo la sensazione di libertà assoluta, dai pensieri, dal quotidiano, da me stessa

Rebus Sic Stantibus

Timeo Danaos et dona ferentes

4000 Wu Otto

Drink the fuel!

quartopianosenzascensore

Dura tenersi gli amici, oggigiorno...

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X e il valore dell'incognita

Cucinando poesie

Per come fai il pane so qualcosa di te, per come non lo fai so molto di più. (Nahuél Ceró)

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