perchè amo tanto Erik Satie?

ho abitato a Parigi in rue Cortot, quasi vicino all'”armadio” , (come chiamava il suo appartamento) di Satie, ma non lo sapevo allora e me sono sempre dispiaciuta!
ho incontrato Satie direi molti anni fa per merito del padre di Maria, una cara amica del liceo che suonava il pianoforte in un complesso Jazz, ma a cui piaceva sempre suonare alcuni pezzi di Satie e ho cominciato a divertirmi, ho cercato di conoscere. di ascoltare questo strano personaggio che girava sempre con la bombetta e un omblello sempre chiuso anche se pioveva
si racconta che avesse una stanza sempre chiusa in cui nessuno poteva entrare e che aperta alla sua morte si scopri piena di ombrelli alcuni ancora confenzionati!
amico di tutti gli artisti parigini da Picasso a Tzara veniva chiamato “Velvet Gentleman” perchè insossava sempre lo stesso abito di velluto grigio di cui ne possedeva diversi esemplari tutti uguali
fondò anche una Chiesa di cui era l’unico frequentatore “l’Eglise Metropolitaine d’Art de Jésus Conducteur” e ne fece anche i 10 comandamenti e il rpimo di essi recitava:”“Non adorerai altro che Debussy”., benchè quindi affascinato dalla religione si chiedeva se fose nato per “una missione o una commissione
si è districato fra tante tipologie di musiche persino la “musique d’ameublement” che sarebbe la musica d’arredo! o si direbbe ora d’ambiente
la sua ironia spesso non veniva capita e penso che forse ancora ci sarebbe molto da scoprire su di lui, era tante cose nello stesso tempo anche in contraddizione fra loro, progressista sicuramente, ma anche conservatore, sarcastico e colto bizzarro e serio, anche nella sua musica mi siesce spesso difficile distinguere la gioia e la serietà, quasi in un gioco ambiguo e affascinante, un artista del non sense si definiva “gymnopeidiste” che non saprei come tradurre riferendosi ad una danza dell’antica Sparta
di lui mi piace questa sua capacità di mescolare il sacro ed il profano con una raffinatezza rara!
mi piace il suo modo lieve di accostarsi alla musica per poi diventare melanconico o ironico, profondo o dissacrante è molte cose nello stesso tempo
quando lo ascolto sto bene, perchè mi fa, come dicono i bravi poeti, mi fa volare, mi perdo nelle sue note , che mutano o si ripetono all’infinito magari anche 840 volte!
è ecclettico e forse per questo il mondo “accademico” non lo ha mai veramente apprezzato e penso anche che il suo bizzaro stile di vita abbia spesso coperto la sua bravura di musicista, ora si dice sia il padre del minimalismo e il precursore della musica ambient , ma credo sia molto di più sia unico e senza imitatori degni di nota
amo molti piccoli brano che sento molto spesso e che secondo me racchiudono molto di Satie “Petite Ouverture a danser” ….” Choses Vues à Droite et à Gauche (Sans Lunettes)”… ecc

Claudio, abbi pietà di me , ma come sai sono assolutamente inesperta, ma amo la musica!

nel blog di Claudio Capriolo troverete altri brani di Satie cliccando QUI

elsewhere and faraway (dell’ altrove)

la mano stringe gusci di selce fine
sollevati da refoli chetati qual piume
a ciglia sottili


allunga gli occhi piani il declivio silente
lungo le colline chiare della terra di Umm Qais
confini sono i capelli neri in trecce annodati
sul limitare bianco di un rosso tramonto


dalla terrazza del teatro sacro
ti vedo
ombra amata del desiderio di vita

come matrimonio in una stanza stretta

dolore corre oltre il linguaggio
come matrimonio in una stanza stretta
e nenia andalusa di speziati echi
arranca di Babil la torre
a cantare gli amplessi
di poesia, lingua e lussuria


eravamo abituati a sognare di fiumi
di boschi di mandorli e ulivi
di giardini di aranci e melograni
rughe d’assenza incidono
volti su pelle di tamburo


e Scheherazade dimora nel buio

invisibile sotto la pioggia

il grigiore umido del cielo
invisibile sotto la pioggia
lambisce il scivoloso cammino
al mormorio fresco nell’aria

è ancora nebbia a spolverare
i ricordi confusi e bagnati
da gocce indecise e sperdute
in stordito frastuono

folate di vento impetuose
aprono la bocca all’azzurro
che trema sull’erba scura,
graziosamente nuda e profumata

da desideri d’aria trattenuti

cammina da un anno e un giorno
per terre luminose
di ombre sconosciute
l’arcobaleno che danza
senza bisogno di pioggia
in cerca dei sogni mai nati

respira tranquillo il freddo
sul ghiaccio tritato dell’alba
e le sue labbra sigillano un silenzio
tagliente come preghiera disperata

l’erba bagnata di brina
indossa una coperta solitaria
ragnatele a nodi perlati
da gocce di rugiada
allungano le braccia al grigio
di un cielo nuvoloso

— Riposano i sogni in acque increspate
da desideri d’aria trattenuti —

ho viaggiato al femminile

danzano bagliori iridescenti nel palmo della mia mano ciprie di luce sulle guance sugli occhi, trucco leggero di polvere d’oro e d’argento

ho viaggiato al femminile
in un grande fiume agitato
dove l’erba è cresciuta
crisalide di un istante
e la mia rosa fiorirà in autunno.
ora è buio, l’aria è un colibrì
che vola senza fiati
e il ventre del melograno
è colmo

ad Oriente

Matilde si alzò presto quel 25 dicembre del 1987, aveva dormito male e non ricordava il sogno che l’aveva svegliata in un bagno di sudore.
Fece le cose di tutte le mattine e diede uno sguardo amorevole al pulcino che dormiva ancora saporitamente.
Un cielo terso di un azzurro fin troppo brillante le fece chiudere gli occhi come a riparasi da quella luce troppo forte, in italia non aveva mai visto giorni così il 25 dicembre.
Scese le scale e Om Fayez era seduta sulla poltrona vicino alla finestra e guardava lontano persa nei suoi sogni imprigionati nella cella dell’alzheimer, le passò una mano sui capelli e il viso della donna sembrò quasi sorridere, ma fu un lampo che fuggi veloce.
Si ricordò i Natali a casa sua, quelli dell’infanzia sempre in luoghi diversi, tradizioni diverse e sempre il non desiderio di buttarsi per le strade affollate e comprare qualsiasi cosa.
Qui questo rito le era risparmiato, ad Amman non c’era segno del Natale, non c’erano alberi addobbati nelle piazze e neppure luminarie ad abbellire le strade e per una frazione di secondo le parve che le mancasse qualcosa.
La bimba lanciò il suo strillo del buon risveglio e Matilde fu fagocitata dalle cose da fare, la colazione, il bagnetto, la favola per farla mangiare e cominciò a darsi da fare come per fare arrivare presto la sera.
Abu Fayez tornò dal lavoro tardi quel pomeriggio erano le sette passate e teneva in mano un pacchetto tutto colorato, chiuso con un fiocco color dell’oro, si avvicinò a lei e — – –Buon Natale a te, in fondo alla strada c’è la chiesa dei Padri Bianchi, ho chiesto e a mezzanotte celebrano la messa di Natale.–
Matilde rimase a bocca aperta, Abu Fayez , musulmano, che era andato a chiedere ai Padri Bianchi della messa di Natale per lei che nemmeno era credente!
Un groppo alla gola le impedì di ringraziare, mentre gli occhi diventavano umidi, e un sorriso grato apparve sul suo viso e improvvisamente si accorse che anche quella era davvero la sua casa, il luogo dove avrebbe potuto crescere sua figlia liberamente.

lascia entrare il ricordo d’ambra

l’ombra del sambuco poggiata
ai piedi del salice d’argento
raccoglie le gocce scivolate
dalle foglie stanche

un semlice sguardo
e un ricciolo di labbro
su tagli e lividi
a soffocare il silenzio
di un angelo privato di ali
ha frantumato la chiave dello spazio rasente
il limitare del dopo e my be or not

lascia entrare il ricordo d’ambra
da indossare in gocce di tempo consumato

I told you when I came I was a stranger ***
I told you when I came I was a stranger.

***”Stranger Song” by Leonard Cohen

vola Colomba bianca vola

ripropongo questo pezzo, perchè oggi per me è un giorno speciale per ricordare la mia straordinaria nonna Colomba che mi ha insegnato la vita!

-Nonna, ma sempre quella canti?

–Matilde è la mia canzone, volare è il mio sogno, quando prendi il tuo primo stpendio mi regali un volo?

-Costa molto un “volo”?

–Se lo fai in aereo tanto, se lo fai col pensiero nulla e puoi sempre cambiare destinazione, anche all’ultimo momento

ho volato con nonna, spesso, sia fisicamente (dopo il mio primo stipendio) sia con l’anima, ho volato attraverso le sue carezze, i suoi sguardi, i suoi rimproveri, le sue inaspettate attenzioni, le sue incredibili meraviglie, di donna, di madre diversa da mia madre
la musica racchiudeva ogni suo momento, canzoni popolari, nel nostro dialetto, canzoni d’amore, Rabagliati
e il suo muoversi leggera, un giunco benché carico d’anni, i suoi gesti preziosi, delicati, ma anche ruvidi e i baci con lo schiocco sulle guanciotte di noi bambini.
La mela quotidiana sbucciata senza far troppo scarto, con sopra un po’ di zucchero o caramellata e infilata in uno stuzzicadenti che si spezzava sempre, troppo pesante per reggere il peso.

Le mie scarpette di vernice nera col cinturino, pulite quotidianamente, lucide da togliere la vista, il nastro di raso rosso per le trecce
–Ti sta bene il rosso Matilde, mi piacerebbe vederti quando ti metterai un rossetto color corallo sulle labbra

la domenica mattina.
Le sei e già i suoi passetti leggeri riempiono la casa, si muove silenziosa e veloce per il pranzo della domenica, i tortelli d’erbetta, l’arrosto di vitello, i “cornetti” (fagiolini) lessi, la torta di tagliatelle
e poi i passi di mia madre
-Ma devi sempre alzarti così presto? va a finire che svegli tutti!!
per dir la verità “tutti” si sono svegliati solo alle sue parole dette con toni molto alti

Il circo!!! la sua passione, gli acrobati, i funamboli, la ballerina sul filo, la sua gioia infantile, il suo battere le mani frenetico alzandosi sulle punte dei piedi e la paura dei leoni manifestata dalle mani davanti agli occhi, che lasciavano però uno spazio per vedere quando la paura sarebbe potuta passare.

Il suo vestito di seta blu coi fiori dipinti a mano, la gonna ampia a godet che faceva la “ruota”
il mio sogno di bimba avere un vestito così per fare tante ruote, fino a quando la testa gira, gira e si cade spossati, ma felici e chiudendo gli occhi si vede il mondo danzare intorno a noi.

Il suo profumo di lavanda messo in ogni luogo, lo sento ancora, è il profumo della “ricordanza”.

Mary Cassat o delle donne

Mary Cassat
1844 – 1926

diciamo subito che Mary Cassat assieme a Berthe Morrisot hanno un posto speciale nei miei pensieri e nel mio cuore.e non solo perchè sono donne, ma perchè hanno cercato di interpretare con un tocco in piu’ quella che consideravano “importante”, infischiandosene spesso dei giudizi degli “uomini”
Mary, famosissima negli S.U.. in Europa e particolarmente in italia non è amatissima, è stata spesso liquidata come “quella che dipinge mamme e bambini” se non addirittura si parla di lei solo come l’amante di Degas
trovo invece che Mary, ( concordo pienamente con quanto dice Katia Ricci nel libro molto bello “Mary Cassatt – Da Pittsburgh a Parigi”) “…attraverso i suoi ritratti di bambini, sviluppi una sua particolare riflessione sull’infanzia che ne mette in evidenza la modernità. I “suoi” bambini reclamano una loro autonoma soggettività, espressa attraverso sguardi consapevoli e indagatori, mai leziosi…”
sì., ne sono ampiamene convinta. si legge in quei bimbi qualcosa che va oltre l’essere piacevoli. .arriva cioè fin dentro, il suo famoso quadro “Bambina in una poltrona blu” del 1878

Bambina in una poltrona blu

che Katia Ricci cita come esempio. è emblematio. ci mostra una bimba scomposta che cerca un suo spazio e che sembra non riuscire a trovarlo. forse una rappresentazione troppo avanti per quel tempo. il dipinto infatti fu rifiutato a diverse mostre e non ebbbe molta fortuna
.il tema della madre è legato a quello dei figli, dove gnuno ha una sua personalità, non c’è confusione di ruoli o di percezione, è il primo momento della relazione che poi ci porteremo dietro con gli anni
Mary dipinse spesso sua madre e la dipinse ntenta a lavori “non femmnili”, tipo leggere il giornale

la madre di Mary legge il giornale

quasi a volere dare alle donne anche una dimensione che superasse quella familiare, .in questo si differenzia da Berthe Morrisot, perchè cerca di andare oltre e di rappresentare donne come protagoniste della vita

Mary Cassat
di Francesca Santucci

Mary Cassatt, donna caparbia ed ostinata, intellettualmente curiosa, grande viaggiatrice, amica di Degas e di Mallarmè, fu una delle poche pittrici del movimento impressionista. Americana, figlia di un banchiere di Pittsburgh, nacque a Philadelphia nel 1844 e morì a Mesnil-Theribus nel 1926. Appassionata di pittura, arrivò a Parigi quando aveva trent’anni per studiare Arte e qui si unì agli Impressionisti, che fino ad allora tra le loro fila avevano annoverato una sola pittrice: Berthe Morisot. I suoi primi ritratti furono esposti al Salone ufficiale nel 1872 e nel 1874 conobbe Degas (che così commentò l’incontro: C’è qualcuno che la pensa come me) che le chiese di esporre il suo lavoro alla quarta mostra dell’Impressionismo, proposta che Mary accettò entusiasta. La Cassatt e Degas, di dieci anni più anziano di lei, legati da reciproca ammirazione, divennero subito amici intimi e, secondo i contemporanei, intrecciarono pure una relazione amorosa, anche se nessun cenno è arrivato del loro legame, tranne l’affermazione del pittore: Avrei potuto sposarla, ma non avrei mai potuto fare l’amore con lei.
In tutta la sua carriera la Cassatt dipinse esclusivamente l’universo femminile, eseguendo quadri familiari, con madri e nonni con figli e nipotini e, in linea con l’interesse dei pittori ottocenteschi, e soprattutto degli Impressionisti, che amarono ritrarre i bambini in modo spontaneo e naturale, fu anche una sensibile ritrattista di bambini. Nel quadro sono lievemente china sul ricamo, completamente assorbita dal lavoro. La pezza di seta si vede soltanto da sotto e le mie mani si scompongono in una serie di pennellate rapide-rosa carico, bianco, blu, grigiastro-Ora capisco che la pittura di Mary crea una sorta di memoria. Che mi abbiano conosciuto o meno, lei proporrà al mondo un mio ricorda. E mi raffigura come una donna che ha realizzato i suoi desideri. Chi così si esprimeva era il centro dell’ universo femminile pittorico di Mary, la sua modella preferita, la sorella e confidente Lydia, detta Liddy, maggiore di sette anni, nubile, segnata dal rimpianto di un amore perduto, morta a soli 45 anni per una malattia ai reni, ritratta anche sofferente. La vita delle due sorelle procedette insieme, fino alla fine Lydia posò per Mary, anche quando riusciva a malapena a camminare, e fu proprio con il ritratto di Lydia che beve il tè che Mary partecipò alla quarta esposizione degli impressionisti. Fisso le ombre intorno agli occhi della donna (i miei occhi) il colore pallido della sua bocca (la mia bocca), le labbra imbronciate. Capisco come Mary vede lei (me)…forse non quello che riconosce, ma quello che sa. Ha scoperto la mia malattia. E’ sempre Lydia che scrive, commentando il quadro che la ritrae fragile mentre lavora ad uncinetto, con la testa seminascosta da una cuffietta di pizzo bianco, espressione mirabile delle capacità artistiche della sorella che fino alla fine, anche nel quadro Lydia seduta al telaio, del 1881, cinque mesi prima della morte, seppe cogliere così intensamente i suoi diversi stati d’animo.
Mary Cassatt fu, naturalmente, influenzata dall’Impressionismo, eppure conservò sempre un suo stile personale, tanto che i quadri che la resero famosa all’epoca ancora oggi sono conosciuti in tutto il mondo