John Singer Sargent o dei ritratti

Theodore Roosevelt

John Singer Sargent
(1856 – 1925)

un pittore americano nato a Firenze e che amò l’Italia moltissimo
mi è venuto in mente di parlarne perchè ieri ho ritrovato un depliant con l’annuncio di una sua mostra di tanti tanti anni fa!
sempre interessante vedere dal vivo questo pittore che tanto è stato amato in patria e chi ci ha lasciato ritratti insuperabili di presidenti americani di aristocratici europei e di finanzieri internazionali, ma anche di uomini, donne e bambini della strada
viaggiatore instancabile ha vissuto tra l’Europa: Parigi, Londra, Firenze e gli Stati Uniti
Sargent ha amato molto l’Italia, come ho detto. in particolare i luoghi napoletani e veneziani e le Alpi dipinte in modo alquanto astratto
devo dire che purtroppo come per molti pittori le immagini sul Web mom gli rendono il giusto
ma si fa quello che si può, lascio sotto una sua biografia presa da Wikipedia

John Singer Sargent nacque a Firenze il 12 gennaio 1856; due anni prima suo padre, un medico americano, e sua madre, anch’ella americana, si erano trasferiti in Europa da Filadelfia.
Sargent mostrò fin da bambino un notevole talento pittorico e nel 1873 seguì i corsi all’Accademia di Belle Arti di Firenze.
Nel 1874 si trasferì a Parigi, dove studiò inizialmente sotto la guida di Carolus Duran, che gli fece conoscere la pittura degli impressionisti, e successivamente all’Académie des Beaux-Arts.
Pur non diventando mai un vero e proprio impressionista, Sargent rimase molto attratto da questo movimento, cercando di ricrearne la sensibilità nelle sue opere successive.
Nel 1876 compì il suo primo viaggio negli Stati Uniti.
Nel 1878 venne accettato per la prima volta al Salon e cominciò a farsi conoscere dalla critica.
Nel 1879 si recò in Spagna, dove rimase colpito dai dipinti di Diego Velazquez, e in Olanda, dove ammirò le composizioni di Frans Hals: questi artisti, insieme a Edouard Manet, ebbero una fortissima influenza sul suo stile.
Nel 1884 si ripresentò al Salon, ma ricevette così tante critiche da decidere di trasferirsi in Inghilterra.
John Singer SargentQui incontrò altri pittori e scrittori americani, tra cui Edwin Austin Abbey ed Henry James, che contribuirono a formare il suo stile maturo.
Fu in questo periodo che cominciò il suo notevole successo commerciale e la sua affermazione professionale: specializzandosi soprattutto nel ritratto a valenza psicologica, ottenne un grandissimo successo presso l’aristocrazia e l’alta borghesia europea ed americana.
Nel 1886 allestì uno studio a Londra, nell’elegante quartiere di Chelsea.
Nel 1887 tornò per la seconda volta negli Stati Uniti, dipingendo ritratti e grandi cicli di pitture murali in edifici pubblici a Boston e a New York.
Nel 1889 ricevette il Gran Premio all’Esposizione Universale di Parigi e fu nominato cavaliere della Legione d’Onore.
Nel 1894 fu nominato associato alla Royal Academy di Londra e nel 1897 ne divenne membro effettivo.
Negli anni successivi continuò a viaggiare, a dipingere e ad esporre i suoi quadri nelle sedi più prestigiose in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti.
Morì a Londra il 15 aprile 1925

e qui potete trovare tutti i suoi ritratti è un sito davvero interessante!

George Catlin o dei nativi americani

George Catlin
(1796 – 1872)

pittore, etnografo “ante litteram”, severo censore delle esasperazioni dell’avanzata dei bianchi verso ovest, avventuriero ma, soprattutto, grande amante delle culture native americane, George Catlin ebbe un merito enorme: capì nel 1830 che le nazioni indigene del Nord America erano condannate a finire schiacciate dalla fame di terra dei suoi connazionali. Per questo decise di spendere una lunga parte della sua vita tra gli indiani, loro ospite per settimane e, talvolta, mesi. Visitò la gran parte delle nazioni indiane e rilevò che una parte, quella che aveva già avuto il contatto con i bianchi, si avviava rapidamente verso un triste declino, mentre l’altra parte, quella più a ovest, era rimasta vigorosa e genuina in proporzione al rifiuto delle lusinghe dei commercianti di pelle bianca. Tra le tante cose a cui poté assistere ci fu la completa sparizione della gloriosa tribù dei Mandan (vedi la sezione Storia/500 Nazioni) ad opera del vaiolo, provocato (in due successive ondate) dall’intenzionale infestazione, vilmente procurata dall’uomo bianco, con coperte contaminate. Ritrasse la vita dei nativi e fu testimone di cerimonie fino ad allora considerate inaccessibili ad estranei alle tribù. Ritratti e paesaggi ci sono arrivati inalterati nella loro bellezza e costituiscono una preziosa testimonianza del passato.
Catlin nacque in Pennsylvania e aveva praticato legge prima di rivolgersi all’arte, si racconta che si fosse entusiasmato alla vista di alcuni membri di una delegazione di nativi amricani che lui aveva visto a Filadelfia, il loro portamento fiero sembrò incarnare l’ideals classico che lui aveva studiato ed amato nella sua gioventù
nel 1826.. Geroge Harvey incitò Catlin ad occuparsi della dei nativi americani per diventare lo storico e il narratore della loro vita
il desiderio di Catlin di dipingere i nativi americani non arriva soltanto dall’ideale romantico della sua gioventù, ma desiderava sinceramente documentare un modo di vivere per poter mostrare i loro usi e costumi non solo in patria, ma anche all’estero
Catlin non è sicuramente un grande pittore (I suoi primi ritratti erano stati criticati aspramenteame da William Dunlap ) e lo sapeva anche lui, era autodidatta e pensò che i suoi ritratti indiani non sarebbero giudicati per il merito artistico ma piuttosto come un documento di qualcosa che poi non ci sarà piu’

era assolutamente cosciente che i nativi americani sarebbero stati “eliminati” o “costretti” in terre non loro lo sentiva e lo percepiva
di Catlin si è detto e scritto di tutto, che fosse un avventuriero senza scrupoli e un pessimo pittore, ma io credo che se di Catlin ce ne fossero stati tanti, forse i nativi americani avrebbero avuto sorte migliore!!

Alphonse Mucha o del fascino dell’illustratore

Sarah Bernhardt ritratto

Alphonse Mucha
(1860 – 1939)

noto soprattutto per la sua abilità di “illustratore” Mucha è un artista multiforme e oltremodo interessante
i suoi manifesti e potremmo dire le sue “pubblicità” hanno esercitato un fascino grandissimo sui suoi contemporanei, è stato ampiamneto copiato sia il suo tratto maistrale sia la sua sorprendente capacità di uso del colore, ma Mucha non è solo un illustratore, ma anche un grande pittore

Alfons Mucha nasce a Ivancice una piccola città di provincia della Repubblica Ceca il 24 luglio 1860. Dopo aver trascorso alcuni anni a Brno, nel 1873 torna nella città natale dove, pur lavorando come impiegato, trascorre molto tempo a disegnare. Rifiutato all’Accademia di Praga, il giovane Mucha si stabilisce a Vienna, lavorando come scenografo (1879). Ma dopo solo due anni perde il lavoro ed è costretto a trasferirsi a Mikulov, dove sopravvive disegnando ritratti di nobili locali. Nel 1883 il conte Khuen Belassi lo incarica di affrescare alcuni ambienti del castello di Emmahof. In seguito lavora nel castello tirolese di Gandegg. Grazie al sostegno del conte, entra all’Accademia di Belle Arti a Monaco (1884). Nel 1888 decide di trasferirsi a Parigi, dove frequenta l’Académie Julian e l’Académie Colarossi. Senza l’aiuto finanziario del suo protettore, Mucha comincia a lavorare come illustratore per alcuni periodici francesi, fra cui “Petit Français Illustré” (1891-1895) e “Le monde moderne” (1895-1897). Nel 1892 riceve l’incarico di illustrare il libro Scènes et épisodes de l’historie d’Allemagne (C. Seignobos). Nel 1894 disegna il primo manifesto per Sarah Bernhardt con la quale stipula un contratto di collaborazione per i successivi sei anni. Nel 1896 esegue, oltre a numerose copertine per libri e riviste, il suo primo pannello decorativo, Le stagioni. Il successo definitivo arriva nel 1897, quando a Parigi gli sono dedicate due mostre: la prima alla Galerie de la Bodinière, la seconda al Salon des Cent. Fra il 1897 e il 1899 vengono pubblicati due libri con sue illustrazioni: Ilsée, princesse de Tripoli e Pater. All’Esposizione universale di Parigi del 1900 l’artista si guadagna una medaglia per la decorazione del padiglione della Bosnia-Herzegovina. Grazie alla notorietà acquisita, Mucha riceve, nel 1901, l’incarico di realizzare la decorazione della gioielleria Fouquet a Parigi, uno dei più famosi esempi di Art Nouveau. Nel 1902 accompagna l’amico Auguste Rodin a Praga, in occasione della mostra organizzata per il grande scultore francese. Nel 1904 l’artista moravo parte per New York: qui dipinge numerosi ritratti di personaggi dell’alta società americana. Rientrato in Europa, nel 1906 sposa a Praga Marie Chytilová. L’artista trascorre la luna di miele nel sud-ovest della Boemia, dove disegna il ciclo delle Béatitudes. Nell’autunno dello stesso anno riparte per gli Stati Uniti. Dopo aver assistito all’esecuzione della Mia Patria di Smetana, decide di dedicare il resto della sua attività artistica a preservare la cultura slava in tutte le sue forme. Grazie al sostegno del miliardario americano Charles R. Crane, Mucha crea, fra il 1910 e il 1928, il ciclo di pitture dedicate all’Epopea slava, una ventina di tele di grandi dimensioni che vengono donate alla città di Praga. Nel 1911 Mucha lavora agli affreschi per la sala del sindaco del nuovo municipio di Praga. Durante questi anni l’artista continua a svolgere l’attività di illustratore e autore di manifesti sia in Europa sia negli Stati Uniti, dove si reca numerose volte. Nel 1931 disegna un vetrata per la cattedrale di San Vito a Praga. L’artista muore nella città ceca il 14 luglio 1939.

Alphonse Mucha è sinonimo di Art Nouveau , uno stile di belle arti, arte decorativa e architettura che ha rotto con l’accademismo del 19 ° secolo a favore di linee floride ispirate all’ambiente naturale, un poster pubblicitario litografato che gli fu commissionato per creare un’opera teatrale con la celebre attrice Sarah Bernhardt nel 1894 e questo lavoro lo catapultò al successo immediato come artista commerciale
reso in pastelli pallidi, gran parte del suo lavoro raffigura bellissime giovani donne avvolte in abiti neoclassici incastonati tra fiori, piume e altre sensuali forme naturali, à stato celebrato non solo per l’illustrazione di manifesti pubblicitari, ma anche per la pittura, illustrazioni di libri, sculture e progettazione di scenografie teatrali, gioielli e carta da parati.
Mucha usava la litografia come tecnica di stampa per i suoi manifesti, alcuni dei suoi poster sono stati prodotti in set come The Four Seasons, i set completi sono tra i più ricercati dei suoi lavori

A Praga si trova un museo a lui dedicato

ho sempre avuto un sogno

ho sempre avuto un sogno, una favola che mi racconto, quando il vorticare della vita mi prende e mi rende confusa
In Giordania verso il nord (la zona di Irbid, verso il Golan), esiste una terra chiamata Dogara, un paesaggio molto particolare a tratti deserto di pietre tratti distese di ulivi e tin (alberi di fichi), riassume in sè tutte le anomalie di quella splendida terra
a Dogara vivono da sempre o per lo meno da quando hanno rinunciato al nomadismo una tribu’ di Bedu, ancora con le tende nere grandi, che contengono tutta la famiglia, ci sono le pecore e i cavalli (unico mezzo di trasporto), niente luce. e come miracolo della natura esiste una fonte sorgiva di acqua, che quelli di città hanno tentato in tutti i modi di trasformare in una fabbrica di acqua minerale senza riuscirci per una legge molto particolare per la quale il territorio occupato dai Bedu è loro fin quando lo abitano
I giovani della tribu’, frequentano la scuola e anche l’università, allontanandosi per anni dalla loro tribu’, e poi tornano, difficile resistere alla magia di quel luogo
Incontrai per puro caso questo spazio 38 anni fa e ci ritorno quando il progresso, il dolore mi tolgono il respiro, mi soffocano, mangio tin colti al momento, bevo una incredibile acqua fresca e un tè con un sapore leggermente amaro di el, e ascolto i vecchi che cantano le gesta degli antichi cavalieri accompagnandosi con il rababa
non si avverte il passare del tempo, nemmeno io che a casa sono sempre presa dall’ansia del fare. tutto quello che ti circonda acquista un valore grande, il profumo del gelsomino all’alba, il volare delle mosche, il suono del silenzio, e senti il tuo silenzio e lo vivi fino in fondo
fare il pane, lavare i panni alla sorgente diventano piaceri, quasi avessero dentro una loro armonica leggerezza, guardare i bambini giocare con le pietruzze colorate (chi ricorda il gioco delle biglie?), le loro grida, le loro risate sono in armonia col tutto
all’improvviso sento il bisogno di andarmene, gli affetti lontani, il lavoro, il progresso, la mia musica, la poesia, diventano ugenze, devo andare. ma poi ritorno e riparto e mi chiedo se il mio partire sia la paura del voler rimanere per sempre.
ho fatto un patto con mia figlia, quando verrà la mia ora di lasciarla per sempre, vorrei trovare riposo sotto un albero di tin, forse sarò in pace con la mia voglia dell’Occidene e dell’Oriente e il desiderio di ritorno ad una vita semplice avranno smesso di combattersi fra loro

non andare al fondo delle radici

pigne sparse non troppo lontano
coprono la tomba del soldato
i sopravvissuti alle pause
raccontano storie
ancora fresche negli occhi
una breve eclissi di luce
allontana una falena dai gatti

nimbo di pelle sanguina
su quel legno a basso costo
dove poggiano ossa stanche
ad ingoiare polvere e cenere

non andare al fondo delle radici
la vanga è troppo pesante
e magnoglie fioriscono – Aux soleils couchants (*) –
mentre la terra respira profonda

(*) Aux soleils couchants “Al tramonto di soli.” . questo verso è preso da una poesia di Verlaine

Eugene Galien Laloue… oh Parigi mia cara ( 4 )

Eugene Galien Laloue
(1854 – 1941)

nasce l’11 dicembre 1854 in Montmartre, il più vecchio di forse nove bambini e suo padre, Charles morì quando lui aveva sedici anni trovò un lavoro dal notaio locale, lasciò la scuola per lavorare ma poi si arruolò come militare, abbandonando quindi il suo lavoro e modificando anche il suo nome era il 1871
in quesgli anni decise di provare a dipingere, una reazione forse agli eventi “insanguinati” della guerra Franco-prussiana, un modo di dimenticare quello che lui aveva visto, nel 1874 lui ebbe un lavoro come un illustratore, che lo portò a dipingere anche panorami della provincia francese
il suo aproccio alla pittura fu sicuramente insolito per un giovane studente di arte, sembrava essere alimentato dai lavori e dai viaggi che faceva, gli piaceva mostrare il paesaggio naturalel, anche se detestava i fili d’erba e il fango, cosa insolita per chi vuole dipingere in “plain air” infatti i suoi quadri abbozzati all’aperto venivano finiti nel suo studio
era un carattere chiuso e lo dimostra anche il fatto che dipinse sotto diversi pseudonimi e benchè per lavoro avesse viaggiato non amava ritrarre i luoghi dei viaggi dal vero, preferiva prendere l’ispirazione dalle cartoline o dalle fotografie
non era certo una persona eccentrica, ma diremmo ora un conservatore
nella vita privata ebbe tre mogli che erano tre sorelle, che sposò una dopo l’altra cominciando dalla piu’ giovane
non amava la vita mondana, non aveva molti amici, l’unico suo piacere era andare in bicicletta per le vie di Parig per scegliere i suoi soggetti
una curiosità: vendeva i suoi dipinti tutti allo stesso prezzo e fu famosissimo negli U.S. come anche adesso!!
le scene che ritraevano Parigi erano di solito autunnali e invenali, mentre i panorami della provincia si riferivano alla primavera ed all’estate…

ha anche documentato la vita lungo i canali e le rive del mare e dei fiumi, mostrando un interesse per gli exploit marittimi. Era diventato molto popolare e ha continuato a dipingere le stesse scene di Parigi per tutta la sua carriera. Morì nella casa di sua figlia a Chérence, dove si erano rifugiati all’inizio della seconda guerra mondiale, il 18 aprile 1941.

Édouard Leon Cortès… oh Parigi, mia cara ( 1 )

Francois-Joseph Luigi Loir… oh Parigi mia cara ( 2 )

Jean Béraud… oh Parigi, mia cara ( 3 )

Diane Arbus o della fotografia al femminile

Diane Arbus
1923 – 197

ha lavorato molto per rendere “normali”per dargli cioè pari dignità e sottolineare l’importanza di una corretta rappresentazione di tutte le persone, gli emarginati
ha fotografato con una vasta gamma di soggetti, tra cui membri della comunità LGBTQ , spogliarelliste , artisti di carnevale , nudisti , nani , bambini, madri, coppie, anziani e famiglie della classe media
li ha fotografati in contesti familiari: le loro case, per strada, sul posto di lavoro, nel parco


Arthur Lubow mel suo articolo del New York Times Magazine del 2003 così dice:
“È nota per voler espandere il significato di “normalità” e viola i canoni della distanza “appropriata” tra fotografo e soggetto, facendo amicizia con loro, non considerandoli oggeti di cui poter disporre , è stata in grado di catturare nel suo lavoro una rara intensità psicologica. Era affascinata da persone che stavano creando visibilmente le proprie identità: travestiti, nudisti, attori di spettacolo, uomini tatuati, i nuovi ricchi, i fan delle star del cinema – e da coloro che erano intrappolati in un “costume” che non forniva più sicurezza o conforto. “


Michael Kimmelman scrive nella sua recensione della mostra “Diane Arbus Revelations” , “Il suo lavoro memorabile, nel complesso, non era tanto per mostrarlo, ma per se stessa, era tutto incentrato sul cuore: un feroce, cuore audace. Trasformò l’arte della fotografia (Arbus è ovunque, nel bene e nel male, nel lavoro degli artisti che oggi fanno fotografie), e prestò una nuova dignità alle persone dimenticate e trascurate in cui investiva così tanto di se stessa “.

Durante la sua vita ottenne un certo riconoscimento e fama con la pubblicazione, a partire dal 1960, di fotografie su riviste come Esquire , Harper’s Bazaar , il Sunday Times Magazine di Londra e Artforum
nel 1963 la Fondazione Guggenheim assegnò ad Arbus una borsa di studio per la sua proposta intitolata “American Rites, Manners and Customs”, la stessa borsa di studio che era stata assegnata a Dorothe Lange
nel 1966 ricevette il rinnovo del contratto da parte di John Szarkowski , direttore della fotografia al Museum of Modern Art (MoMA) di New York City , che sostenne il suo lavoro e lo inserì nella sua mostra del 1967 “New Document” insieme al lavoro di Lee Friedlander e Garry Winogrand
le sue fotografie sono state anche incluse in una serie di altre grandi mostre collettive

nel 1972, un anno dopo il suo suicidio , Arbus divenne la prima fotografa ad essere inclusa alla Biennale di Venezia
la prima grande retrospettiva del lavoro di Arbus si tenne nel 1972 al MoMA, organizzata da Szarkowski, la retrospettiva ha raccolto la più alta presenza di qualsiasi mostra nella storia del MoMA fino ad oggi, milioni di persone hanno visto mostre itineranti delle sue opere dal 1972 al 1979
il libro che accompagna la mostra, Diane Arbus: “An Aperture Monograph” , edito da Doon Arbus e Marvin Israel e pubblicato per la prima volta nel 1972, non è mai stato fuori stampa.

io amo moltissimo il suo lavoro che è sato molto discusso e controverso , suscitando in alcuni un travolgente senso di compassione, mentre altri trovano le sue immagini bizzarre e inquietanti r a volte anche immorali
ma è stata coraggiosa . ha sfidato le convenzioni stabilite che dettano la distanza tra fotografo e soggetto, determinando la cruda intensità psicologica che caratterizza la sua ritrattistica fotografica!
“Una fotografia è un segreto di un segreto. Più ti dice meno sai ”, disse una volta e in quella frase c’è molto del perchp del suo lavoro


nata Diane Nemerov il 24 marzo 1923 a New York, New York, è cresciuta in una famiglia benestante di origini russe, che le permise di perseguire interessi artistici fin dalla tenera età, vide per la prima volta le fotografie di Mathew Brady , Paul Strand ed Eugène Atget, mentre visitava la galleria di Alfred Stieglitz con suo marito Allan Arbus nel 1941
durante la metà degli anni ’40, la coppia iniziò un’impresa di fotografia commerciale che lavorò con Vogue e Harper’s Bazaar
negli anni ’50, Arbus iniziò a girare per le strade di New York con la sua macchina fotografica, documentando la città attraverso i suoi cittadini.
dopo aver lottato con episodi depressivi per tutta la vita, Arbus si suicidò il 26 luglio 1971 all’età di 48 anni. Nel 1972, un anno dopo la sua morte, la prima grande retrospettiva dell’opera di Arbus ebbe luogo al Museum of Modern Art di New York. Oggi, le sue opere sono conservate, tra le altre cose, nelle collezioni del Metropolitan Museum of Art di New York, della National Gallery of Art di Washington, DC e del Los Angeles County Museum of Art.

castelli omayyadi o del deserto giordano ( 5 ) Qasr Hallabat

potete trovare QUI una prefazione ai castelli del deserto, oggi vi parlo di un gioiello che forse verrà resturato almeno in una parte molto presto

durante la dinastia omayyade , i nobili e le famiglie benestanti eressero piccoli castelli in regioni semi-aride per servire come loro tenute di campagna o case di caccia. Per l’aristocrazia di Ummayad, la caccia era un passatempo preferito e questi castelli del deserto divennero importanti luoghi di relax e divertimento
in arabo, questi castelli del deserto sono conosciuti come qusur (pl.) / Qasr (sing.), erano spesso costruiti vicino a una fonte d’acqua o adiacenti come un’oasi naturale e spesso situati lungo importanti rotte commerciali, come le antiche rotte commerciali che collegano Damasco con Medina e Kufa
il complesso di Qasr Hallabat si trova nel deserto orientale della Giordania, originariamente era una fortezza romana costruita sotto l’imperatore Caracalla per proteggere i suoi abitanti dalle tribù beduine , questo sito risale al II e III secolo d.C., sebbene vi siano tracce di presenza nabatea
era uno dei tanti sulla strada principale romana, Via Nova Traiana , un percorso che collegava Damasco ad Aila (l’odierna Aqaba ) attraverso Petra e Filadelfia (l’odierna Amman )
tuttavia, entro l’ottavo secolo, il califfo omayyade Hisham ibn Abd al-Malik ordinò la demolizione delle strutture romane al fine di riqualificarlo come sito militare e come anche il suo territorio limitrofo perchè diventare uno dei più grandi complessi del deserto omayyade
guidato dal piano esistente, incorporò una moschea (si trovava a 15 metri dal sud-est della struttura principale), un complicato sistema idrico comprendente cinque cisterne e un serbatoio d’ acqua considerevolmente grande , e uno stabilimento balneare che ra sotuato a circa 3 km
inoltre, situata ad ovest del palazzo rimane una struttura chiusa probabilmente utilizzata per scopi agricoli come la coltivazione di ulivi e / o viti, è ancora in piedi solo una traccia di pietra e uno strato della struttura agricola, tre sezioni del muro della moschea, incluso il mihrab (arco semicircolare che indicava la direzione verso la Mecca) nella parete meridionale, rimangono intatte
il palazzo principale è costruito in basalto nero e calcare e ha una pianta quadrata con torri ad ogni angolo, di grande statura, le strutture principali sono state ulteriormente arricchite con mosaici decorativi che raffigurano un assortimento di animali, affreschi dettagliati e sculture in stucco altamente artigianali e pavimenti con mosaici

Circa 1400 metri a est del palazzo si trovano i resti della moschea, di piccole dimensioni, misura 10,70 per 11,80 metri ed è costruito in pietra calcarea stratificata
all’interno, due riwaq ( è un portico aperto su almeno un lato) ad archi dividono la moschea in tre sezioni
una modanatura arrotondata estende il perimetro dello spazio all’altezza di 2,10 metri, simile a Qusayr ‘Amra e Hammam as-Sarah (di cui parleremo più avanti), tre volte a tunnel sostengono il tetto della struttura, attorno alla moschea da nord, ovest e est sorgeva un portico largo 3,30 metri

dal 2002 al 2013, la Missione archeologica spagnola in Giordania ha realizzato un progetto di scavo, restauro e allestimento di un museo a lungo termine, diretto dal Dr. Ignacio Arce, era inclusa la collezione sistematica di tutti i rimanenti blocchi di pietra incisi, che sono un’attrazione molto speciale a Qasr Al Hallabat
contengono un testo legale relativo all’organizzazione militare del confine orientale dell’Impero bizantino, decretato dalla corte imperiale di Costantinopoli durante il regno dell’Imperatore Anastasio I (491-518 d.C.), le iscrizioni greche di oltre 300 linee e circa 70 capitoli, sono incise in 160 blocchi di basalto che sono stati riutilizzati nella muratura dei successivi periodi di costruzione

castelli omayyadi o del deserto giordano ( 1 ) Qasr Kharaneh

la Giordania è ricca di castelli o fortezze – castelli come dir si voglia e ce ne sono di tipi diversi, ci sono i castelli del deserto che sono stati costruiti dagli Omayyadi, poi ci sono quelli del periodo delle Crociate e poi alcuni atipici costruiti da Arabi

i Castelli di Amra, Kharaneh e Azraq sono alcuni degli esempi meglio conservati
dell’arte ed architettura degli Omayyadi**** dove si possono vedere i bagni, le moschee, il sistema per l’acqua
e anche i sistemi agricoli i pavimenti di mosaici e gli affreschi alle pareti
ad est di Amman se ne possono visitare una mezza dozzina
dei cosiddetti “castelli del deserto” costruiti iniziando dal settimo secolo DP
non è dacile raggiungerli, non ci sono mezzi che portano a loro e ci si deve
arrangiare con la macchina o con un taxi, per il Castello di Amra si deve contatattare il custode che venga ad aprire
questi castelli si pensa , anzi si è quasi certi che siano stati costruiti come postazioni in avanscoperta, sulla strada che univa Damasco capitale del Regno degli Omayyadi e le zonedell’Irak e dell’attuale Arabia Saudita
l’interpretazione sul cosa siano questi castelli si basa soprattutto sul cercare di
capire i motivi per i quali sono stati costruiti, sulla loro tipologia, struttura ed su quali siamo i rapportifra loro
i castelli del deserto possiamo dire in maniera tecnica che appartengono alla tipologia di struttura suburbana
ci sono infatti molte correlazioni tra i Castelli degli Omayyadi ed il suburbano delle antiche strutture precedenti, vi si trovano influenze architettoniche persiane, romane, che sono dovute sebza dubbio alla posizione centrale della Siria e anche allo spirito del primo Islam, infatti le antiche civiltà
hanno eretto le strutture suburbane” (fuori del città) per scopi differenti
per esempio, in Siria i Persiani, i romani ed il loro alleati arabi (Lakhmed in
Irak e Ghassanid in Siria) hanno cotruito fattorie per l’agricuktura,
castelli e fortezze di controllo, i Babilonesi stessi hanno costrito la prima fortezza in Mesopotamia nel secondo secolo, con una pianta quadrata e un portico centrale

questa tipologia ha influenzato molto le strutture dei castelli degli Omayyadi, neppure si può dimenticare l’infuenza bizantina nel disegno delle strutture, cioò nell’uso dello spazio ad esempio degli appartamneti e delle stanze private
certamente questi Castelli avevano varie funzioni, erano di volta in volta Fortezze ed avamposti, ma anche piacevoli luighi per il riposo dopo la caccia o per i bagni sia per i Califfi, sia per alti funzionari del Regno
il primo gruppo dei castelli è stato costruito fra il 661 e il 685
da Muawiya I e da suo figlio Yazid I sicuramente per svago e ricreazione, con le funzioni simili a quelle attrubuite alla “villa romana”
il secondo gruppo di castelli è stato costruito quasi certamente per motivi politici, forse una forma quasi moderna di propaganda per le politiche degli Omayyadi e per i funzionari “caravanieri” quelli cioè che facevano la spola fra la capitale, Damasco, in Siri e le altre città dei distretti in Arabia ed in Irak
e vennero costruiti fra il 685 e il 717 da Abd Al Malik ed i suoi due figli, Al Walid e Suliman
oltre ch a queste due tipologie abbiamo due luoghi dedicati ai bagni:
Amra e Sarah, costruiti quasi esclusivamente per comodità. e piacere…
il terzo gruppo di castelli è comparso verso la fine del periodo degli Omayyadi,
fra 717 e 743, sotto Hisham e Yazid II, per rivitalizzare la situazione socio-economica che stava andando in malora

hanno cominciato ad usare alcuni dei castelli precedenti, come Kharana e Muaqqar, e hanno costruito i nuovi castelli, quali Tuba, Mushatta
i castelli del deserto sono una testimonianza dei fiorenti inizi della civiltà Islamico-Arabo
questi “pavilions”, o stazioni caravaniere ,o bagni o case isolate per caccia, come si vogliano considerare erano contemporaneamente complessi agricoli e commerciali integrati, quando gli arabi musulmani sono riusciti a trasformare le frange del deserto in luoghi “innaffiati” costruendo pozzi ed usando pompe idrauliche , già sembra quasi impossibile, che i luoghi che ora sono completamente deserti fossero rigogliosi e fertili
sono: il catello di Al-Muwaqqar, di Kharaneh, di Al-Qastal, di Al Mushatta di Tuba, di Azraq, di Al-Hallabat di Amra di Hammam Assarah

Qasr Kharaneh

questa struttura imponente è situata a circa 65 chilometri ad est di Amman e 18 chilometri ad ovest di Amra
è di pianta quadrata su due piani e ai lati dell’ingresso vi erano le scuderie
Kharaneh è uno dei “monumenti” meglio conservati del periodo degli Omayyadi in terra giordana consiste di 61 stanze organizzate in 2 livelli circondati da una corte centrale e dei portici
queste stanze sono raggruppate come unità autonome, ciascuna consiste di un corridoio centrale ai cui lati si trovano le stanze che si aprono sul corridoio centrale
un contrafforte rotondo sostiene ciascuno dei 4 angoli e 2 torrette rotonde allineano l’entrata nel mezzo del lato del sud, mentre i contrafforti semi-rotondi occupano la metà dei 3 lati restanti
le pareti esterne sono perforate dalle aperture strette per lilluminazione e la ventilazione, non fessure per tirare frecce come a volte viene detto, ogni passaggio conduce alla corte centrale, è una stanza lunga, che è servita da scuderia e forse magazzino..
originalmente probabilmente un piccola ciserna mobile per l’acqua veniva posta nel mezzo del cortile per raccogliere l’acqua piovana dai tetti, l’acqua supplementare era forse ottenuta da filtri-fori scavati nella valle adiacente, non sono state trovate infatti trovatr cisterne per l’acqua o altre cose che
facciano pensare ad un approvigionamento idrico normale e per questo molti storici sono propensi a credere che non si tratti come supposto per molti secoli di una fortezza militare, ma di un lugo di incontro tra funzionari e con anche le autorità locali,visto anche che le stanze sono autonome e potrebbero essere delle piccole suites per ogni dignitario e poi le riunioni si tenevano nella grande stanza
da una scritta in cufico si apprende che il castello fu costruito nel 711 d.C.

****Omayyadi: nome di due distinte dinastie califfali arabe che prendono il nome dal loro clan di appartenenza. i Bànu Umayya, appartenente alla tribù dei Bànu Quràysh (o Coreisciti) di Mecca

manoscritti illuminati

ho una vera passione per i manoscritti illuminati, cerco sempre i musei che hanno raccolte , ma non sono molti, sono un esempio di come l’idea della scrittura diventi arte
i manoscritti illuminati sono libri scritti a mano, decorati con dipinti ed ornamenti di generi diversi.
Il termine illuminato deriverebbe dal latino lumen o luce, in quanto la miniatura, luminosa nell’uso dei colori e della foglia d’oro o di argento, dava preziosità e luce al testo scritto. Secondo un’altra interpretazione probabilmente più credibile (F. Brunello – De Arte Illuminandi) il termine illuminato discende invece dall’uso di lacche alluminate, cioè con allume come mordente, una pratica comune in questo tipo di pittura Dante nel canto XI del Purgatorio, quando incontra il miniatore Oderisi da Gubbio, scrive: “‘Oh’ dissio lui ‘non se’ tu Oderisi/ Lonor dAgobbio e lonor di quellarte/ Challuminar chiamata è in Parisi?'”


Le decorazioni sono di tre tipi principali:

  1. la miniatura, o i piccoli ritratti, non sempre illustrativi, si possono trovare nel testo od occupando la pagina intera o parte del bordo;
  2. lettere iniziali; che contengono scene o decorazioni elaborate;
  3. bordi; che possono consistere di miniature di quando in quando illustrative, o più spesso composteda motivi decorativi. Pssono occupare tutto lo spazio di testo o possono occupare solamente una piccola parte del margine della pagina, sono scritti su pergamena o altro materiale
    Dal 14°secolo fu usata carta meno sontuose.
    Dal 15° secolo s’è cercato di seguire sempre di piu’ quello che facevano i pittori e con l’invenzione della stampa il libro illuminato andò scomparendo
    l’illuminazione e decorazione di manoscritti è da considerarsi una delle forme più comuni di arte medievale; a causa delle sue origini monastiche, di solito di testi religiosi.
    I colori Ricchi sono una caratteristica comune, in particolare un uso di luxirious di oro ed argento.
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