il dolore è uno spazio vuoto

But sometimes when the night is slow,
the wretched and the meek,
we gather up our hearts and go
a thousand kisses deep
.

Leonard Cohen

il tempo rubato scivola sui fianchi
lascivi delle memorie e nuvole aspre
distendono grigi nel gelo soffiato
da bocche arse e urlanti

–Ritorna se vuoi–

— Ritorna se puoi —

ritornami in mente
nei campi ondulati
di un luglio da mietere al sole
nei prati bagnati
da gocce perlate di fresca rugiada

scendono distese a valle le ombre
di un tramonto d’estate
in file di rossi a foglie sparsi

il dolore è uno spazio vuoto
di desideri ormai cenere

questo freddo

comincia nel cuore questo freddo, arrivato d’improvviso, senza bussare alla porta con discrezione
si accoccola ai miei piedi e pretende di arrivare ai miei pensieri, con insistenza, decisione
impotente, stanca e senza desideri lo lascio vagare sulla mia pelle, giocare con le mie labbra, sfiorare i miei occhi
pur sempre un amico che arriva quando meno lo vorrei,
è un amico un compagno di tempi che si succedono e che non vogliono mai allontanarsi del tutto
lo temo e mi fa compagnia, gela le malinconie e i pianti, tramuntando le lacrime in cristalli salati, lasciando la pelle tirata che potrebbe spezzarsi al primo movimento
gli occhi mi dolgono, hanno dentro piccole punte di ghiaccio che impediscono loro il sonno e il riposo, come cime innevate che il sole non vuole scaldare
avvolgimi malinconia con un panno colorato e culla un corpo che ha bisogno di fuoco
a volte accade che la malinconia si faccia uccello e mi racchiuda fra le sue ali, ma basta un lieve soffio di vento o un rosso o un giallo ad allontanarla da me

dietro le ciglia della notte

1998 un anno molto difficille

mi sono persa,
il mio cuore è stanco
non brama più
l’esserti vicino
e la memoria non ha
più cassetti da aprire

dietro le ciglia della notte
ero qualunque cosa tu volessi
la bellezza
i sensi
il sorriso
il lamento
la femmina
l’anima
l’amica
le tue ferite dolorose
le lacrime del cielo
il ritornello
la conversazione
i labirinti
il rifugio
la dimora
il sogno
la realtà
l’esistenza
la pioggia,
le rose,
il viola,
il velluto,

per te vorrei essere
me stessa.
solo me stessa

“per un amore malato”

ad una “donna” che la violenza sotto forma di amore malato e possessivo ha spento per sempre

cammina sotto la pioggia
senz’ombrello
non vede le gocce
che bagnano
il suo impermeabile giallo

l’acqua spazza la polvere
della memoria dal suo volto stanco
percorre la strada senza ritorno
smarrita dai giorni consumati

cadono lacrime dagli alberi
a bagnare le ultime foglie
uno sparo,
e passi frenetici risuanano aspri
sull’asfato macchiato a sangue

da desideri d’aria trattenuti

cammina da un anno e un giorno
per terre luminose
di ombre sconosciute
l’arcobaleno che danza
senza bisogno di pioggia
in cerca dei sogni mai nati

respira tranquillo il freddo
sul ghiaccio tritato dell’alba
e le sue labbra sigillano un silenzio
tagliente come preghiera disperata

l’erba bagnata di brina
indossa una coperta solitaria
ragnatele a nodi perlati
da gocce di rugiada
allungano le braccia al grigio
di un cielo nuvoloso

— Riposano i sogni in acque increspate
da desideri d’aria trattenuti —

lacrime a scorrere furtive

a Giulia con affetto grandissimo!

lacrime a scorrere furtive
non lasciano scampo,
bagnano quello che di te resta
spudoratamente oscene

ti svelano al mondo
nuda, dolorante da lividi di vita
sciolgono l’argilla del viso
lasciando tracce di trucco colorato,
che un fiocco di cotone cancellerà
indifese orme di un dolore a forza rubato

ho viaggiato al femminile

danzano bagliori iridescenti nel palmo della mia mano ciprie di luce sulle guance sugli occhi, trucco leggero di polvere d’oro e d’argento

ho viaggiato al femminile
in un grande fiume agitato
dove l’erba è cresciuta
crisalide di un istante
e la mia rosa fiorirà in autunno.
ora è buio, l’aria è un colibrì
che vola senza fiati
e il ventre del melograno
è colmo

a lati opposti

a lati opposti seduti
guardammo dentro la sera
nel riflesso di un mare
fragoroso e scuro

la mano intenta ad accarezzare
fuggevole neri capelli
da umido silenzio attraversati

percorremmo tempi
appesi ad asciugare
come sogni annodati ad esili corde

lontane sirene squamate d’azzurro
a fluire guizzavano
rimescolando incosapevolmente
le acqua nere di un mare nemico

— prendimi, raggiungimi–

a lati opposti
di uno stesso specchio
lontane sirene squamate di rosso
a fluire guizzavano

Chaim Soutine o del deformare le figure

Chaim Soutine
1893 – 1943

un pittore difficile e complesso, che io però amo molto, nelle distorsioni delle sue figure e nelle sue nature morte c’è sempre disperazione, ma anche uno sguardo di dolorosa tenerezza…

cercando di collocare Chaim Soutine in una corrente artistica si dovrebbe scegliere l’Espressionismo, anche se, in realtà, come Modigliani o Viani, Soutine fu sostanzialmente un indipendente, un solitario, impermeabile ad influenze esterne, fuori da ogni movimento organizzato, fedele solo a sè stesso., Soutine, ebreo russo, giunge a Parigi, dicasettenne, nel 1911 dalla natia Lituania e si trova al centro di un mondo in grande fermento culturale, dove l’Impressionismo ha cambiato le regole del fare arte, dove ogni avventura intellettuale appare possibile e realizzabile, dove la frequentazione di un gruppo di pittori ebrei, accomunati non solo da affini ideali artistici ma anche da una coscienza di esiliati venata di malinconia, lo conforta e lo indirizza nella sua attività artistica: con Modigliani, Chaim Soutine rappresenterà in seguito l’espressione più tipica della cosiddetta “Scuola di Parigi”.

Determinante si rivela l’incontro con il conterraneo Marc Chagall e il suo mondo magico e fantastico, dove sfumano i parametri spazio-temporali e i colori si dispiegano liberamente ed arbitrariamente secondo la logica soggettiva di un artista affabulatore dotato di straordinaria capacità immaginativa, la stessa che Soutine, nel quale prevale invece una visione del mondo intensamente drammatica, riversa impetuosamente in allucinati paesaggi, tragiche figure,cupe nature morte con carcasse di animali squartati.
Di Chagall, Soutine coglie la vivace e violenta versione cromatica e la capacità di esternare la propria interiorità emotiva in modo assolutamente disinibito, personale ed autonomo, definendo poi ed affinando il suo linguaggio formale anche attraverso lo studio delle opere di Van Gogh, nel quale si identifica per una peculiare poetica dell’angoscia:
Soutine fu infatti personalità difficile, asociale, introversa, incline alla depressione, spesso sull’orlo del suicidio, definito dai suoi amici un selvaggio poco avvezzo all’uso delle posate ed alla pulizia personale.
Soutine nel tempo tende a strutturare in modo sempre più libero il suo linguaggio artistico, fatto di linee tese e contorte, colori guizzanti in inaspettate accensioni e violenti contrasti di luce, schemi compositivi di grande dinamismo, seppure nei termini di immagini sostanzialmente raffinate, talvolta ossessivamente ripetute nella forma e nel tema

Cosicché la distorsione della forma, che risente anche dello studio appassionato della pittura di El Greco, di Rembrand, di Toulouse Lautrec, nulla toglie alla sostanziale figuratività delle opere di Soutine, poichè, come afferma De Kooning, egli distorce la figura, ma non la persona.

Una disposizione di due forchette poggiate su un piatto di tre aringhe, del 1916, evoca un misero pasto condiviso.

Soutine era noto nella sua cerchia per non mangiare in modo da poter acquistare materiali artistici e, in seguito, per digiunare prima di dipingere la carne, usando la fame per affinare la sua percezione. Tra gli altri suoi crotchets c’era un’avversione per la tela nuda. Preferiva lavorare su vecchi dipinti che acquistava a buon mercato da antiquari e mercatini. almeno nelle fotografie, accattivantemente trasandato. Ha frequentato il Louvre e dipinto nature morte in un mélange di stili informati da Cézanne e, anche se per qualche motivo lo ha sempre negato con rabbia, van Gogh.
Nel 1918, con Parigi sotto la minaccia dell’invasione tedesca, Soutine si trasferì a Ceret, vicino al confine con la Spagna, e trascorse gran parte dei successivi tre anni viaggiando nel sud della Francia. Ha dipinto paesaggi vertiginosi, sull’orlo dell’informe, come qualsiasi cosa nell’arte fino ad oggi: tornado di pigmento, che sono amati da tutti i pittori con cui ne ho parlato. I suoi ritratti dai contorni storditi di persone a caso – amici, un pagatore d’albergo, una sposa, un pasticcere – forzano un ossimoro: caricatura empatica, che sembra allo stesso tempo deridere e amare la sventurata umanità. Il genio di Soutine raggiunge l’apice nei quadri di carne, realizzati dopo il suo ritorno a Parigi, nel 1921. Comprò i soggetti dai macelli e li trattenne così a lungo che, secondo un racconto spesso raccontato, il loro fetore marcio spinse i suoi vicini a chiamare la polizia. Ha invocato la necessità artistica e – tutti salutano i francesi – è riuscito a un compromesso accettando di ridurre l’odore con la formaldeide. Sfortunatamente, la sostanza chimica ha offuscato i colori della carne, cosa che Soutine ha rimediato bagnando regolarmente le carcasse con sangue fresco.
Lavorava in modo spasmodico, con frenesia estatica a seguito di incantesimi incolti. Invece di prendersi il tempo per pulire i pennelli, li ha scartati da un colore all’altro. I pennelli usati sporcherebbero il pavimento del suo studio. li ha scartati da un colore all’altro. I pennelli usati sporcherebbero il pavimento del suo studio. li ha scartati da un colore all’altro. I pennelli usati sporcherebbero il pavimento del suo studio.
Nel 1922, il primo collezionista americano di pittura moderna, Albert Barnes, fece visita al rivenditore di Soutine. Quasi cinquanta dipinti erano in vendita. Barnes li ha comprati tutti. (Sedici di loro sono in mostra nel museo della Barnes Foundation, recentemente trasferito, nel centro di Philadelphia.) Il successo a Parigi è arrivato rapidamente. A soli ventinove anni, Soutine era una star, beneficiando di un rinnovato gusto per l’arte figurativa sulla scia demoralizzata della prima guerra mondiale. Venne associato all’espressionismo tedesco e austriaco: un errore. L’espressionismo è uno stile. Soutine ha strappato lo stile a brandelli. C’è un’immediatezza stranamente realista nei dipinti di carne. Si sforzò con ogni mezzo – spatola, bastoncini, pollici – di trasporre le forme e le sostanze che vedeva direttamente nella materia della pittura. Il processo potrebbe sembrare qualcosa tra un incontro di lotta nel fango e una lotta all’ultimo sangue: orribile, nei casi di galline spennate nude e appese al collo, con i becchi spalancati come se gridassero. Altre immagini sono tenere: conigli morti interi e pesci pacifici come bambini che sono stati cantati per dormire. Greenberg si è lamentato del fatto che il lavoro di Soutine fosse “più simile alla vita stessa che all’arte visiva”. Aveva ragione!

in sguardi orlati a sbieco

il silenzio cieco ruba il tempo
in sguardi orlati a sbieco

della prossima vita
i sussurri tengono la penna
/come manico di coltello/
inchiostro di fumo verga
tristezze di tempi lenti
/come gli anni delle vergini/

oltrepassare la porta del viaggio
è attraversare il muro dell’addio
i bagagli pesanti accalcati
su vagoni merci in tratte solitarie

ora è buio, l’aria è un colibrì
che vola senza fiati
/a rincorrere la mia ombra
che affonda nella memoria/