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“Lacrime a due mani” di Biagina e Matilde

girando per i vari spazi di WordPress ho conosciuto diverse persone , fra cui Biagina Danieli che trovate qui: PAROLE E BASTA, scrive poesie con una spontaneità e verità a volte disarmante, i suoi versi sono sempre emozioni di cuore di pancia e di testa, non si tira mai fuori dalle situazioni, ci entra a capofitto e le racconta, si presenta senza maschere, offrendo a chi la legge se stessa, per questo a me piace tantissimo.

Ieri nel suo spazio ho letto questi versi:

“Non puoi farne a meno”

Non è il diavolo

a rubarti l’anima

ma tutte le mani sporche

che l’hanno toccata e stritolata

Non sarà dio

a curarla

ma le tue lacrime salate

versate fino all’ultima goccia di dolore

Non sarà nemmeno l’ultima volta

perché non puoi fare a meno

dell’amore

BD

Anzio 23 luglio 2020

e mi hanno colpito e suscitato emozioni e parole e usando un suo verso ne è uscito questo che dedico a lei con tanto affetto

In un abbraccio avvolte
“””le tue lacrime salate”””
riflesse ombre da specchi
d’oblio cangianti

ologrammi di mute ricordanze
al sole sparsi.

*In’shallah mumken bucra*
(se dio vuole, forse, domani)

grazie amica mia!

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la vita ti rincorre

anno ……………, un anno davvero complicato

la vita ti rincorre, ti segue, ti spinge, ti affanna e tu vorresti che a volte si fermasse, o passasse piu’ in fretta o ti allontanasse da quello che non vuoi vedere, che non vuoi sentire, che non puoi non vedere…
la vita “è una brutta bestia” diceva la nonna, “ma se l’accarezzi, puoi farla diventare mansueta”
ho nelle orecchie queste parole, mentre nel cuore ho dolore e sbigottimento, e vorrei oggi potere accarezzare la vita, perchè diventasse mansueta, perchè mi regalasse un sorriso, un gesto, che mi riconcigliasse con lei
a volte urlare il dolore serve anche a questo.. e rimanere in silenzio serve anche a questo e ricordarsi che ho le bollette da pagare, che ho la macchina che non parte e che vorrei essere dove non sono, serve. serve, serve …
perchè la vita è una brutta bestia, che può divenatre mansueta se noi lo vogliamo.

Giovanni Boldini o delle donne alla “Moda”

Marthe Régnier

non è fra i miei pittori favoriti, ma senza dubbio i ritratti delle sue donne sono affascinanti, queste donne bellissime, eleganti, perfette a me a volte danno una strana malinconia e mi domando ma invecchieranno mai?

«Boldini sapeva riprodurre la sensazione folgorante che le donne sentivano di suscitare quand’erano viste nei loro momenti migliori.» Con queste parole Cecil Beaton, tra i primi e più celebri fotografi di moda del Novecento, sanciva il talento del pittore ferrarese nel ritrarre la voluttuosa eleganza delle élite cosmopolite della Belle Époque, nel saper celebrare le loro ambizioni e il loro raffinato narcisismo.
Nella sua opera la moda ha rivestito un ruolo essenziale: colta inizialmente per quel suo essere quintessenza della vita moderna, elemento che ancòra l’opera alla contemporaneità, la moda – intesa come abito, accessorio, ma anche sofisticata espressione che trasfigura il corpo in luogo del desiderio – diviene ben presto un attributo essenziale e distintivo della sua ritrattistica. Grazie ad una pittura accattivante, che unisce una pennellata nervosa e dinamica all’enfatizzazione di pose manierate e sensuali volte ad esaltare tanto le silhouette dei modelli quanto le linee dei loro abiti, e con la complicità delle creazioni dei grandi couturier come Worth, Doucet, Poiret e le Sorelle Callot, Boldini afferma una personale declinazione del ritratto di società che diviene un vero e proprio canone, modello di stile e tendenza che anticipa formule e linguaggi del cinema e della fotografia glamour del Novecento.

Dal WEB:

Nato a Ferrara nel 1842, Giovanni Boldini si accosta alla pittura grazie al padre Antonio, valido pittore purista attratto dai maestri del Quattrocento. Gli anni della sua formazione saranno dedicati, infatti, alla riproduzione delle opere rinascimentali conservate nei musei ferraresi e alla frequentazione dello studio dei fratelli Domenico e Girolamo Domenichini, pittori e decoratori. Nel 1858 esegue un Autoritratto giovanile e alcuni ritratti di gentildonne e notabili ferraresi, iniziando così ad affrontare quel genere artistico che non avrebbe mai abbandonato: il ritratto borghese. Nel 1862, grazie a una piccola eredità ricevuta da uno zio, Boldini si trasferisce a Firenze per frequentare l’Accademia di Belle Arti e diviene amico inseparabile di Michele Gordigiani e Cristiano Banti che lo introdurranno al circolo di artisti che si riuniva al Caffè Michelangelo, ritrovo dei Macchiaioli. Qui Boldini dipinge ritratti e paesaggi e conosce molti esponenti della comunità inglese di Firenze, fra cui i Falconer. Nel 1865 è ospite di Diego Martelli a Castiglioncello e l’anno dopo compie un viaggio a Napoli con l’amico Cristiano Banti, che ritrarrà in quegli stessi anni, contemporaneamente ai suoi figli Alaide Banti e Leonetto Banti (1866). In occasione dell’Esposizione Universale, nel 1867 Boldini si reca per la prima volta a Parigi, dove incontrerà Degas, Manet e Sisley. Di ritorno in Toscana, l’anno successivo inizierà ad affrescare (con scene campestri) la sala da pranzo della villa dei Falconer, detta “La Falconiera”, nella campagna pistoiese, lavoro che, sospeso più volte, si concluderà solo nel 1870. Dopo un breve soggiorno a Londra nel 1870, dove si avvicinerà alla ritrattistica inglese del Settecento, nell’ottobre del 1871 si trasferisce definitivamente a Parigi. Qui dapprima dipinge quadri di genere e di costume di gusto neosettecentesco su commissione di Goupil, uno dei mercanti più alla moda, per il quale dipingono anche De Nittis, Meissonier, Palizzi e Fortuny. In seguito, intorno al 1874, Boldini si dedicherà alle vedute di strade e di piazze parigine ma soprattutto alla ritrattistica, divenendo uno dei pittori prediletti dell’alta società parigina. In quegli stessi anni che vedono a Parigi la consacrazione del movimento impressionista (nel 1874 si terrà la mostra presso lo studio del fotografo Nadar), Boldini offre nei suoi quadri la visione di un mondo diverso, più buio e dinamico. Il suo riferimento francese sarà Degas e la sua pittura degli “interni” piuttosto che quella tipicamente “en plein air”. Boldini, così, negli anni Settanta, abbandona del tutto le vedute urbane all’aperto per immergersi nelle atmosfere affollate dei teatri, delle feste e soprattutto dei caffè, nuovo fulcro di vita contemporanea. L’evoluzione sarà anche di tipo stilistico, nello scurire gradatamente la tavolozza verso i grigi, il marrone e il nero e nel rendere più rapida e sintetica la sua pennellata. Ciò avverrà anche in seguito alle suggestioni ricevute durante un viaggio compiuto nel 1876 in Olanda e in Germania, dove era rimasto particolarmente colpito dalle opere di Frans Hals e da quelle del contemporaneo Adolph Menzel. Nel 1882 dipinge il ritratto del musicista Emanuele Muzio, il quale lo metterà in contatto con Giuseppe Verdi, che poserà per lui nel 1885 durante un momentaneo ritorno in Italia. Completato il ritratto di Verdi nel 1886, l’anno dopo verrà invitato dal grande compositore alla prima dell’Otello alla Scala. Negli anni Novanta, durante i suoi lunghi soggiorni in Italia, prolificano i ritratti di grande formato (di una eleganza originale) e le serate mondane alle prime delle opere. Nel fatidico 1900 Boldini è a Palermo per ritrarre Donna Franca Florio, dipinto che verrà esposto alla Biennale di Venezia nel 1903. Partecipa, poi, all’Esposizione Universale di Parigi con i ritratti di Whistler, dell’Infanta Eulalia di Spagna e altri dipinti. Costantemente presente, e con successo, a vari Salon e mostre internazionali, morirà a Parigi, per una broncopolmonite, l’11 gennaio del 1931. Verrà sepolto nella Certosa a Ferrara.

Alphonse Mucha o del fascino dell’illustratore

Sarah Bernhardt ritratto

Alphonse Mucha
(1860 – 1939)

noto soprattutto per la sua abilità di “illustratore” Mucha è un artista multiforme e oltremodo interessante
i suoi manifesti e potremmo dire le sue “pubblicità” hanno esercitato un fascino grandissimo sui suoi contemporanei, è stato ampiamneto copiato sia il suo tratto maistrale sia la sua sorprendente capacità di uso del colore, ma Mucha non è solo un illustratore, ma anche un grande pittore

Alfons Mucha nasce a Ivancice una piccola città di provincia della Repubblica Ceca il 24 luglio 1860. Dopo aver trascorso alcuni anni a Brno, nel 1873 torna nella città natale dove, pur lavorando come impiegato, trascorre molto tempo a disegnare. Rifiutato all’Accademia di Praga, il giovane Mucha si stabilisce a Vienna, lavorando come scenografo (1879). Ma dopo solo due anni perde il lavoro ed è costretto a trasferirsi a Mikulov, dove sopravvive disegnando ritratti di nobili locali. Nel 1883 il conte Khuen Belassi lo incarica di affrescare alcuni ambienti del castello di Emmahof. In seguito lavora nel castello tirolese di Gandegg. Grazie al sostegno del conte, entra all’Accademia di Belle Arti a Monaco (1884). Nel 1888 decide di trasferirsi a Parigi, dove frequenta l’Académie Julian e l’Académie Colarossi. Senza l’aiuto finanziario del suo protettore, Mucha comincia a lavorare come illustratore per alcuni periodici francesi, fra cui “Petit Français Illustré” (1891-1895) e “Le monde moderne” (1895-1897). Nel 1892 riceve l’incarico di illustrare il libro Scènes et épisodes de l’historie d’Allemagne (C. Seignobos). Nel 1894 disegna il primo manifesto per Sarah Bernhardt con la quale stipula un contratto di collaborazione per i successivi sei anni. Nel 1896 esegue, oltre a numerose copertine per libri e riviste, il suo primo pannello decorativo, Le stagioni. Il successo definitivo arriva nel 1897, quando a Parigi gli sono dedicate due mostre: la prima alla Galerie de la Bodinière, la seconda al Salon des Cent. Fra il 1897 e il 1899 vengono pubblicati due libri con sue illustrazioni: Ilsée, princesse de Tripoli e Pater. All’Esposizione universale di Parigi del 1900 l’artista si guadagna una medaglia per la decorazione del padiglione della Bosnia-Herzegovina. Grazie alla notorietà acquisita, Mucha riceve, nel 1901, l’incarico di realizzare la decorazione della gioielleria Fouquet a Parigi, uno dei più famosi esempi di Art Nouveau. Nel 1902 accompagna l’amico Auguste Rodin a Praga, in occasione della mostra organizzata per il grande scultore francese. Nel 1904 l’artista moravo parte per New York: qui dipinge numerosi ritratti di personaggi dell’alta società americana. Rientrato in Europa, nel 1906 sposa a Praga Marie Chytilová. L’artista trascorre la luna di miele nel sud-ovest della Boemia, dove disegna il ciclo delle Béatitudes. Nell’autunno dello stesso anno riparte per gli Stati Uniti. Dopo aver assistito all’esecuzione della Mia Patria di Smetana, decide di dedicare il resto della sua attività artistica a preservare la cultura slava in tutte le sue forme. Grazie al sostegno del miliardario americano Charles R. Crane, Mucha crea, fra il 1910 e il 1928, il ciclo di pitture dedicate all’Epopea slava, una ventina di tele di grandi dimensioni che vengono donate alla città di Praga. Nel 1911 Mucha lavora agli affreschi per la sala del sindaco del nuovo municipio di Praga. Durante questi anni l’artista continua a svolgere l’attività di illustratore e autore di manifesti sia in Europa sia negli Stati Uniti, dove si reca numerose volte. Nel 1931 disegna un vetrata per la cattedrale di San Vito a Praga. L’artista muore nella città ceca il 14 luglio 1939.

Alphonse Mucha è sinonimo di Art Nouveau , uno stile di belle arti, arte decorativa e architettura che ha rotto con l’accademismo del 19 ° secolo a favore di linee floride ispirate all’ambiente naturale, un poster pubblicitario litografato che gli fu commissionato per creare un’opera teatrale con la celebre attrice Sarah Bernhardt nel 1894 e questo lavoro lo catapultò al successo immediato come artista commerciale
reso in pastelli pallidi, gran parte del suo lavoro raffigura bellissime giovani donne avvolte in abiti neoclassici incastonati tra fiori, piume e altre sensuali forme naturali, à stato celebrato non solo per l’illustrazione di manifesti pubblicitari, ma anche per la pittura, illustrazioni di libri, sculture e progettazione di scenografie teatrali, gioielli e carta da parati.
Mucha usava la litografia come tecnica di stampa per i suoi manifesti, alcuni dei suoi poster sono stati prodotti in set come The Four Seasons, i set completi sono tra i più ricercati dei suoi lavori

A Praga si trova un museo a lui dedicato

la ragazza che lavora ai grandi magazzini

La ragazza che lavora ai grandi magazzini
esce dalla sua stanza del secondo piano,
accende la luce della scala,

la sua faccia è smarrita al chiarore,
ed esita un poco, prima che la via
inghiotta il suo mondo.

andrà al café anche questa mattina,
a cullarsi la sua prima tazza
stretta nel suo cappotto

ora è freddo sulla via
e questo café che ama la riscalda

sogna di rimanere lì più lungamente
per sedersi ad un tavolo d’angolo

e leggere
ascoltare musica

e chi sa,
forse all’improvviso
lui arriverà
e sarà come l’altro
e l’altro ancora

domani prenderà una cioccolata calda
con panna e due cialde di zucchero

quel treno di vetro

quel treno di vetro
ogni volta che passa,
lambisce di donna
l’impossibile parete,

dolore nero respira
da polmoni di ferro
urla rotte nel buio
a invecchiare sui binari
la cenere del fuoco

un tratto aguzzo
tra bianche distanze
prossime o lontane
a sigillare con vecchie catene
la stretta porta
di ogni singola scena.

oltre i resti del vetro,
fracassato con amore,
a lama impugnati
qual neri residui
di dolore quotidiano,

la geometria del tutto si ricompone
nel giro del sole all
orizzonte

lei non sapeva scrivere

lei non sapeva scrivere,
il dolore sul suo viso
ha cancellato le parole
prima di completare la storia

–“non c’è spazio al ritorno
della conoscenza che incombe
l’ignoranza è il paradiso perduto”–

il pensiero di una memoria svuotata
è rimasto con lei ogni volta
che l’occhio ha provato a vedere

in silenzio ha seguito ombre
lungo il corridoio ansante e buio

ha preparato il tè
alla fine.

Diane Arbus o della fotografia al femminile

Diane Arbus
1923 – 197

ha lavorato molto per rendere “normali”per dargli cioè pari dignità e sottolineare l’importanza di una corretta rappresentazione di tutte le persone, gli emarginati
ha fotografato con una vasta gamma di soggetti, tra cui membri della comunità LGBTQ , spogliarelliste , artisti di carnevale , nudisti , nani , bambini, madri, coppie, anziani e famiglie della classe media
li ha fotografati in contesti familiari: le loro case, per strada, sul posto di lavoro, nel parco


Arthur Lubow mel suo articolo del New York Times Magazine del 2003 così dice:
“È nota per voler espandere il significato di “normalità” e viola i canoni della distanza “appropriata” tra fotografo e soggetto, facendo amicizia con loro, non considerandoli oggeti di cui poter disporre , è stata in grado di catturare nel suo lavoro una rara intensità psicologica. Era affascinata da persone che stavano creando visibilmente le proprie identità: travestiti, nudisti, attori di spettacolo, uomini tatuati, i nuovi ricchi, i fan delle star del cinema – e da coloro che erano intrappolati in un “costume” che non forniva più sicurezza o conforto. “


Michael Kimmelman scrive nella sua recensione della mostra “Diane Arbus Revelations” , “Il suo lavoro memorabile, nel complesso, non era tanto per mostrarlo, ma per se stessa, era tutto incentrato sul cuore: un feroce, cuore audace. Trasformò l’arte della fotografia (Arbus è ovunque, nel bene e nel male, nel lavoro degli artisti che oggi fanno fotografie), e prestò una nuova dignità alle persone dimenticate e trascurate in cui investiva così tanto di se stessa “.

Durante la sua vita ottenne un certo riconoscimento e fama con la pubblicazione, a partire dal 1960, di fotografie su riviste come Esquire , Harper’s Bazaar , il Sunday Times Magazine di Londra e Artforum
nel 1963 la Fondazione Guggenheim assegnò ad Arbus una borsa di studio per la sua proposta intitolata “American Rites, Manners and Customs”, la stessa borsa di studio che era stata assegnata a Dorothe Lange
nel 1966 ricevette il rinnovo del contratto da parte di John Szarkowski , direttore della fotografia al Museum of Modern Art (MoMA) di New York City , che sostenne il suo lavoro e lo inserì nella sua mostra del 1967 “New Document” insieme al lavoro di Lee Friedlander e Garry Winogrand
le sue fotografie sono state anche incluse in una serie di altre grandi mostre collettive

nel 1972, un anno dopo il suo suicidio , Arbus divenne la prima fotografa ad essere inclusa alla Biennale di Venezia
la prima grande retrospettiva del lavoro di Arbus si tenne nel 1972 al MoMA, organizzata da Szarkowski, la retrospettiva ha raccolto la più alta presenza di qualsiasi mostra nella storia del MoMA fino ad oggi, milioni di persone hanno visto mostre itineranti delle sue opere dal 1972 al 1979
il libro che accompagna la mostra, Diane Arbus: “An Aperture Monograph” , edito da Doon Arbus e Marvin Israel e pubblicato per la prima volta nel 1972, non è mai stato fuori stampa.

io amo moltissimo il suo lavoro che è sato molto discusso e controverso , suscitando in alcuni un travolgente senso di compassione, mentre altri trovano le sue immagini bizzarre e inquietanti r a volte anche immorali
ma è stata coraggiosa . ha sfidato le convenzioni stabilite che dettano la distanza tra fotografo e soggetto, determinando la cruda intensità psicologica che caratterizza la sua ritrattistica fotografica!
“Una fotografia è un segreto di un segreto. Più ti dice meno sai ”, disse una volta e in quella frase c’è molto del perchp del suo lavoro


nata Diane Nemerov il 24 marzo 1923 a New York, New York, è cresciuta in una famiglia benestante di origini russe, che le permise di perseguire interessi artistici fin dalla tenera età, vide per la prima volta le fotografie di Mathew Brady , Paul Strand ed Eugène Atget, mentre visitava la galleria di Alfred Stieglitz con suo marito Allan Arbus nel 1941
durante la metà degli anni ’40, la coppia iniziò un’impresa di fotografia commerciale che lavorò con Vogue e Harper’s Bazaar
negli anni ’50, Arbus iniziò a girare per le strade di New York con la sua macchina fotografica, documentando la città attraverso i suoi cittadini.
dopo aver lottato con episodi depressivi per tutta la vita, Arbus si suicidò il 26 luglio 1971 all’età di 48 anni. Nel 1972, un anno dopo la sua morte, la prima grande retrospettiva dell’opera di Arbus ebbe luogo al Museum of Modern Art di New York. Oggi, le sue opere sono conservate, tra le altre cose, nelle collezioni del Metropolitan Museum of Art di New York, della National Gallery of Art di Washington, DC e del Los Angeles County Museum of Art.

le donne hanno cappotti pesanti

le donne hanno cappotti pesanti
come i loro pensieri

si guardano nello specchio
un foglio di vetro riflettente
all’interno di una cornice di noce
agitano le mani a scacciare un ricciolo
sulla fronte, a colorare di rosso
pallide labbra, a rigare di nero
occhi verdi, azzurri nocciola

domani dimentiche del viso di ieri
ripeteranno il ricordo dei gesti allo specchio

le donne hanno scaffali d’avorio
con mucchi di carte, fogli bianchi
da scrivere e lettere d’amore
consumate, da ricordare

le donne vorrebbero un fantasma
per controllare i loro abiti mondani
quelli delle partenze da un lato
quelli degli arrivi dall’altro

i fantasmi sono onesti, silenziosi
spalmano le pareti d’anima
ombre senza testa, uccelli erranti
non occupano spazio e tempo

le donne mettono la carta
sotto il pollo fritto
per conservare puliti i piatti

le donne tolgono la chiave
alla loro tastiera, e spostano il mouse
sopra la loro pelle ferita
dai pixels erranti dell’ultimo amante.

Rebus Sic Stantibus

Timeo Danaos et dona ferentes

4000 Wu Otto

Drink the fuel!

quartopianosenzascensore

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Cucinando poesie

Per come fai il pane so qualcosa di te, per come non lo fai so molto di più. (Nahuél Ceró)

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