Wadi Mujib e fare canyoning in Giordania

Visitare il Wadi Mujib è un’esperienza a tutto tondo. Qualcosa da non perdere in occasione di un viaggio in Giordania, le attività possibili in zona sono molte e sempre in mezzo alla natura così selvaggia e apparentemente inospitale di questa zona della Giordania.
la mia zona preferita però rimane il canyoning fra le alte pareti di roccia,
Il Wadi Mujib nello specifico è un fiume, o wadi, che ha scavato nel corso del tempo una profonda gola e che si getta nel Mar Morto a 420 metri sotto il livello del mare.ì, Il punto si sbocco si trova nella parte centro-sud del Mar Morto, sul suo lato orientale.
fino ad oggi non ci sono mezzi pubblici che colleghino Amman al Mujib Adventure Center, e per visitare il Wadi Mujib sarà quindi necessario contrattare un passaggio in taxi da Amman a partire che costa circa 70 JOD (quasi 70 euro andat e ritorno per 5 persone) per 90 chilometri di strada oppure poter disporre di un’auto propria o a noleggio.
in auto da Madaba si imbocca la strada che conduce verso il Monte Nebo e quindi si segue per il Mar Morto. Costeggiando sulla destra il Mar Morto

per diversi chilometri si arriva infine al Mujib Bridge.

Il Wadi Mujib è parte della Riserva della Biosfera del Mujib, gestita dalla divisione ecoturismo, Wild Jordan, della RSCN (Royal Society for the Conservation of Nature).
questa riserva ha un’estensione di 212 chilometri quadrati e include un’ampia varietà di habitat, dalle colline fino al Mar Morto, da 700 a -400 metri sul livello del mare.
Nonostante possa sembrare una zona arida e inospitale, include ben sette wadi (corsi d’acqua) sempre attivi e una straordinaria varietà di fauna e flora.
Fra le specie presenti ci sono : il lupo siriano, la mangusta egiziana, la volpe di Blanford, il caracal, la iena striata, lo stambecco della Nubia, varie vipere e il cobra del deserto.
Vale la pena prendersi il tempo per esplorare questa zona praticando l’escursionismo, come ad esempio l’Ibex Trail, ma se non avete tanto tempo c’è un’attività alternativa molto divertente: il canyoning.
per fare questa attività bisogna avere almeno 18 anni, saper nuotare ed essere abbastanza in forma ah ah, e ci sono tre possibili itinerari :
1) (percorso più semplice di circa 2/3 ore) dal Visitor Center si risale il corso del fiume, all’ombra all’interno delle alti pareti del canyon fino alla base di una cascata alta 20 metri. In base alla stagione ci può essere più o meno acqua e al ritorno è possibile farsi trascinare dalla corrente per alcuni tratti.
2) (percorso di media difficoltà di circa 4 ore, non bisogna aver paura dell’altezza) dal Visitor Center attraverso le colline di roccia bianca si arriva a monte della cascata all’interno della gola. Dopo la discesa della cascata in corda doppia, si prosegue lungo il canyon seguendo la corrente per tornare al Visitor Center.
3) (percorso difficile di circa 7 ore, sempre senza paura dell’altezza) dal Visitor Center attraverso le colline di roccia Bianca si entra nel canyon risalendolo fino alla confluenza col Hidan River. Dopo il pranzo al sacco e una nuotata alle piscine naturali si effettua la discesa della cascata e si torna al Visitor Center.

Il vasto Wadi Mujib, definito orgogliosamente “il Grand Canyon della Giordania”, attraversa il paese dalla Strada del Deserto al Mar Morto Oltre che per la spettacolare bellezza, è importante per il significato storico: anticamente segnava infatti il confine tra il regno degli amoriti (a nord) e quello dei moabiti (a sud). Si ritiene inoltre che Mosè abbia attraversato a piedi il Wadi Mujib, allora noto come Valle di Arnon. La Strada dei Re attraversa le propaggini superiori del wadi, mentre quelle inferiori rientrano all’interno della Riserva della Biosfera del Wadi Mujib, che in genere si raggiunge passando per la Strada del Mar Morto.
La gola è profonda 1 km e larga 4 km, ma la strada che la attraversa, ovvero la Strada dei Re, si snoda per ben 18 km di tornanti per scendere lungo una parete del wadi, superare la DIGA che si trova in fondo e risalire dall’altra parte

Dal pittoresco paesaggio di olivi che si estende sull’altopiano sui due lati del wadi non si intuisce minimamente lo spettacolare squarcio che attraversa la regione.
Viaggiando in direzione sud, l’ultima cittadina da cui si passa prima di iniziare la discesa nel Wadi Mujib è Dhiban. In questa località, che un tempo era la potente capitale dell’impero fondato dal re Mesha nel IX secolo a.C., fu rinvenuta la Stele di Mesha. Dell’antico insediamento, però, non resta alcuna traccia, ed è difficile immaginare che questa cittadina anonima abbia un passato così illustre.

Jarash, l’antica Gerasa

gli utensili di pietra silicea treovati a Jarash, (Giordania) indicano che questo luogo era abitato dal periodo Neolitico 6000-4000 a.C. Recenti scavi hanno mostrato che era abitata anche durante l’età del bronzo e deò ferro 3200-1200 a.C. Essa viene considerata una della più importanri e meglio conservate città romane del vicino Oriente.
Jarash, già conosciuta come Antioca Chrysoroas ( fiume d’oro) o anche Gerasa, fu fondata durante il secondo secolo a.C. Dopo la conquista romana nel 63 a.C., Jearash con i suoi dintorni fu annessa alla provincia romana di Siria e più tardi fece partedella Decapoli. I Roamni garanirono sicurezza e pace nella regione e ciò permise alla popolazione di dedicare i suoi sforzi e il suo tempo allo sviluppo economico ed edilizio della città.
nella seconda metà del primo secolo a.C.la città raggiunse una grande prosperitàe realizzo un intenso programma di sviluppo edilizio con la costruzione del viale delle colonne (cardo massimo) e delle due vie trasvrsali, il decumanus meridionale e quello settentrionale


il tempio di Zeus fu costruito nel 22d.C.ed era ancora incompleto nel 76 d.C. , la porta settentrionale fu completata nel 75-76 d.C. e sempre in questo periodo furono completati il Foro Ellittico,

il tempio di artemide, i due teatri,

teatro settentrionale

teatro meridionale

e furono costruiti per merito di donazioni dei cittadini benestanti
nel 90 d.C. entrò afar partedella provincia romana di Arabia. nel 106 d.C. Traiano costrui delle strade che collegavano fra loro le varie province e questo aumentò di molto i commerci, sempre in questo periodo vennero costruiti due grandi bagni e nel 129-30 d.C. l’imperatore Adriano la visitò e l’arco di trionfo fu eretto poprio per celebrare questa visita. lìacqua fu porata enlla città dalle sorgenti di Ain el Qayrawan e Birkotain poco distanti a nor della città
dal 350 d.C. una grande comunità crustiana vi si stabilì e fra il358 e il 451 d.C. i vescovi della città erano membri del Consiglio di Seleucia e Calcidia, più di 13 chiese furono costruite ed anche una cattedrale.
il declino di Jerash fu dovuto all’invasione persianadel 614 d.C. (come per molte altre città della Giordania), comunque la città contunò a prosperare nel periodoOmeyyad, ma nel 746 un fortissimo terremoto provocò grandi distruzioni. Durante il periodo delle crociate, alcuni monumenti , come il tempio di Diana furono tramutati in fortezze. piano piano la popolazione si spostò e soltnto nel 1878 un gruppo molto numeroso di Circassi si installò nella città, dopo essere emigrati dalla loro patria i Asia Centrale e ancora oggi i loro discendenti anìbitano in Jarash
mei due teatri durante il mese di agosto viene allestito uno dei più grandi festival del folklore mondiale! E’ uno spettacolo straordinario che vale la pena di vedere almeno una volta, dal tramonto fino all’alba gruppi folkloristici di ogni paese si danno il cambio su di un palcoscenico davvero unico!

Il Wadi Rum o della Valle della Luna

OGGI HO VOGLIA DI QUESTI SPAZI….

il Wadi Rum definito anche Valle della Luna, è un affascinante Spazio di sabbia rossa da cui si alzano montagne di Roccia, fu molto amato da Laurence d’Arabia, che ne conosceva anche i piu’ reconditi segreti.
si trova a 30 Km da Aqaba, quindi abbastanza vicino al Mar Rosso, ed è da tanti anni il mio posto delle Fragole. di solito per arrivare al piccolo villaggio di Rum si usa la macchina e poi se uno vuole a piedi o a cavallo
entrare nel Wadi Rum è come entrare in un altro Mondo, un luogo silenzioso, enorme, incredibilmente senza tempo
montagne massicce e sagomate spuntano dalla sabbia rosa/rossa, in questo scenario il deserto è vivo, palpitante, di una strana bellezza con le rupi torreggianti di pietra scavata dal tempo, e dai colori indefinibili e mutanti secondo le ore del giorno e le stagioni
tutto intorno è vuoto e silenzio e in questi spazi immensi, ci si sente rimpiccioliti ridotti a granelli di sabbia ed è una senzione straordinaria, avverti fin nel profondo di far parte di quel paesaggio
ti sembra di percorrere le antiche valli della luna, e di trovare ad ogni passo tesori nascosti da milleni, senti in lontananza il galoppo di L.D’Arabia, che rincorre le tue orme e le tue fantasie
l’aria calda sembra gonfiare le colline e i canyon, e il cielo è limpido, terso di un azzurro cupo e a volte violento
la notte ti riporta ad un cielo stellato, aperto, ci puoi leggere come in una antica mappa,l a tenda nera dei beduini è una macchia scura in un buio, mai veramente tale, i suoni di un rababa si perdono nello spazio come cerchi concentrici che si allontano con tenera malinconia
ascolti il suono del silenzio, dei ricordi, dei sogni e dei desideri, del futuro
amo il deserto del Wadi, come nessun altro posto che ho conosciuto, amo l’ospitalità semplice e sincera dei bedu, amo il gaue morra, forte, amaro con quel sapore di hel che ti resta nella bocca nel tempo, amo ascoltare le ballate di Abu Tarek che parlano di guerrieri e di duelli, di caccia e d’amore per splendide fanciulle dalla pelle di pesca, amo svegliarmi all’alba raccolta nella pelle di montone, col suo sapore aspro, non ancora perduto, amo le voci squllanti dei bambini trattenute per non disturbare, amo il pane sottile e trasparente cotto sulla pietra
amo sì amo la sensazione di libertà assoluta, dai pensieri, dal quotidiano, da me stessa

8 dicembre 1982

Abu Saher, seduto sotto l’ulivo guardava lontano verso la valle di Emmà, il bastone fra le mani , la vecchia kefia bianca e nera arrotolata intorno al collo ad allentare il freddo di quel terso mattino.
Erano passati vent’anni da quell’8 dicembre in cui aveva salutato Yaacov, che lasciava la Giordania per la nuova terra di Israele, stringendogli la mano sotto l’ulivo che insieme avevano piantato il giorno in cui era nato il loro primo figlio, ma era come non si fossero mai allontanati da quel luogo consacrato ai loro affetti.
Abu Saher aveva ricevuto un telegramma sei giorni prima : – Yacoov, grave, ricoverato ospedale Telaviv.-, ma gli era stato impedito di oltrepassare il confine, le autorità israeliane non avevano dato il permesso, e non aveva potuto stringere un’ultima volta la mano dell’amico che ora se n’era andato per sempre.
Il suo viso rugoso si contrasse e lacrime dolorose riempirono i suoi occhi stanchi.
Si avvicinò all’ulivo ancora giovane e legò intorno al tronco la sua Kefia, e depositò vicino alle radici il suo bastone, lasciò in quel luogo il suo dolore per l’amico che non aveva potuto salutare prima del suo ultimo viaggio.
Abu Saher abbandonò per sempre quel luogo in un sereno mattino di 10 anni dopo e ancora oggi si vede la kefia , ormai logora e sfilacciata legata al tronco e si sentono le voci scherzose dei nipoti di Abu Saher e di Yacoov che felici si ritrovano insieme attorno all’ulivo ogni 8 dicembre.

Umm Qais: crocevia di Genti e di Problemi

questa è in assoluto il luogo che amo di più della Giordania! è un luogo senza tempo dove si incrociano paesi e civiltà dove il tramonto è unico e il cielo così terso che devi chiudere gli occhi, io ci vado spessissimo, e ho scelto le poche foto che ho fatto, di solito non faccio foto qui mi basta gustare quello che vedono i miei occhi! sono foto di due anni diversi il 2010 al tramonto e il 2015 il mattino . sono bruttine perchè io sono un pessimo fotografo, ma sono quello che ho!

Umm Qais, antica Gadara, città regina delle dodecapoli, è oggi un crocevia di genti fra loro opposte, un incrocio di spazi e di problemi.
dalle sue rovine è possibile vedere il lago di Tiberiade, in terra di Palestina, ora occupata da Israele; le colline del Golan in terra di Syria, e le colline che in lontanza segnano il limitare del Libano


luogo suggestivo e insieme di ricordi per molti popoli, è straordinario visitarlo la sera , come dicono da quelle parti “al magreb” quando il sole sta per tramontare, la luce è rarefatta e straordinariamente limpida, il cielo azzurro si incupisce lentamente e dalle colline affiorano rosa e arancioni, che via via diventano tramonto completo e subito buio.

Umm Qais o Qays (in arabo : أم قيس , letteralmente “Madre di Qais”) è una città nel nord della Giordania nota principalmente per la sua vicinanza alle rovine dell’antica Gadara . È la città più grande del dipartimento di Bani Kinanah e del governatorato di Irbid nell’estremo nord-ovest del paese, vicino ai confini della Giordania con Israele e Siria . Oggi il sito è diviso in tre aree principali: il sito archeologico (Gadara), il villaggio tradizionale (Umm Qais) e la città moderna di Umm Qais
Si è espansa dalle rovine dell’antica Gadara, che si trovano su un crinale a 378 metri sul livello del mare, che si affaccia sul Mar di Tiberiade , le alture del Golan e la gola del fiume Yarmouk . Strategicamente centrale e situato vicino a molteplici fonti d’acqua, Umm Qais ha storicamente attirato un alto livello di interesse.
Gadara era un centro della cultura greca nella regione durante i periodi ellenistico e romano


Il nome Gadara potrebbe aver significato “fortificazioni” o “città fortificata”, nel 63 ac , il generale romano Pompeo conquistò la regione, Gadara fu ricostruita e divenne membro della Decapoli romana semiautonoma
33 anni dopo Augusto la legò al regno ebraico del suo alleato, Erode . Dopo la morte del re Erode nel 4 ac, Gadara divenne parte della provincia romana della Siria
dopo la cristianizzazione dell’Impero Romano d’Oriente , Gadara mantenne il suo importante status regionale e divenne per molti anni la sede di un vescovo cristiano, le più antiche testimonianze archeologiche a Umm Qais, alcuni frammenti di ceramica trovati a Garada, risalgono alla seconda metà del III secolo a.C.

la battaglia di Yarmouk nel 636 a poca distanza da Gadara, portò l’intera regione sotto il dominio arabo-musulmano. Intorno al 747 la città fu in gran parte distrutta da un terremoto e fu abbandonata.
nel 1596 apparve nei registri fiscali ottomani denominati Mkis , situati nel nahiya (sottodistretto) di Bani Kinana, parte del Sanjak di Hawran, aveva 21 famiglie e 15 scapoli; tutti musulmani , oltre a 3 famiglie cristiane . Gli abitanti del villaggio pagavano un’aliquota d’imposta fissa del 25% sui prodotti agricoli; compresi grano, orzo, colture estive, alberi da frutto, capre e arnie. La tassa totale era di 8.500 akçe
Umm Qais vanta un imponente edificio del tardo periodo ottomano , la residenza del governatore ottomano conosciuta come Beit Rousan, “Rousan House”.

ci sono tante strade per arrivare, questa è la strada che passa attraverso una zona detta “di nessuno”, per usare questa strada bisogna farsi perquisire la macchina e se stessi e si viaggia a 10 metri dal filo spinato che delimita la zona israeliana.quella specie di gabbiotto che si vede è un posto di osservazione israeliano

ho sempre avuto un sogno

ho sempre avuto un sogno, una favola che mi racconto, quando il vorticare della vita mi prende e mi rende confusa
In Giordania verso il nord (la zona di Irbid, verso il Golan), esiste una terra chiamata Dogara, un paesaggio molto particolare a tratti deserto di pietre tratti distese di ulivi e tin (alberi di fichi), riassume in sè tutte le anomalie di quella splendida terra
a Dogara vivono da sempre o per lo meno da quando hanno rinunciato al nomadismo una tribu’ di Bedu, ancora con le tende nere grandi, che contengono tutta la famiglia, ci sono le pecore e i cavalli (unico mezzo di trasporto), niente luce. e come miracolo della natura esiste una fonte sorgiva di acqua, che quelli di città hanno tentato in tutti i modi di trasformare in una fabbrica di acqua minerale senza riuscirci per una legge molto particolare per la quale il territorio occupato dai Bedu è loro fin quando lo abitano
I giovani della tribu’, frequentano la scuola e anche l’università, allontanandosi per anni dalla loro tribu’, e poi tornano, difficile resistere alla magia di quel luogo
Incontrai per puro caso questo spazio 38 anni fa e ci ritorno quando il progresso, il dolore mi tolgono il respiro, mi soffocano, mangio tin colti al momento, bevo una incredibile acqua fresca e un tè con un sapore leggermente amaro di el, e ascolto i vecchi che cantano le gesta degli antichi cavalieri accompagnandosi con il rababa
non si avverte il passare del tempo, nemmeno io che a casa sono sempre presa dall’ansia del fare. tutto quello che ti circonda acquista un valore grande, il profumo del gelsomino all’alba, il volare delle mosche, il suono del silenzio, e senti il tuo silenzio e lo vivi fino in fondo
fare il pane, lavare i panni alla sorgente diventano piaceri, quasi avessero dentro una loro armonica leggerezza, guardare i bambini giocare con le pietruzze colorate (chi ricorda il gioco delle biglie?), le loro grida, le loro risate sono in armonia col tutto
all’improvviso sento il bisogno di andarmene, gli affetti lontani, il lavoro, il progresso, la mia musica, la poesia, diventano ugenze, devo andare. ma poi ritorno e riparto e mi chiedo se il mio partire sia la paura del voler rimanere per sempre.
ho fatto un patto con mia figlia, quando verrà la mia ora di lasciarla per sempre, vorrei trovare riposo sotto un albero di tin, forse sarò in pace con la mia voglia dell’Occidene e dell’Oriente e il desiderio di ritorno ad una vita semplice avranno smesso di combattersi fra loro

memories: il vento caldo

la roccia dei desideri

il sole non vuole tramontare continua a far capolino dietro le rocce rosse del Wadi Rum come volesse allungare il piacere della sua luce gialla,violetta rosa, in un cielo blu scuro quasi notturno
si sentono le grida dei bambini che giocano a gettare piccoli sassi il piu’ lontano possibile in una mare di sabbia
il suono dell’Hud irrompe come sempre forte e magico dalle mani di Abu Adel, le note melanconiche ripetute in una nenia ricorsiva, ma mai monotona dalle variazioni cangianti come i colori iridiscenti di quell’incerto tramonto
..”sarà una notte di vento caldo…” mi dice Om Shaher porgendomi la millesima tazza di te

” Domani se sei fortunata potrai vedere il grande uccello, arriva sempre dopo il vento caldo…”
alla fine anche il sole è riuscito a tramontare , ma non si sente il freddo..che subito ti assale all’arrivo della notte, una brezza tiepida si insinua sotto gli abiti ampi e li gonfia come felice di percorrere corpi
corro veloce verso la roccia che io chiamo dei desideri, senza il giallo del sole è di un viola cupo e denso e anche gli esili cespugli abbarbicati sulla sua cima si muovono al ritmo della tiepida brezza
mi siedo accoccolata come ho imparato da tempo e aspetto l’arrivo del vento caldo, ho portato con me una vecchia hatta per coprire gli occhi dalla sabbia che si alzerà violenta e insistente

ed eccolo arriva, si vedono nel chiaro scuro della luce notturna i primi mulinelli di sabbia sollevati dalle ventate prepotenti, si avvicina …e una grande emozione si impossessa di me
essere avvolta da quel calore e dai piccoli granelli di sabbia è una esperienza difficile da descrivere
mi avvolgo nell’Hatta, soltato un angolo degli occhi è scoperto per non perdere questo spettacolo
la sabbia si alza leggera, vortica mollemente nell’aria e si adagia sulle mie vesti, sul mio capo
il caldo ormai è quasi insopportabile, provo un desiderio indicibile di liberarmi degli abiti,del caftan e di correre incontro a quella pisoggia rossa e rotolarmi fra le piccole dune che si sono formate
e all’improvviso tutto si ferma. tutto è silenzio, resta soltanto la polvere, il tepore e la speranza di vedere domani il grande uccello

vi lascio una rara regisione della famosa Johnny Guitar riletta e suonata da uno dei più grandi suonatori di Ud o Oud o Hud: Munir Bashir che è anche un grande amico!

Qasr Ajloun… (Giordania) un castello atipico

Ajloun è un caso a sè, ed è anche il castello che io amo di piu’ , forse perchè vicino ad Amman e facilmente raggiungibile o forse perchè ò rimasto ancora in buone condizioni ed anche molto curato dalla sovrintendenza ai Beni Culturali Giordani, o forse percchè ho un rapporto particolare col guardiano, un simpaticissimo signore di 70 anni che dice che assomiglio alla sua figliola e mi apre anche quando non dovrebbe e quindi per me è come casa
la zona di Ajloun è stata nel 70′ territorio di battaglia, c’erano campi di feddayn palestinesi che si rifigiarono in quella zona durante il settembre nero, quando re Hussein ordinò l’eliminazione di quanti piu’ palestinesi fosse possbile, si combatteva quindi nella zona di Jarash e di Ajloun, fin quando anche i campi in questa zona furono spazzati via…
attraverso una bella foresta di pini e oliveti, si arriva alla città di Ajloun, qui si trova il castello di Ajloun o di Qalaat Errabadh (in arabo) da cui si gode una vista splendida verso ovest nella valle del Giordano. Assomiglia ad un fortezza dei crociati, ma stato costruito da Musulmani nel 1184-85 come un forte militare per proteggere la regione dalle forze d’invasione dei crociati
è stato costruito su ordine del governatore locale, Ezz Eddin Osama bin Munqethe, un nipote di Ayyubid Salahuddin Al-Ayyoubi (Saladino), come una risposta diretta al nuovo castello “latino” di Belvoir (EL-Hawa di Kawkab) dal lato opposto della valle di Tiberiade e come base per sviluppare e controllare le miniere del ferro di Ajloun
dalla sua posizione in vetta alla collina, il castello di Ajloun ha protetto gli itinerari di comunicazione fra la Giordania e la Siria del sud e faceva parte della catena di forti che hanno illuminato con falò la notte per passare segnali dall’ Euphrate fino al Cairo
due anni dopo che era stato completato, ha assolto ottimamente alla sua funzione poichè Saladino ha sconfitto i crociati nella famosa battaglia di Hattin nel 1189, che ha contrassegnato l’inizio della conclusione della loro occupazione della terra santa
nel 1214-15 il castello di Ajloun è stato ingrandito da Aybak bin Abdullah, “segretario” del Cliffo Al-Muazham ; nel 1260 è caduto in mano ai Mongoli, ma successivamente è stato ricostruito dagli Egiziani, ed è stato destinato ad essere usato come centro amministrativo delle autorità di Damasco
alcune delle pietre con cui il castello è stato costruito hanno delle croci incise, dando adito alla credenza che deriva dal racconto di uno storico arabo del tredicesimo secolo che dice che una volta era stato eretto un monastero, abitato da un monaco chiamato Ajloun; quando il monastero è caduto in rovina, il castello ne ha preso il posto ed ha assunto il nome del monaco
nel 1988 proprio nei dintorni del castello è stata istituita la Riserva di Ajloun, un’area protetta che si estende per 13 chilometri quadrati e custodisce meraviglie naturali e splendide specie animali
i boschi fitti di querce sempreverdi, intervallati da pistacchi, carrubi e fragole selvatiche, sono il patrimonio ereditato della rigogliosa macchia mediterranea che un tempo ricopriva la Giordania, in seguito gravemente compromessa da diboscamento e desertificazione. all’interno della riserva vi sono due percorsi naturali, e la sistemazione è prevista in abitazioni stile chalet, la riserva ò gestita dalla Royal Society for the Conservation of Nature

Il castello sorge a 1.100 metri sul livello del mare in cima a una collina. Ha sette torri costruite con blocchi di calcare tagliati dal fossato intorno al castello. Quattro delle torri facevano parte della costruzione originale, mentre la quinta e la sesta furono costruite durante gli ampliamenti del castello.
la Torre a forma di L 7 o Torre di Aybak (a sinistra dall’ingresso) è stata aggiunta all’edificio nel suo angolo sud-est per ulteriore fortificazione. Prende il nome da un governatore, come affermato in un’iscrizione araba su uno dei palazzi: “Nel nome di Dio. Questa benedetta torre fu costruita da Aybak Ibn Abdullah, Maestro della Casa più grande, nel mese dell’anno Hijri 611 “(1214-15 d.C.). Ognuno dei tre livelli della torre aveva una funzione diversa. Il livello inferiore era utilizzato come zona notte per i soldati. Si ritiene che il secondo livello ospitasse la moschea del castello, poiché si sospetta che una pietra appositamente scolpita situata in una delle finestre su quel livello fosse un mihrab. Il terzo livello della torre era il palazzo.
gli Ayyubidi e i Mamelucchi erano abili muratori e maestri di un notevole sistema di copertura composto da botte o volte a crociera. Alcuni di questi sistemi di volta sono stati utilizzati per soffitti molto alti, fornendo uno spazio sublime sotto. Diversi spazi sono stati lasciati non coperti per consentire alla luce solare naturale di penetrare nei diversi livelli del castello.
il castello di Ajloun fu rifornito d’acqua attraverso un sistema attentamente progettato che sfruttava i corsi d’acqua e le sorgenti della zona.
hli architetti del castello hanno istituito un sistema di captazione dell’acqua piovana nell’area del castello. Questo era costituito da pozzi e contenitori di pietra per raccogliere l’acqua, che veniva poi trasportato attraverso tubi sotterranei e tubi intarsiati nelle mura del castello.
la cisterna principale si trova nella parte sud-est del fossato secco. Era impermeabile con uno strato di calce e aveva una capacità di 16.590 metri cubi. L’acqua potrebbe essere prelevata da un’apertura al centro del tetto della cisterna o da una finestra nell’ingresso ad angolo del castello.
l’acqua piovana e la neve sono state filtrate utilizzando un sistema a sette livelli di piccole pietre, sabbia e piante speciali. Questo sistema di purificazione era essenziale poiché l’acqua veniva immagazzinata per lunghi periodi di tempo.
è stato inoltre istituito un sistema innovativo per il drenaggio delle acque reflue. Tubi di ceramica all’interno delle mura del castello drenavano le acque reflue in una piscina esterna. Questa piscina fu scavata e il suo contenuto comprendeva sali speciali portati dal Mar Morto; questi sono stati utilizzati per riciclare le acque reflue per il riutilizzo nell’irrigazione.

il viaggio, i viaggi


“Per quel che mi riguarda, io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per viaggiare. La gran cosa è muoversi, sentire più acutamente il prurito della nostra vita, scendere da questo letto di piume della civiltà e sentirsi sotto i piedi il granito del globo appuntito di selci taglienti.”
Robert L. Stevenson


così scriveva uno scrittore, un viaggiatore, ma cosa rappresenta esattamente per noi popolo del secondo millenio il viaggio?
ho viaggiato, per famiglia con i miei genitori, per studio, per lavoro, per famiglia ancora, per diletto per la voglia che ti assale che è forse come un prurito o forse come il desiderio di respirare aria diversa di godere di atmosfere non usuali, ho viaggiato per amicizia, per dovere a volte forse anche per abitudine.

mi viene da pensare che il viaggio sia a volte per quel che mi riguarda un bisogno fisico e mentale di recuperare la mia dimensione, il mio spazio, o di far entrare nella mia casa altri ambienti altre culture altre persone
ho viaggiato anche con la mente, nel significato che a questa espressione dava mia madre: viaggiare con la mente, per conoscere altro dal tuo consueto vivere, per esplorare sensazioni, emozioni che un libro, un quadro, una poesia, un film, possono darti
il viaggio dentro ai problemi, alle idee, un viaggio dentro noi stessi, il viaggio attraverso l’Umanità che vorremmo ci fosse ogni viaggio mi ha lasciato qualcosa che difficilmente potrò dimenticare, profumi, colori, paesaggi, volti, mani, ma anche dolore, e disperazione, miseria
il difficile è quando torno raccogliere tutto quello che la mente, il cuore, gli occhi mi hanno lasciato dentro, fermare il tutto affinchè non mi possa dimenticare

e poi stranamente al nuovo viaggio ritrovo sensazioni emozioni, volti, mani, situazioni che mi sembra di aver conosciuto da sempre.
per me ogni viaggio rappresenta la possibilità di vivere una vita diversa
e stranamente, meravigliosamente tutte le “vite” che ho trovato altrove mi sono piaciute così tanto da farmi diventare diversa ogni volta e che messe insieme formano quella che sono ora
sono nomade e curiosa della vita

Il WADI RUM o della Valle della Luna

il Wadi Rum definito anche Valle della Luna, è un affascinante Spazio di sabbia rossa da cui si alzano montagne di Roccia, fu molto amato da Laurence d’Arabia, che ne conosceva anche i piu’ reconditi segreti.
si trova a 30 Km da Aqaba, quindi abbastanza vicino al Mar Rosso, ed è da tanti anni il mio posto delle Fragole. di solito per arrivare al piccolo villaggio di Rum si usa la macchina e poi se uno vuole a piedi o a cavallo
entrare nel Wadi Rum è come entrare in un altro Mondo, un luogo silenzioso, enorme, incredibilmente senza tempo
montagne massicce e sagomate spuntano dalla sabbia rosa/rossa, in questo scenario il deserto è vivo, palpitante, di una strana bellezza con le rupi torreggianti di pietra scavata dal tempo, e dai colori indefinibili e mutanti secondo le ore del giorno e le stagioni
tutto intorno è vuoto e silenzio e in questi spazi immensi, ci si sente rimpiccioliti ridotti a granelli di sabbia ed è una senzione straordinaria, avverti fin nel profondo di far parte di quel paesaggio
ti sembra di percorrere le antiche valli della luna, e di trovare ad ogni passo tesori nascosti da milleni, senti in lontananza il galoppo di L.D’Arabia, che rincorre le tue orme e le tue fantasie
l’aria calda sembra gonfiare le colline e i canyon, e il cielo è limpido, terso di un azzurro cupo e a volte violento
la notte ti riporta ad un cielo stellato, aperto, ci puoi leggere come in una antica mappa,l a tenda nera dei beduini è una macchia scura in un buio, mai veramente tale, i suoni di un rababa si perdono nello spazio come cerchi concentrici che si allontano con tenera malinconia
ascolti il suono del silenzio, dei ricordi, dei sogni e dei desideri, del futuro
amo il deserto del Wadi, come nessun altro posto che ho conosciuto, amo l’ospitalità semplice e sincera dei bedu, amo il gaue morra, forte, amaro con quel sapore di hel che ti resta nella bocca nel tempo, amo ascoltare le ballate di Abu Tarek che parlano di guerrieri e di duelli, di caccia e d’amore per splendide fanciulle dalla pelle di pesca, amo svegliarmi all’alba raccolta nella pelle di montone, col suo sapore aspro, non ancora perduto, amo le voci squllanti dei bambini trattenute per non disturbare, amo il pane sottile e trasparente cotto sulla pietra
amo sì amo la sensazione di libertà assoluta, dai pensieri, dal quotidiano, da me stessa