alla deriva “on the edge of some crazy cliff” (***)

gli occhi di un’età di steli di grano
respirano il ciglio della collina

un pescatore raduna le reti
prive di stelle e conchiglie

/ ma eravamo bambini /
e il cielo sarà nuvoloso e la pioggia
sgocciola fame scivolando nella bocca
del cercatore di perle

germogli nel deserto della carne
ad applaudire un cameriere
all’ombra di un alfabeto bagnato
dentro coppe di pane del tempo

la verità è imbrigliata
nel tetto del sogno
nuda così, come sonno d’amante.

(***) “And I’m standing on the edge of some crazy cliff. What I have to do, I have to catch
everybody if they start to go over the cliff – I mean if they’re running and they don’t look
where they’re going I have to come out from somewhere and catch them. That’s all I do all
day. I’d just be the catcher in the rye and all. I know it’s crazy, but that’s the only thing I’d
really like to be.”
J.D. Salinger – The Catcher in the Rye – Ch. 22

E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo
tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove
vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il
giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma
è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente far
e. “il Giovane Holden” di J.D. Salinger -capitolo 22-

dietro le ciglia della notte

1998 un anno molto difficille

mi sono persa,
il mio cuore è stanco
non brama più
l’esserti vicino
e la memoria non ha
più cassetti da aprire

dietro le ciglia della notte
ero qualunque cosa tu volessi
la bellezza
i sensi
il sorriso
il lamento
la femmina
l’anima
l’amica
le tue ferite dolorose
le lacrime del cielo
il ritornello
la conversazione
i labirinti
il rifugio
la dimora
il sogno
la realtà
l’esistenza
la pioggia,
le rose,
il viola,
il velluto,

per te vorrei essere
me stessa.
solo me stessa

ti sei girato lento

ti sei girato lento
a guardare la luce
fra gli alberi distanti
di luna piena
in cielo stellato
a riempirne il centro
con stupore

impresa amara rimanere
come si è
gettato sulla sabbia
schizzo all’orizzonte,
cancellato in un lampo

traduzione della canzone di Ferrè per un amico

Col Tempo

Col tempo
Col tempo va tutto se ne va
Si dimentica il viso e si dimentica la voce
Il cuore che non batte più, non vale la pena d’andare
Cercare più lontano, bisogna lasciar perdere e va molto bene cosi
Col tempo
Col tempo va tutto se ne va
L’altra che si adorava, che si cercava sotto la pioggia
L’altra che s’indovinava da uno sguardo sfuggente
Tra le parole e le righe sotto il fard
D’un giuramento truccato che se ne va a fare una nottata
Col tempo tutto svanisce

Col tempo
Col tempo, va, tutta se ne va
Anche i ricordi più lieti che t’ha lasciato uno di quei tipi
Alla Galerie J’Farfouille fra i raggi della morte
Il sabato sera quando la tenerezza se ne va sola soletta
Col tempo
Col tempo va, tutto se ne va
L’altra a cui si credeva per un raffreddore per un niente
L’altra a cui si donava vento e gioielli
Per la quale avrebbe venduto l’anima per due soldi
Davanti alla quale si sarebbe trascinato come si trascinano i cani
Col tempo tutto va bene

Col tempo
Col tempo va, tutto se ne va
Si dimenticano le passioni e si dimenticano le voci
Che vi sussurravano le parole della povere gente
Non rientrare troppo tardi e soprattutto non prendere freddo
Col tempo
Col tempo va tutto se ne va
E ci si sente incanutiti come un cavallo sfinito
E ci si sente ghiacciati in un letto improvvisato
E ci si sente forse molto soli ma tranquilli
E ci si sente traditi per gli anni perduti

E quindi veramente
Col tempo.. non si ama più.

Marc Chagall o della favola colorata in uno spazio impossibile

Marc Chagall
(1887-1985)

la sua biografia la trovate sul web se volete, preferisco raccontarvelo a modo mio con le parole di Giulio Carlo Argan intervallate dalle mie riflessioni…

“”La pittura di CHAGALL è favola, ma la favola è problema. Non potrebbe non esserlo in una società che, dopo una rivoluzione tecnologica ed una rivoluzione ideologica, si ritiene finalmente adulta.
Sul problema della favola si concentra l’attenzione degli studiosi, etnografi e linguisti: se ne ricerca l’origine, la struttura, il significato, la funzione.
E’ in rapporto con la morale, la cultura, il costume del popolo; ma nel passato era considerata l’espressione tipica della condizione di perenne infanzia che le classi dirigenti attribuivano al popolo per giustificare il loro potere paternalistico.
Contestano questa tesi gli studiosi di formazione marxista per cui il popolo non è l’elemento passivo, ma il soggetto, il protagonista della storia: come potrebbe fare la rivoluzione un ceto che, per costituzione, fosse inguaribilmente tradizionalista?
Quasi contemporaneamente Chagall, con la sua opera d’artista, e Propp, con il suo lavoro di scienziato, dimostrano la stessa cosa: la favola non è una tradizione che si trasmette per inerzia, ma l’espressione viva della creatività del popolo. Essendo una forza popolare, può essere una forza rivoluzionaria.””
(G.C.Argan)

credo la sua forza dirompente sia proprio questa, aver posto il problema della creatività del popolo ed avere usato questa creatività fino ai confini ultimi dello spazio proponibile…

“”Chagall non si occupa della rivoluzione tecnologica, è ancora un’evoluzione della borghesia.
Alla rivoluzione socialista partecipa con un entusiasmo che ai dirigenti della rivoluzione pare folle.
Probabilmente lo era, la rivoluzione non è festa popolare, folclore; dei 15.000 metri di tela rossa, con cui Chagall addobba Vitebsk nel primo anniversario della rivoluzione (1919), sarebbe certamente stato più saggio far camicie per la gente che non ne aveva, come suggeriva la «Izvetija».
Ma le rivoluzioni si fanno con la saggezza?
Tuttavia se qualcosa, nell’arte, può dare l’idea dello spirito con cui il popolo russo viveva gli anni eroici della rivoluzione, è la pittura di Chagall e non quella teoretica e rigoristica di Malevic.
Nell’Accademia che Chagall aveva fondato e dirigeva a Vitebsk, il dissenso tra i due artisti si fa talmente aspro che Chagall si dimette (1920); ma, benché periferico, l’episodio è estremamente significativo per la storia delle idee artistiche del tempo.
Verteva, in sostanza, sul problema fondamentale della lingua: per Chagall favella e favola sono (come di fatto sono) la stessa parola, con la favola s’inventa la lingua; per Malevic (come, in Olanda, per Mondrian) il discorso è logos ed il logos logica pura.
Era facile obbiettare a Chagall che non tutti i discorsi sono favole; Chagall poteva rispondere che la logica pura porta alla formula, alla dimostrazione alla lavagna, al silenzio.
Non è accidentale l’interesse di Chagall per il folclore russo ed ebraico, le saghe e le nenie popolari.
Come tutti gli artisti avanzati russi, anche Chagall muove dal populismo; ma populista rimane, e questo è il suo limite nei confronti dell’avanguardia sovietica.
Il suo ideale, tuttavia, è di immettere quel suo flusso di ricordi e di sentimenti, oscuri ma potenti e vitali, nel vivo della cultura europea; di chiarire i misteri della sua «anima russa» nella luce splendente della pittura francese dagli impressionisti ai Pauves; di rivivere, infine, la bruciante avventura dell’artista che ammira più di tutti, Van Gogh. “”
(G.C.Argan)

concordo totalmente il suo entusiasmo è inarrestabile, e si riversa anche nelle sue tele in particolar e nei colori..

“Arrivato a Parigi nel 1910, e dopo il primo inebriante contatto coi Fauves, non tarda a capire che la vera «rivoluzione dell’occhio» è quella dei cubisti.
C’è tuttavia, nel Cubismo analitico, qualcosa che non lo persuade: troppo logico, troppo realistico, troppo borghese.
Si mette dalla parte dei cubisti dissidenti: Delaunay, i futuristi.
E la medesima scelta che fanno due pittori tedeschi, Mare e Klee: il trian- golo Delaunay-Klee-Chagall è uno dei grandi nodi della cultura figurativa europea tra il 1910 e il 1914.
Eliminando dal Cubismo il «razionalismo» analitico v’erano due possibilità: fare della pittura una lirica esaltazione della viva esperienza sensoria oppure la rivelazione della realtà psichica profonda.
Questa seconda è la via che prendono, indipendentemente l’uno dall’altro, Klee e Chagall.
Benché possa sembrare ma in realtà non sia affatto strano, Delaunay si avvede ben presto che la pura sensazione conduce alla simbologia cosmica, alla totalità del mondo data nell’unità della percezione (i Dischi e le Forme circolari cosmiche).
Klee e Chagall, invece, varcano la soglia del dominio sconfinato dell’inconscio individuale e collettivo. Klee si tuffa nel profondo della psiche, raggiunge l’immagine al livello in cui vive, la rivela senza rimuoverla dal tessuto psichico a cui è connessa da infiniti legami vitali.
Chagall rimane più vicino al piano dell’esperienza sensoria, che per lui è immediatamente contiguo a quello della psiche.
Prima non si poteva rendere visiva la realtà psichica profonda perché lo schermo sensorio era preventivamente organizzato dalla ragione: si vedeva secondo un ordine logico precostituito.
Ora non più: l’impressionismo, con tutto quello ch’è venuto dopo, ha smontato quella sovrastruttura razionale. Il vedere è un fatto fisico, ma la realtà fìsica non è nulla di separato dalla realtà psichica.
Chagall non ha alcun ritegno ad esplicitare le sue immagini fantastiche; si può dire addirittura che le <> nel senso teatrale del termine, facendole muovere su un’immaginaria ribalta come un regista farebbe muovere i suoi attori. (Chagall è stato un geniale regista e decoratore teatrale; ha progettato grandi decorazioni e vetrate di chiese: è questo l’aspetto «barocco> che fa di lui l’antitesi di Malevic e Mondrian).”
(G.C.Argan)

proprio questa sua capacità di essere nudo e senza maschere gli permette di rappresentare i sogni e le sue fantasie facendole esistere e raccontandone le storie

“”La struttura volutamente illogica, asintattica del Cubismo non-analitico di Delaunay si adatta mirabilmente al mondo favoloso, onirico, talvolta ludico di Chagall.
Il suo populismo si concreta nell’impegno di fare veramente arte popolare: e per il popolo la visione del mondo non dipende da astratti schemi intellettuali, che sono ancora principi o strumenti dell’autortà.
Il popolo vede come parla, vede quello che dice.
Scomponendo
figure,
case,
cielo,
secondo piani geometrici, crea una sorta di prospettiva arbitraria, uno spazio impossibile, in cui diventa normale l’assurdo della mucca sul tetto, della donna che cammina nell’aria; la geometria non è logica, è cabala.
Scompigliata la successione ordinata, razionale dei piani,
non sorprende che tutto vada contro-senso, come nei sogni.””
(G.C.Argan)

questa è la sua assoluta forza e potenza, la creazione di uno spazio impossibile, dentro al quale hanno la possibilità di esistere i sogni….

memories: Rifugio Lagoni (Laghi Gemini), Lago Scuro, Lago Bicchiere

noi siamo 4 fratelli, tre sorelle e un fratello e quando eravamo piccoli mio padre, un grande camminatore, ci portava spesso a fare un giro abbastana lungo, ma sempre pieno di sorprese! Si partiva in macchina (una vecchia 1100 nera) da Parma e si arrivava al Rifugio Lagoni che sorge sulla riva dei Laghi Gemini dove si lasciava la macchina e poi a piedi zaini in spalla fino al lago Bicchiere dove di solito si mangiava al sacco

vi si arriva in auto da Corniglio, continuando per Lagdei e seguendo, con molta calma, una lunga strada sterrata, non molto diversa dalle antiche vie che si percorrevano a cavallo o in carrozza, provenendo da Est, da Monchio delle Corti, la strada si fa addirittura avventurosa, perdendosi in chilometri di tornanti sterrati e serpeggianti tra immense foreste dove la fanno da padroni una infinità di faggi ed in autunno le spettalo è fiabesco coi colori delle foglie dei faggi stessi dove brillano i rossi più strani
il paesaggio che si apre presso il rifugio è così insolito da far credere di essere in qualche vallata della Scozia o della Scandinavia piuttosto che non lontano da Parma: di fronte al rifugio un grande lago di origine glaciale si insinua ai piedi delle montagne che svettano più sopra, a volte con morbidi crinali e a volte impennandosi in creste rocciose, questo è il primo e il più grande dei due laghi Gemini ma anche conosciuti come Lagoni, che danno il nome al rifugio.


essi infatti sono due laghi gemelli di origine glaciale posti sul fondo del selvaggio vallone del rio omonimo, tra il Monte Scala e la Rocca Pumacioletto. Il lago inferiore (1340 m) è sbarrato a valle da un piccolo muretto in pietre, costruito per farci passare la strada sterrata. Ha forma quasi rettangolare, lungo e stretto. La profondità al centro è di 7,4 m, mentre l’estensione è di 32500 mq. Il lago superiore (1357 m), raggiungibile dall’inferiore in pochi minuti, ha una forma più tozza e circolare, ed è leggermente più ampio, raggiungendo 35700 mq di estensione. È meno profondo (5 m) e presenta nei pressi dell’immissario una piccola zona popolata da piante palustri
dal Rifugio Lagoni (situato a quota 1329 metri), a piedi per raggiungere il lago Scuro si deve imboccare il sentiero 711 che parte dalla riva destra del Lago Gemio Inferiore, il sentiero sale nella faggeta sino ad un bivio, svoltando a destra ci si immette nel sentiero 715 percorrendo il quale si giunge in pochi minuti al Lago Scuro


il lago, situato a 1.527 metri d’altitudine, si trova nella parte occidentale del Parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano e fa parte anche del Parco regionale dei Cento Laghi, per dirla come gli esperti è collocato in un circolo glaciale dominato poco più a sud dal monte Scala (1717 m s.l.m), che divide la vallata dei Lagoni da quella di Badignana, entrambe comprese all’interno del parmense
di origine mista in parte morenica e in parte di esarazione, si estende su di una lunghezza massima di 130 m con una larghezza che raggiunge i 100 m, il lago non possiede immissari ed è quindi alimentato soltanto dall’apporto di acque sotterranee; ciò causa una variazione consistente delle dimensioni del lago stesso per cui capita non di rado che il livello delle acque sia inferiore a quello dell’inizio dell’emissario, denominato rio lago Scuro, che risulta dunque essere in secca per lunghi periodi
vi abitano dei piccoli crostacei e non vi erano pesci quando io ero bambina, mentre recentemente sono state rinvenute nelle acque del lago delle trote fario molto probabilmente immesse dall’uomo
da qui, oltrepassando i i segnavia a destra per il Monte Scala si gira bruscamente a sinistra superando alcune radure ed entrando nella faggeta. Il sentiero sale con alcuni tornanti tra faggi e piccole radure panoramiche fino a sbucare in una piccola conca dove si trova un cartello indicatore. Si prosegue tra le praterie di quota cosparse di rocce affioranti, salendo a destra con due ampi tornanti fino al Passo di Fugicchia (1667 m), aerea sella che divide il Monte Scala dal Monte Matto; qui giunge da destra il sentiero proveniente dalle Capanne di Badignana. Si piega a sinistra lungo la cresta erbosa percorsa dal sentiero 717, che poco dopo si sposta sul versante sinistro e sale in diagonale tra erba e brughiere a mirtillo fino al piccolo Lago Bicchiere (1725 m).


è un minuscolo specchio d’acqua di origine glaciale posto nella valletta del Torrente Parma dei Lagoni, circa 100 metri sotto il crinale spartiacque dell’Appennino Tosco-Emiliano.
giace in una piccola conca sospesa, dalla forma di ovale allungato, posta sul versante nord-ovest del Monte Matto (1837 m) tra ampie distese ad erba e mirtillo. Il fondale del lago è fangoso cosparso di massi affioranti di arenaria macigno, la roccia che forma le montagne più alte di questo tratto di Appennino.
essendo assenti immissari ed emissario, e avendo il lago un bacino imbrifero molto piccolo, il livello dell’acqua dipende molto dalle precipitazioni atmosferiche. Quindi lo specchio d’acqua presenta variazioni di livello tra le varie stagioni, e nelle estati più secche si può trasformare in una pozzanghera. Per lo stesso motivo, però, il Lago Bicchiere è preservato da fenomeni di interramento.
sono assenti insediamenti di vegetazione palustre, mentre la fauna è costituita soprattutto da anfibi (rane e tritoni).
ed è qui che si mangiava, e confesso che io mi toglievo le scarpe! non sopportavo mai quelle grosse scarpe da montagna! la colazione erano dei pannini che preparava la nonna Colomba con tonno e pomodori o uova sode e cetrioli , ne sento ancora il sapore il bocca, il pane era quello fatto in casa con le fette grosse e spesse e poi la torta quella delle tagliatelle che era la torta della domenica! a me piaceva in particolare andarci in aututto, non ho mai più visto colori simili nelle foglie i faggi in questo sono pittori straordinari!
il paesaggio era piuttosto brullo rispetto al lago Scuro o ai Lagoni, ma per noi bimbi era come essere arrivati in capo al mondo, e di faceva il gioco del gerlo e chi vinceva poteva avere doppia razione di gelato appena tornati a casa! erano tempi magnifici perchè c’eravamo tutti e 4 e siamo sempre stati legati i nostri figli si considerano fratelli e non cugini e sono davvero una Banda! mio fratello ci ha lasciato troppo presto e il suo posto l’hanno preso i suoi
figli!

George Catlin o dei nativi americani

George Catlin
(1796 – 1872)

pittore, etnografo “ante litteram”, severo censore delle esasperazioni dell’avanzata dei bianchi verso ovest, avventuriero ma, soprattutto, grande amante delle culture native americane, George Catlin ebbe un merito enorme: capì nel 1830 che le nazioni indigene del Nord America erano condannate a finire schiacciate dalla fame di terra dei suoi connazionali. Per questo decise di spendere una lunga parte della sua vita tra gli indiani, loro ospite per settimane e, talvolta, mesi. Visitò la gran parte delle nazioni indiane e rilevò che una parte, quella che aveva già avuto il contatto con i bianchi, si avviava rapidamente verso un triste declino, mentre l’altra parte, quella più a ovest, era rimasta vigorosa e genuina in proporzione al rifiuto delle lusinghe dei commercianti di pelle bianca. Tra le tante cose a cui poté assistere ci fu la completa sparizione della gloriosa tribù dei Mandan (vedi la sezione Storia/500 Nazioni) ad opera del vaiolo, provocato (in due successive ondate) dall’intenzionale infestazione, vilmente procurata dall’uomo bianco, con coperte contaminate. Ritrasse la vita dei nativi e fu testimone di cerimonie fino ad allora considerate inaccessibili ad estranei alle tribù. Ritratti e paesaggi ci sono arrivati inalterati nella loro bellezza e costituiscono una preziosa testimonianza del passato.
Catlin nacque in Pennsylvania e aveva praticato legge prima di rivolgersi all’arte, si racconta che si fosse entusiasmato alla vista di alcuni membri di una delegazione di nativi amricani che lui aveva visto a Filadelfia, il loro portamento fiero sembrò incarnare l’ideals classico che lui aveva studiato ed amato nella sua gioventù
nel 1826.. Geroge Harvey incitò Catlin ad occuparsi della dei nativi americani per diventare lo storico e il narratore della loro vita
il desiderio di Catlin di dipingere i nativi americani non arriva soltanto dall’ideale romantico della sua gioventù, ma desiderava sinceramente documentare un modo di vivere per poter mostrare i loro usi e costumi non solo in patria, ma anche all’estero
Catlin non è sicuramente un grande pittore (I suoi primi ritratti erano stati criticati aspramenteame da William Dunlap ) e lo sapeva anche lui, era autodidatta e pensò che i suoi ritratti indiani non sarebbero giudicati per il merito artistico ma piuttosto come un documento di qualcosa che poi non ci sarà piu’

era assolutamente cosciente che i nativi americani sarebbero stati “eliminati” o “costretti” in terre non loro lo sentiva e lo percepiva
di Catlin si è detto e scritto di tutto, che fosse un avventuriero senza scrupoli e un pessimo pittore, ma io credo che se di Catlin ce ne fossero stati tanti, forse i nativi americani avrebbero avuto sorte migliore!!

memories: il vento caldo

la roccia dei desideri

il sole non vuole tramontare continua a far capolino dietro le rocce rosse del Wadi Rum come volesse allungare il piacere della sua luce gialla,violetta rosa, in un cielo blu scuro quasi notturno
si sentono le grida dei bambini che giocano a gettare piccoli sassi il piu’ lontano possibile in una mare di sabbia
il suono dell’Hud irrompe come sempre forte e magico dalle mani di Abu Adel, le note melanconiche ripetute in una nenia ricorsiva, ma mai monotona dalle variazioni cangianti come i colori iridiscenti di quell’incerto tramonto
..”sarà una notte di vento caldo…” mi dice Om Shaher porgendomi la millesima tazza di te

” Domani se sei fortunata potrai vedere il grande uccello, arriva sempre dopo il vento caldo…”
alla fine anche il sole è riuscito a tramontare , ma non si sente il freddo..che subito ti assale all’arrivo della notte, una brezza tiepida si insinua sotto gli abiti ampi e li gonfia come felice di percorrere corpi
corro veloce verso la roccia che io chiamo dei desideri, senza il giallo del sole è di un viola cupo e denso e anche gli esili cespugli abbarbicati sulla sua cima si muovono al ritmo della tiepida brezza
mi siedo accoccolata come ho imparato da tempo e aspetto l’arrivo del vento caldo, ho portato con me una vecchia hatta per coprire gli occhi dalla sabbia che si alzerà violenta e insistente

ed eccolo arriva, si vedono nel chiaro scuro della luce notturna i primi mulinelli di sabbia sollevati dalle ventate prepotenti, si avvicina …e una grande emozione si impossessa di me
essere avvolta da quel calore e dai piccoli granelli di sabbia è una esperienza difficile da descrivere
mi avvolgo nell’Hatta, soltato un angolo degli occhi è scoperto per non perdere questo spettacolo
la sabbia si alza leggera, vortica mollemente nell’aria e si adagia sulle mie vesti, sul mio capo
il caldo ormai è quasi insopportabile, provo un desiderio indicibile di liberarmi degli abiti,del caftan e di correre incontro a quella pisoggia rossa e rotolarmi fra le piccole dune che si sono formate
e all’improvviso tutto si ferma. tutto è silenzio, resta soltanto la polvere, il tepore e la speranza di vedere domani il grande uccello

vi lascio una rara regisione della famosa Johnny Guitar riletta e suonata da uno dei più grandi suonatori di Ud o Oud o Hud: Munir Bashir che è anche un grande amico!

Ferdinand du Puigaudeau o dei sognanti paesaggi bretoni e non

Ferdinand du Puigaudeau
(1864 – 1930)

nasce a Nantes nel 1864 e in seguito alla separazione dei suoi genitori, soggiorna da suo zio Henri de Châteaubriant artista egli stesso che scopre ed incoraggia i doni del bambino per il disegno
convittore dai Gesuiti non sopporta l’internato e va a raggiungere sua madre a Nizza; determinato ad essere pittore, ma non volendo seguire la via ufficiale parte solo per l’Italia nel 1882 e nel 1883 si imbarca a Napoli per l’Africa, ma decide di ritornare in Francia perché è deluso dal “contatto” con la Tunisia.
ed è a Pont-Aven nel 1886 alla pensione Gloanec che fa la conoscenza di Gauguin con cui scambierà una fitta corrispondenza
nel 1887 fa il suo servizio militare a Hyères, in seguio beneficiario di una borsa di viaggio col pittore Allan Osterlind visita la Svezia ed il Belgio nel 1889-1890.
nel 1890, espone al “Salon des Indépendants” dove Degas lo nota ed acquista una delle sue tele, “Fuoco di artificio” e la loro amicizia e la loro stima reciproca dureranno fino alla morte di Degas
nel 1893, sposa una ritrattista di talento, Blanche Van Den Broucke, il pittore Dezaunay è il suo testimone, e abita a Saint-Nazairedove nasce sua figlia Odette nel 1894
la famiglia du Puigaudeau è ospite nel castello di Rochefort-en-Terre (Morbihan) durante l’autunno e l’inverno del 1894 e si stabilisce poi all’inizio del 1895 a Pont-Aven nella pensione Gloanec per un soggiorno di tre anni
affascinato dagli effetti della luce realizzò in questo periodo dei quadri che si distinguono per il loro ambiente notturno
dopo un soggiorno a Cagnes, si stabilisce a Sannois nel 1899 e dal 1897 al 1904, le sue tele sono depositate da Durand-Ruel che ne assicura la vendita e nel 1903 la sua esposizione alla galleria degli Artisti Moderni ottiene un vivo successo.
un viaggio di studio Venezia si conclude con dei problemi nel 1905 e decide di ritirarsi definitivamente in Bretagna e cessa i suoi rapporti con Parigi
affitta il maniero di Kervaudu a Croisic (Loire-Atlantique) nel 1907.
I paesaggi della penisola “guérandaise” diventeranno allora i suoi temi favoriti
isolato, dimenticato, continua il suo lavoro e muore al Croisic nel 1930
Ferdinand Loyen du Puigaudeau è un pittore con un’identità e un carattere tutto suo
sebbene il suo lavoro abbia somiglianze con i movimenti realista, impressionista, simbolista e romantico, è rimasto al di fuori del “mainstream” di questi stili
la sua pittura appare piena di contraddizioni; audace e sobrio, con un mix di “know how” tecnico e ingenuità, rappresentante di un approccio stilistico quasi sconosciuto in Francia, il suo lavoro è persino paragonabile a quello dei pittori che facevano parte dell'”american luminism” dello stesso periodo come Fitz Hugh Lane , Martin Johnson Heade , Sanford Gifford e John F. Kensett
lo stile impressionista è evidente nelle sue variazioni di colore e nelle rappresentazioni della luce, durante la sua carriera, Puigaudeau ha continuato a cercare sistematicamente colori vividi e luminosi
in ogni caso, gli effetti fugaci della luce e del colore sono il suo vero soggetto: tramonti, lume di candela e gli effetti del sole tremolante o della luce della luna sull’acqua
se è stato influenzato dalla ricerca colorista del gruppo di Pont-Aven , non ne ha adottato il sintetismo e rimarrà sempre nel movimento dell’impressionismo, anche se a modo suo, gli piacciono le armonie della notte, la luce della fiamma, la luce della luna, i raggi del crepuscolo o i bagliori della notte che cade quando le scene familiari assumono un carattere di estraneità
nella seconda parte della sua vita, Ferdinand du Puigaudeau è tornato ai paesaggi diurni con una predilezione per i giardini soleggiati.

lei non sapeva scrivere

lei non sapeva scrivere,
il dolore sul suo viso
ha cancellato le parole
prima di completare la storia

–“non c’è spazio al ritorno
della conoscenza che incombe
l’ignoranza è il paradiso perduto”–

il pensiero di una memoria svuotata
è rimasto con lei ogni volta
che l’occhio ha provato a vedere

in silenzio ha seguito ombre
lungo il corridoio ansante e buio

ha preparato il tè
alla fine.