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Diane Arbus o della fotografia al femminile

Diane Arbus
1923 – 197

ha lavorato molto per rendere “normali”per dargli cioè pari dignità e sottolineare l’importanza di una corretta rappresentazione di tutte le persone, gli emarginati
ha fotografato con una vasta gamma di soggetti, tra cui membri della comunità LGBTQ , spogliarelliste , artisti di carnevale , nudisti , nani , bambini, madri, coppie, anziani e famiglie della classe media
li ha fotografati in contesti familiari: le loro case, per strada, sul posto di lavoro, nel parco


Arthur Lubow mel suo articolo del New York Times Magazine del 2003 così dice:
“È nota per voler espandere il significato di “normalità” e viola i canoni della distanza “appropriata” tra fotografo e soggetto, facendo amicizia con loro, non considerandoli oggeti di cui poter disporre , è stata in grado di catturare nel suo lavoro una rara intensità psicologica. Era affascinata da persone che stavano creando visibilmente le proprie identità: travestiti, nudisti, attori di spettacolo, uomini tatuati, i nuovi ricchi, i fan delle star del cinema – e da coloro che erano intrappolati in un “costume” che non forniva più sicurezza o conforto. “


Michael Kimmelman scrive nella sua recensione della mostra “Diane Arbus Revelations” , “Il suo lavoro memorabile, nel complesso, non era tanto per mostrarlo, ma per se stessa, era tutto incentrato sul cuore: un feroce, cuore audace. Trasformò l’arte della fotografia (Arbus è ovunque, nel bene e nel male, nel lavoro degli artisti che oggi fanno fotografie), e prestò una nuova dignità alle persone dimenticate e trascurate in cui investiva così tanto di se stessa “.

Durante la sua vita ottenne un certo riconoscimento e fama con la pubblicazione, a partire dal 1960, di fotografie su riviste come Esquire , Harper’s Bazaar , il Sunday Times Magazine di Londra e Artforum
nel 1963 la Fondazione Guggenheim assegnò ad Arbus una borsa di studio per la sua proposta intitolata “American Rites, Manners and Customs”, la stessa borsa di studio che era stata assegnata a Dorothe Lange
nel 1966 ricevette il rinnovo del contratto da parte di John Szarkowski , direttore della fotografia al Museum of Modern Art (MoMA) di New York City , che sostenne il suo lavoro e lo inserì nella sua mostra del 1967 “New Document” insieme al lavoro di Lee Friedlander e Garry Winogrand
le sue fotografie sono state anche incluse in una serie di altre grandi mostre collettive

nel 1972, un anno dopo il suo suicidio , Arbus divenne la prima fotografa ad essere inclusa alla Biennale di Venezia
la prima grande retrospettiva del lavoro di Arbus si tenne nel 1972 al MoMA, organizzata da Szarkowski, la retrospettiva ha raccolto la più alta presenza di qualsiasi mostra nella storia del MoMA fino ad oggi, milioni di persone hanno visto mostre itineranti delle sue opere dal 1972 al 1979
il libro che accompagna la mostra, Diane Arbus: “An Aperture Monograph” , edito da Doon Arbus e Marvin Israel e pubblicato per la prima volta nel 1972, non è mai stato fuori stampa.

io amo moltissimo il suo lavoro che è sato molto discusso e controverso , suscitando in alcuni un travolgente senso di compassione, mentre altri trovano le sue immagini bizzarre e inquietanti r a volte anche immorali
ma è stata coraggiosa . ha sfidato le convenzioni stabilite che dettano la distanza tra fotografo e soggetto, determinando la cruda intensità psicologica che caratterizza la sua ritrattistica fotografica!
“Una fotografia è un segreto di un segreto. Più ti dice meno sai ”, disse una volta e in quella frase c’è molto del perchp del suo lavoro


nata Diane Nemerov il 24 marzo 1923 a New York, New York, è cresciuta in una famiglia benestante di origini russe, che le permise di perseguire interessi artistici fin dalla tenera età, vide per la prima volta le fotografie di Mathew Brady , Paul Strand ed Eugène Atget, mentre visitava la galleria di Alfred Stieglitz con suo marito Allan Arbus nel 1941
durante la metà degli anni ’40, la coppia iniziò un’impresa di fotografia commerciale che lavorò con Vogue e Harper’s Bazaar
negli anni ’50, Arbus iniziò a girare per le strade di New York con la sua macchina fotografica, documentando la città attraverso i suoi cittadini.
dopo aver lottato con episodi depressivi per tutta la vita, Arbus si suicidò il 26 luglio 1971 all’età di 48 anni. Nel 1972, un anno dopo la sua morte, la prima grande retrospettiva dell’opera di Arbus ebbe luogo al Museum of Modern Art di New York. Oggi, le sue opere sono conservate, tra le altre cose, nelle collezioni del Metropolitan Museum of Art di New York, della National Gallery of Art di Washington, DC e del Los Angeles County Museum of Art.

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Paul Gauguin o Tè Tamari No Atua

Tè Tamari No Atua (La nascita di Cristo, figlio di Dio)

Paul Gauguin
1848 – 1903

mi è sempre stato difficile parlare di Paul Gauguin, perchè essendo il pittore preferito di mio padre (il cui diletto era la pittura ed era molto bravo) , ho convissuto sempre con le riproduzioni dei suoi quadri per uttta la casa e poi mi ricorda l’amore col quale ne parlava mio padre e le sue perole mi mancano ancora tanto
non farò una biografia sua nè tantomeno un racconto di tutte le sue fasi, ma soltanto quello che io ho provato a convivere con le sue tele e vorrei cominciare dalla fine di questo artista tormentato e non sempre compreso (a mio giudizio come gli si conviene)
Gauguin muore nell’isola di Hiva Oa l’8 maggio a soli 55 anni, dopo la sua morte il Vescovo Martin farà, distruggere in fretta e furia tutte le opere che Gauguin conservava nella casa ritenedole “licenziose e profane”
soltanto qualche mese prima si era fatto 3 mesi di prigione con l’accusa di suscitare fermenti fra gli indigeni e di diffamazione verso un gendarme
questo e non solo è Guaguin si dice malato anche di sifilide e alcolizzato, ha passato gli ultimi anni in condizioni difficili, ricoverato in opsedale, un tentato suicidio, la morte della figlia prediletta Aline e del figlio Clovis, l’interruzuone epistolare con la moglie con la quale tra bene e male era sempre riuscito a mantenere un qualche rapporto
è solo completamente solo davanti a se stesso, aveva voluto evadere dalla sua socetà di origine per ritrovare in una natura e tra genti non contaminate dal progresso la condiizione di autenticità e di ingenuità primitiva, quasi come figure mitologiche, fra cui può nascere ancora spontanemante il fiore della poesia che l’Europa undustrializzata tendeva ad uccidere
aveva una grande ammirazione per Cézanne, fu uno dei prima a riconoscerne la grandezza, ma Cézanne non lo ricambiò mai, anzi e di questo Gauguin soffrì molto
non voleva dipingere a Parigi andò in Bretagana e poi a Panama, in Martinca, a Tahiti, ma le sue non sono fughe, sono come viaggi di lavoro, per lui era determinante l’ambiente dove lavora, che è poi la sorgente delle sue sensazioni e in Martinica o a Tahiti non cerca una ripresa dell’esotismo romantico, ma cerca la realtà profonda del proprio essere, non vuole provare nuove sensazioni, ma vuole esplorare se stessle sue origini, le motivazioni lontane delle prpoprie sensazioni
Giulio Carlo Argan ha scritto della sua pittura alcune cose che mi sembrano fondamentali per capire Gauguin fino in fondo e che io condivido totalmente


da “L’Arte Moderna” di Giulio Carlo Argan:
“””….Nei dipinti di Gauguin, non c’è rilievo, nè profondità, tuttavia non sono piatti, tutti risolti in superfìcie, come quelli di Manet.
La loro profondità non è di spazio ma di tempo. Non è l’istante fermato, come in Degas o in Toulouse, nè il tempo che scorre, come più tardi in Bonnard; è un tempo remoto e profondo, su cui l’immagine del presente si adagia e dilata come una ninfea sull’acqua ferma.
Cézanne dava alla sensazione la dimensione intellettuale, ontologica della coscienza; Gauguin la colloca nella dimensione dell’immaginazione. Baudelaire considerava il realismo una «guerra all’immaginazione» e l’immaginazione come la liberazione dalla banalità del reale; per Gauguin le immagini che la mente forma in presenza delle cose (le percezioni visive)non sono diverse da quelle che risalgono dalla profondità della memoria, ne queste meno «percepite» di quelle. Sostiene che si deve dipingere di memoria e non dal vero; e nella cosiddetta barbarie dei primitivi ritrova la giovinezza, un tempo perduto.
Si distacca dalla corrente che discende dall’Impressionismo (nel 1887) perché ormai è certo che la sensazione visiva diretta è soltanto un caso particolare dell’immaginazione.
E l’immaginazione non è al di là della coscienza, la implica: ecco perché la pittura di Gauguin presuppone quella di Cézanne
e, in definitiva, mira ad estendere l’area della coscienza al di là di quella dell’intelletto.
Gauguin del resto, che ha sempre ambito a mediare e sintetizzare le tendenze, non poteva non tener conto dell’istanza etica di Van Gogh, considerarla fuori della coscienza soltanto perché non rientrava nella coscienza-intelletto di Cézanne (per il quale, infatti, Van Gogh non era che un povero pazzo).
Un’esigenza etica, che porta ad un intervento diretto nella situazione (non a vane evasioni), si fa fortemente sentire
nella poetica di Gauguin. Se per dare un senso attivo alla funzione dell’immaginazione deve estraniarsi dalla società moderna, è perché in questa
non c’è più spazio nè tempo per l’immaginazione.
Il suo volere «ringiovanire» in una mitica barbarie è un suggerimento al mondo «civile» di invertire la rotta. E il suggerimento era particolarmente tempestivo in un momento in cui il mondo «civile» sosteneva il proprio progresso con la non-civiltà, lo scandalo morale del colonialismo.
Come non vedere che, andando a cercare e non a portare la civiltà tra i miti indigeni della Polinesia, Gauguin condannava la sostanziale barbarie del colonialismo? Se, come già per i romantici, l’arte deve agire sull’animo di chi la riceve, il quadro non è più, come l’intendevano gli impressionisti, il risultato di una pura ricerca intellettuale, ma è comunicazione, messaggio. Il problema non è più nella cosa che si percepisce e nel modo del percepire, ma nel comunicare un pensiero mediante la percezione di segni colorati.
Gauguin non ricusa i risultati della ricerca impressionista nel campo della percezione, ma li utilizza per offrire col quadro un campo percettivo, in cui è contenuto ed espresso un pensiero.

Trasforma cioè la struttura impressionista del quadro in una struttura di comunicazione che, forzando i termini, potrebbe dirsi espressionista.””””

durante i mesi dal 1886 e il 1890, Gauguin passa lunghi periodi in Bretagna dove trova una natura ancora vergine e incontaminata dove esiste un grande armonia tra i paesaggi e la vita degli abitanti rifiuta tuttavia ogni intento di rappresentazione naturalista, re dipinge quello che è il suo reale stato d’animo e i suoi pensieri anche se i soggetti sono poi piu’ o meno gli stessi ogni tanto fanno capolino alcuni elementi simbolici
dal 1888 al 1890 Gauguin trascorre lunghi periodi a Pont-Aven e a Le Pouldu, con Émile Bernard e insieme danno vita ad una tecnica pittorica che il critico Edouard Duiardin definisce “cloisonnisme” ( questo è un termine preso dall´arte degli smalti e delle vetrate medievali da Paul Gauguin, per le campiture di colore delimitate da bordi, proprie della pittura espressionista, in funzione della valenza di ciascun colore in rapporto con i contigui. )
sicuramente Gauguin ha ricevuto da E.Bernard moltissimo le sue tele infatti erano formate da grandi campiture di colore appunto come avveniva nel cloisonnè
in questo periodo Gauguin dipinge delle tele straordinarie dove sono presenti evocazioni mistiche e religiose come “Visione dopo il sermone” che venne considerata una specie di manifesto pittorico del simbolismo

la visione dopo il sermone


legge Baudelaire,che lascia in lui un segno profondo e inizia a profilarsi il “Sintetismo”, che potremmo definire sintesi che Gauguin opera delle impressioni che riceve dalla realtà fisica e che rilegge e manifesta con un colore uniforme a volte puro e con un disegno che rasenta la decorazione
le composizione si semplificano continuamente quasi ad assumere un’aspetto stilizzato i piani propsettici si perdono, le forme e i piani stessi diventano zone di colore puro con contorni netti, un po’ come le stampe giapponesi
Il colore che viene steso con pennellate piatte, ha tonalità prive di relazione col soggetto (rossi, azzurri, gialli vivaci).
Gauguin non riproduce più la natura, ma la ricrea
l’idea di una pittura che non sia riproduzione della realtà visiva, bensì astrazione, creazione, è il principio su cui si basa il “Sintetismo”: sintesi tra essere, sapere e sentire. la tensione di giungere a questa sintesi spinge Gauguin a cercare spazi che soddisfacessero maggiormente la sua ricerca insaziabile di selvaggia purezza, di autenticità primitiva.
nel corso dei lunghi soggiorni a Tahiti e alle Isole Marchesi, Gauguin si nutre dei riti e delle usanze locali. Si appropria dei misteri e dei simboli di questo mondo, fondendoli con l’incanto della sua natura lussureggiante, con l’impressione di serenità e libertà della sua gente.
le tele sono raffigurazioni di donne, di gruppi di persone, animali, immersi in una natura rigogliosa.
la stilizzazione è esasperata e il disegno della composizione assume carattere decisamente ornamentale. Libero da ogni riferimento realistico, il colore si esalta fino all’assurdo, per ricreare quel senso di “splendore barbaro”, tanto cercato dall’artista.

Gauguin è una delle figure fondamentali nell’evoluzione del simbolismo.
Ma il suo lavoro rappresenta un punto di riferimento importante per vari momenti dell’arte a cavallo tra ‘800 e ‘900: i Nabis, l’Art Nouveau, i fauve, l’espressionismo tedesco

in principio era il nome

circondariale essenza di presenze mute
a confondere veloci squittii di ombre
sgretolate da muri cementati a vita

rincorrimi pensiero stupendo
dalle note di Patty Pravo
suonate su pelle di tamburo
marchiato a fuoco con acqua di sorgente

zampillano rosse monachelle ***
al vento dell’Est, racchiudono
nel mantello i fogli di sterili profezie
come prologo insano di future sventure

urla da gole di Erinni a sangue morse
da viscidi serpenti, ascoltano Cassandra
sulle mura di Troia : – Distruggi o Padre
la terra e la patria, erranti figli di
utòpia, dalle grandi braccia, calcheremo
gli infiniti nella scintillante scia del nulla –

in principio era il nome

***piccoli uccelli del deserto, anche di quello di sabbia rossa che quando arriva il vento forte si coprono di sabbia diventando piccole macchie rosse

Francois-Joseph Luigi Loir… oh Parigi mia cara ( 2 )

Francois-Joseph Luigi Loir
(1845-1916)

Luigi Loir nasce il 22 dicembre 1845 a Goritz in Austria e la sua prima istruzione artistica la ebbe nel 1853 all’Accademia delle Belle Arti di Parma (mia città di origine)
alla fine dei suoi studi nel 1865, Loir fa il suo esordio al Salone di Parigi con un paesaggio e ricevette molti complimenti e Loir si iscrisse poi ad un corso molto prestigioso tenuto da Jean-Aimable Amédée Pastelot (1810-1870) per diventare un pittore di “muri”, le tecniche tra il dipingere le tele e imuri sono molto diverse, un facitore di murales ante-litteram, fece molti lavori murali e su soffitti per la ricca borghesia francese
divenne così molto popolare come pittore di soffitti e di muri molti dei lavori di Loir che includono acquarelli, e litografie furono acquisiti dalla città di Parigi e dai musei francesi
dopo il 1870 , Loir si concentrò esclusivamente sulle vedute di Parigi
in questi lavori, Loir raccontò per immagini le molte facce di Parigi, a tutte le ore del giorno e con lui appaiono le prime periferie, non solo il centro, una Parigi desueta e con atmosfere non sempre “luminose”
I suoi eccezionali poteri di osservazione, uniti alla sua abilità compositiva e alla drammatica tavolozza di colori, gli valse la reputazione di essere uno degli artisti più ricercati del auo periodo
I suoi dipinti sono scene quasi intime della vita quotidiana nella Città della Luce, liricamente raffigurate in tonalità particolari e dettagli squisiti
il suo interesse per il paesaggio urbano è forse più complesso di una semplice rappresentazione di Parigi e dei suoi abitanti
le sincere riflessioni di Loir sui mutevoli effetti delle diverse ore del giorno e del tempo mostrano la riflessione estetica messa nei suoi dipinti. Le opere eseguite da Loir mostrano la qualità di uno studio dedicato sui mutevoli effetti di luce sugli ambienti, dal primo pomeriggio al tramonto, che gli consente di focalizzare l’attenzione del pubblico su una fonte di luce che anima i colori altrimenti freddi della tela. Il suo racconto delle “icone” più riconoscibili della città ha creato un senso di nostalgia per questi spazi
venne anche eletto pittore ufficiale dei Viali di Parigi, non ricordo l’anno, questo portò alle stelle la sua carriera e anche la sua reputazione…

la prima puntata è Édouard Leon Cortès… oh Parigi, mia cara ( 1 )

di Picasso e del periodo blu

mi corre l’obbligo di dire prima di tutto che non mi ritengo un critico d’arte, tanto meno un conoscitore profondo di questa splendida attivitè degli uomini, ho soltanto sviluppato nel tempo, vuoi per ragioni di mera curiosità, vuoi per puro piacere personale, un amore grandissimo in particolare per la pittura e l’architettura e la fotografia, ma poichè il mio approccio è stato per la maggior parte “amoroso”, non posseggo quella severità e estraneità di giudizio che appartiene agli studiosi seri, molto spesso mi muovo a pelle, scoprendo o riscoprendo conoscenze o nozioni apprese sui libri o girovacando con mostre all’infinito

fra i tanti momenti della pittura di Picasso, quello che si avvicina molto al mio cuore è il periodo cosidetto “blu” molto si è favoleggiato su questo periodo
sicuramente, inizia intorno al 1901, anche se, (questo è il mio pensiero…), si possono riscontrare degli accenni in alcune opere precedenti, specialmente, dopo che ebbe affittato lo studio di Isidre Nonell nel 1900
si dice che il periodo blue derivi dal suo dolore profondo per la perdita dell’amico Carlos Casagemas, che si suicidò in seguito ad una delusione d’amore
io non sono molto convinta di ciò, (ma io non sono un critico political correct…), credo al contrario che siano varie le influenze che hanno portato Picasso alla scelta monocromatica ed in particolare alla scelta del blu…
era abbastanza vicino ai simbolisti, ed in particolare al poeta Verlaine, che chiedeva a gran voce una sfumatura di colore, piuttosto che del colore, io ( ed è sempre un pensiero molto personale..), sono convita che la poesia e la scrittura abbiano avuto per Picasso sempre una grande influenza
si era anche nel periodo in cui Rilke scriveva e stranamente nelle tele di Picasso sembrano apparire i suoi personaggi
è il periodo difficile, della sua solitudine, del suo insuccesso nell’esposizione di Vollard e poi sicuramente dentro all’animo di Picasso andavano facendosi strada alcune temantiche che ripercorrerà in altri modi anche nei periodi successivi
certamente abbandona gli scenari precedenti, le scene dei cafè delle donne coi grandi cappelli e comincia a rappresentare figure enigmatiche, emaciate, che sembrano ergersi rigidi e silenziosi con lo sguardo perso nel vuoto
non hanno nulla in comune con le figure dei Parigini di quell’inizio novecento, sono mendicanti, ciechi, poveri che a mio avviso vengono trasformati dalla visione affettuosa di Picasso in figure quasi mitiche che non appartengono a nessuna epoca, ma a tutte
nelle tele “blu” vi si legge solitudine, fame, disagio, e non solo per le linee angolari dei corpi magri ed amaciati, ma soprattutto per il colore, un blu triste, doloroso, che domina lo spazio e le figure nella loro remota e silenziosa irrealtà
è strano, ma io vi ho sempre letto un lontano legame con le figure di El Greco, le proporzioni allungate, i gesti estatici e angolari, la relazione tra le figure e lo spazio penso che Picasso abbia assunto alcuni elementi di El Greco e li abbia usati per esprimere il suo sentimento di solidarietà marcata verso una umanità opressa, silenziosa ed affamata.

Édouard Leon Cortès… oh Parigi, mia cara ( 1 )

Édouard Leon Cortès 1882 – 1969

nasce a Lagny, e durante la prima parte della sua vita, conosce Parigi come il centro del mondo dell’arte, a Parigi arrivano artisti da tutto il mondo per studiare e dipingere sia la citta, sia i suoi dintorni, viene conosciuta come “la Città delle Luci”

vi era una grande richiesta di scene che rappresentavano Parigi e le sue strade, e Cortès , insieme ad altri artisti come Eugene Galien-Laloue (1854-1941), Luigi Loir (1845-1916) e Jean Beraud (1849-1936) risposero prontamente a questa richiesta specializzandosi nelle scene che rappresenravano le strade di Parigi ognuno di questi artisti catturò la città durante il suo maggior splendore, fin dai primi del 1900
era il figlio di Antonio Cortès, pittore della Corte spagnola, che arrivò a Parigi per l’Esposizione Universale e fu attratto dalla città di Lagny, dove si stabilì e dove nacque Eduard che dimostrò subito passione per la pittura come il padre
nel 1900 circa comincia a dipingere le scene di parigi, che lo avrebbero fatto diventare molto famoso, fu uno degli artisti più prolifici del suo tempo
le sue viste di Parigi sono fra le più efficaci e belle immagini di questo genere, ha catturato l’atmosfera della città durante le diverse stagioni e per piu’ di 60 anni: una Parigi luccicante, festosa, ma anche malinconica, dolce e sognante
guardare i suoi scenari è un po’ come essere lì

Sebbene Cortès fosse decenni più giovane della prima generazione di pittori impressionisti come , i suoi dipinti sono più allineati con la generazione precedente di quanto lo siano i suoi coetanei postimpressionisti 
ha dipinto anche scene di vita delle Mormandia e della Bretagna

on the edge of some crazy cliff (***) (alla deriva)

gli occhi di un’età di steli di grano
respirano il ciglio della collina

un pescatore raduna le reti
prive di stelle e conchiglie

/ ma eravamo bambini /
e il cielo sarà nuvoloso e la pioggia
sgocciola fame scivolando nella bocca
del cercatore di perle

germogli nel deserto della carne
ad applaudire un cameriere
all’ombra di un alfabeto bagnato
dentro coppe di pane del tempo

la verità è imbrigliata
nel tetto del sogno
nuda così, come sonno d’amante.

(***) “And I’m standing on the edge of some crazy cliff. What I have to do, I have to catch
everybody if they start to go over the cliff – I mean if they’re running and they don’t look
where they’re going I have to come out from somewhere and catch them. That’s all I do all
day. I’d just be the catcher in the rye and all. I know it’s crazy, but that’s the only thing I’d
really like to be.”
J.D. Salinger – The Catcher in the Rye – Ch. 22

E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo
tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove
vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il
giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma
è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente far
e. “il Giovane Holden” di J.D. Salinger -capitolo 22-

Lewis W. Hine o del lavoro minorile

Macon, Georgia, Stati Uniti, Gennaio 1909

Lewis W. Hine
(1874-1940)

è nato a Oshkosh nel Wisconsin e ha studiato sociologia all’Università di Chicago e New York, diventando un insegnante, poi ha usato la fotografia come un mezzo per raccontare le sue “preoccupazioni sociali”

il suo primo lavoro fotografico caratterizzato dalle immagini degli immigrati di da Ellis Island
nel 1908, Hine abbandona il suo posto di insegnante per un lavoro a tempo pieno come fotografo investigativo per il Comitato Nazionale sul Lavoro Minorile, e ha poi condotto una campagna contro lo sfruttamento dei bambini americani

dal 1908 al 1912, Hine ha preso la sua macchina fotografica e ha girato in tutta l’America per fotografare i bambini anche di appena tre anni di età che lavorano per lunghe ore, spesso in condizioni pericolose, in fabbriche, miniere e campi
Hine è stato un fotografo di grande talento che ha guardato i suoi giovani soggetti con l’occhio carico di grande umanità

nel 1909, ha pubblicato il primo di molti saggi fotografici raffiguranti bambini lavoratori a rischio, in queste fotografie, l’essenza della giovinezza sprecata è evidente nei volti tristi e anche arrabbiati, alcune delle sue immagini, come la ragazza nel mulino che si intravede dalla finestra, sono tra le più famose fotografie mai scattate

durante la prima guerra mondiale, ha documentato la situazione dei profughi per la Croce Rossa Americana, successivamente ha documentato la costruzione di l’Empire State Building nel 1930-1931 e appendendosi a testa in giù da una gru per fotografare gli operai

al Museo Getty si può trovare una raccolta delle sue foto!

Lavoro minorile oggi:

Se vivessero tutti in unico Paese, costituirebbero il nono Stato più popoloso al mondo: sono i 152 milioni di minori tra i 5 e i 17 anni, 1 su 10 al mondo, vittime di sfruttamento lavorativo, di cui quasi la metà – 73 milioni – costretti a svolgere lavori duri e pericolosi, che ne mettono a rischio la salute e la sicurezza, con gravi ripercussioni anche dal punto di vista psicologico

Questa terribile piaga non risparmia neanche l’Italia dove, solo negli ultimi due anni, sono stati accertati più di 480 casi di illeciti riguardanti l’occupazione irregolare di bambini e adolescenti, sia italiani che stranieri. Un numero senza dubbio sottostimato a causa della mancanza, nel nostro Paese, di una rilevazione sistematica in grado di definire i contorni del fenomeno. Basti pensare che secondo l’ultima indagine sul lavoro minorile in Italia, diffusa dalla nostra Organizzazione e Associazione Bruno Trentin nel 2013, i minori tra i 7 e i 15 anni coinvolti nel fenomeno erano stimati in 260.000, più di 1 su 20 tra i bambini e gli adolescenti della loro età.

IL LAVORO MINORILE NEL MONDO
Nonostante i progressi significativi compiuti negli ultimi 20 anni, il mondo è ancora lontano dal raggiungere l’obiettivo di sradicare ogni forma di lavoro minorile entro il 2025, come previsto negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, e in base al trend attuale, in quella data, vi saranno ancora 121 milioni di minori vittime di sfruttamento lavorativo.

Del totale dei minori vittime di sfruttamento lavorativo oggi presenti al mondo, 79 milioni hanno tra i 12 e i 17 anni di età, mentre 73 milioni sono molto piccoli, tra i 5 e gli 11 anni, e quindi ancor più vulnerabili ed esposti al rischio di conseguenze sul loro sviluppo psico-fisico. Quasi la metà del totale (72 milioni) si trova in Africa, con Mali, Nigeria, Guinea Bissau e Ciad che fanno registrare le percentuali più alte di bambini tra i 5 e i 17 anni coinvolti nel lavoro minorile. In questi Paesi, infatti, lavora più di 1 bambino su 2; quasi 1 su 3 (29%) se si considera l’area dell’Africa subsahariana dove, rispetto al passato, la lotta al lavoro minorile non soltanto non ha fatto registrare alcun miglioramento ma, al contrario, ha visto un incremento del fenomeno.

castelli omayyadi o del deserto giordano ( 5 ) Qasr Hallabat

potete trovare QUI una prefazione ai castelli del deserto, oggi vi parlo di un gioiello che forse verrà resturato almeno in una parte molto presto

durante la dinastia omayyade , i nobili e le famiglie benestanti eressero piccoli castelli in regioni semi-aride per servire come loro tenute di campagna o case di caccia. Per l’aristocrazia di Ummayad, la caccia era un passatempo preferito e questi castelli del deserto divennero importanti luoghi di relax e divertimento
in arabo, questi castelli del deserto sono conosciuti come qusur (pl.) / Qasr (sing.), erano spesso costruiti vicino a una fonte d’acqua o adiacenti come un’oasi naturale e spesso situati lungo importanti rotte commerciali, come le antiche rotte commerciali che collegano Damasco con Medina e Kufa
il complesso di Qasr Hallabat si trova nel deserto orientale della Giordania, originariamente era una fortezza romana costruita sotto l’imperatore Caracalla per proteggere i suoi abitanti dalle tribù beduine , questo sito risale al II e III secolo d.C., sebbene vi siano tracce di presenza nabatea
era uno dei tanti sulla strada principale romana, Via Nova Traiana , un percorso che collegava Damasco ad Aila (l’odierna Aqaba ) attraverso Petra e Filadelfia (l’odierna Amman )
tuttavia, entro l’ottavo secolo, il califfo omayyade Hisham ibn Abd al-Malik ordinò la demolizione delle strutture romane al fine di riqualificarlo come sito militare e come anche il suo territorio limitrofo perchè diventare uno dei più grandi complessi del deserto omayyade
guidato dal piano esistente, incorporò una moschea (si trovava a 15 metri dal sud-est della struttura principale), un complicato sistema idrico comprendente cinque cisterne e un serbatoio d’ acqua considerevolmente grande , e uno stabilimento balneare che ra sotuato a circa 3 km
inoltre, situata ad ovest del palazzo rimane una struttura chiusa probabilmente utilizzata per scopi agricoli come la coltivazione di ulivi e / o viti, è ancora in piedi solo una traccia di pietra e uno strato della struttura agricola, tre sezioni del muro della moschea, incluso il mihrab (arco semicircolare che indicava la direzione verso la Mecca) nella parete meridionale, rimangono intatte
il palazzo principale è costruito in basalto nero e calcare e ha una pianta quadrata con torri ad ogni angolo, di grande statura, le strutture principali sono state ulteriormente arricchite con mosaici decorativi che raffigurano un assortimento di animali, affreschi dettagliati e sculture in stucco altamente artigianali e pavimenti con mosaici

Circa 1400 metri a est del palazzo si trovano i resti della moschea, di piccole dimensioni, misura 10,70 per 11,80 metri ed è costruito in pietra calcarea stratificata
all’interno, due riwaq ( è un portico aperto su almeno un lato) ad archi dividono la moschea in tre sezioni
una modanatura arrotondata estende il perimetro dello spazio all’altezza di 2,10 metri, simile a Qusayr ‘Amra e Hammam as-Sarah (di cui parleremo più avanti), tre volte a tunnel sostengono il tetto della struttura, attorno alla moschea da nord, ovest e est sorgeva un portico largo 3,30 metri

dal 2002 al 2013, la Missione archeologica spagnola in Giordania ha realizzato un progetto di scavo, restauro e allestimento di un museo a lungo termine, diretto dal Dr. Ignacio Arce, era inclusa la collezione sistematica di tutti i rimanenti blocchi di pietra incisi, che sono un’attrazione molto speciale a Qasr Al Hallabat
contengono un testo legale relativo all’organizzazione militare del confine orientale dell’Impero bizantino, decretato dalla corte imperiale di Costantinopoli durante il regno dell’Imperatore Anastasio I (491-518 d.C.), le iscrizioni greche di oltre 300 linee e circa 70 capitoli, sono incise in 160 blocchi di basalto che sono stati riutilizzati nella muratura dei successivi periodi di costruzione

alla fine del film

abita polvere antica i balconi
la vecchia soltanto conosc -perché
la pioggia d’autunno non sa
lavare il viso della sera


entra al cinema aperto
sulla strada a guardare
il suo film preferito

-il passaggio di auto e pedoni-
pensa e sorride

-l’eroe sarà piu’ bello
quando invecchia –


alla fine del film
lo bacerà e partirà con lui
a chiudere insieme

-abbracciati –
le mani del tempo

Rebus Sic Stantibus

Timeo Danaos et dona ferentes

4000 Wu Otto

Drink the fuel!

quartopianosenzascensore

Dura tenersi gli amici, oggigiorno...

endorsum

X e il valore dell'incognita

Cucinando poesie

Per come fai il pane so qualcosa di te, per come non lo fai so molto di più. (Nahuél Ceró)

Nonsolocinema

Parliamo di emozioni

Solorecensioni

... ma senza prendersi troppo sul serio

Parola di Scrib

Parole dette, parole lette

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