8 dicembre 1982

Abu Saher, seduto sotto l’ulivo guardava lontano verso la valle di Emmà, il bastone fra le mani , la vecchia kefia bianca e nera arrotolata intorno al collo ad allentare il freddo di quel terso mattino.
Erano passati vent’anni da quell’8 dicembre in cui aveva salutato Yaacov, che lasciava la Giordania per la nuova terra di Israele, stringendogli la mano sotto l’ulivo che insieme avevano piantato il giorno in cui era nato il loro primo figlio, ma era come non si fossero mai allontanati da quel luogo consacrato ai loro affetti.
Abu Saher aveva ricevuto un telegramma sei giorni prima : – Yacoov, grave, ricoverato ospedale Telaviv.-, ma gli era stato impedito di oltrepassare il confine, le autorità israeliane non avevano dato il permesso, e non aveva potuto stringere un’ultima volta la mano dell’amico che ora se n’era andato per sempre.
Il suo viso rugoso si contrasse e lacrime dolorose riempirono i suoi occhi stanchi.
Si avvicinò all’ulivo ancora giovane e legò intorno al tronco la sua Kefia, e depositò vicino alle radici il suo bastone, lasciò in quel luogo il suo dolore per l’amico che non aveva potuto salutare prima del suo ultimo viaggio.
Abu Saher abbandonò per sempre quel luogo in un sereno mattino di 10 anni dopo e ancora oggi si vede la kefia , ormai logora e sfilacciata legata al tronco e si sentono le voci scherzose dei nipoti di Abu Saher e di Yacoov che felici si ritrovano insieme attorno all’ulivo ogni 8 dicembre.

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