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Telemaco Signorini o dei macchiaioli

Telemaco Signorini
italiano 1835 – 1901

nato nel quartiere Santa Croce di Firenze , ha mostrato una precoce inclinazione allo studio della letteratura, ma con l’incoraggiamento del padre, Giovanni Signorini. pittore di corte del Granduca di Toscana , decise invece di studiare pittura e nel 1852 si iscrive all’Accademia fiorentina e nel 1854 dipinge paesaggi en plein air
l’anno successivo espone per la prima volta presso la Società Promotrice delle Belle Arti dipinti ispirati alle opere di Walter Scott e Machiavelli
nel 1855 iniziò a frequentare il Caffè Michelangiolo di Firenze, dove conobbe Giovanni Fattori , Silvestro Lega , Saverio Altamura e diversi altri artisti toscani che presto sarebbero stati soprannominati i Macchiaioli
i Macchiaioli, insoddisfatti delle antiquate convenzioni insegnate dalle accademie d’arte italiane, iniziarono a dipingere all’aperto per catturare la luce naturale, l’ombra e il colore, erano precursori degli impressionisti che, a partire dagli anni ’60 dell’Ottocento, avrebbero perseguito obiettivi simili in Francia
Signorini fu volontario nella seconda guerra d’indipendenza italiana nel 1859, e successivamente dipinse scene militari che espose nel 1860 e nel 1861, fece il suo primo viaggio fuori dall’Italia nel 1861 quando visitò Parigi , dove sarebbe tornato spesso nei decenni seguenti, lì conobbe Degas e un gruppo di artisti italiani espatriati nella sua orbita, tra cui Giovanni Boldini , Giuseppe De Nittis e Federico Zandomeneghi ; a differenza di loro, però, Signorini rimase radicato in Italia
divenne non solo uno dei principali pittori dei Macchiaioli, ma anche il loro principale polemista.
Lo storico dell’arte Giuliano Matteucci ha scritto descrivendo il suo ruolo : “Se riconosciamo Fattori e Lega come le maggiori figure creative dei macchiaioli , allora Signorini va sicuramente riconosciuto come il loro ‘ deus ex macchina , il suo ruolo è quello di catalizzatore ed energico dottrinario. Trasformando l’attenzione dalla pittura storica e dal ritratto accademico verso una nuova interpretazione poetica del paesaggio naturale, la parte di Signorini è stata di fondamentale conseguenza per la pittura macchiaioli “.
l’influenza della fotografia è spesso suggerita dalle composizioni asimmetriche delle opere di Signorini, e le sue ultime incisioni di scene di strada rivelano influenze aggiuntive: quelle dell’arte giapponese e Whistler , nelle loro semplificazioni di forma, effetti atmosferici e trattamento appiattito dello spazio.
iniziò ad insegnare all’Istituto Superiore di Belle Arti di Firenze e morì in quella città.

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Giovanni Fattori o della pittura a macchia

Giovanni Fattori
1825-1908

Giovanni Fattori, è l’esponente più importante dei macchiaioli (corrente di pittori precursori dell’impressionismo di cui fecero parte anche Silvestro Lega e Telemaco Signorini).
Nato a Livorno nel 1825 prese parte alle battaglie per l’Unità d’Italia collaborando con il Partito d’Azione.
Trasferitosi a Firenze si iscrisse all’Accademia di Belle Arti ed iniziò a frequentare il gruppo del Caffè Michelangelo, ritrovo di artisti.
La sua pittura andò sempre più semplificandosi ed arrivò ad un nuovo modo di esprimere la luce giungendo a quell’effetto di macchia che caratterizza il nome del gruppo di cui fece parte (macchiaioli) con rapidi e piccoli abbozzi attraverso poche, essenziali, macchie di colore. Andò inoltre sempre più discostandosi dalle forme accademiche per cercare di rendere una rappresentazione reale dei soggetti, orientandosi verso gli umili aspetti della vita quotidiana – personaggi, animali, scene di vita rustica, ecc.
Questo nuovo modo di dipingere fu uno degli argomenti più discussi dagli artisti che si riunivano al Caffè Michelangelo.
Dipinse vari soggetti di carattere risorgimentale. In essi sono raffigurate battaglie o, a volte, solo dei soldati che segnano con la loro presenza i paesaggi italiani. In queste opere Fattori non vuole porre l’attenzione sui valori eroici della guerra, ma sulla tragica realtà di una battaglia fatta soprattutto di morti e feriti.

il dipinto “In vedetta”, noto anche come “Il muro bianco”, è costituito da pochi elementi: su un muro bianco (elemento che comparirà frequentemente nelle opere di Fattori), in diagonale, si stampa l’ombra scura di un soldato a cavallo; poco più indietro, altri due soldati stanno di vedetta. Null’altro che questo e una piana chiara di terra arida, lontana, bruciata dal sole.
Esprime sinteticità e profondità. Il soggetto militare è reso quasi astratto dall’abbagliante luce solare.
L’impressione è di una grande staticità e immobilità, sia degli elementi naturali che delle figure.

Sceglie inoltre temi di rappresentazione del paesaggio, la Maremma e la vita campestre. La maremma toscana, di cui lui era originario, divenne uno dei soggetti preferiti.
Paesaggi segnati da grande essenzialità, colore disteso in modo omogeneo. I soggetti vengono definiti in modo sintetico.

La rotonda dei bagni Palmieri
La rotonda dei bagni Palmieri, tavola di piccole dimensioni, è una delle opere più famose del pittore. La scena è ambientata in uno stabilimento balneare (bagni Palmieri), sul lungomare di Livorno, e ritrae un gruppo di signore, probabilmente borghesi, all’ombra di un tendone giallo ocra. Ogni donna è colta in un diverso atteggiamento. Il quadro può essere suddiviso in fasce orizzontali, partendo dal basso:
La spiaggia;
L’azzurro intenso del mare;
lo scorcio scuro delle colline sullo sfondo;
il cielo di un azzurro pallido;
il giallo del tendone.
Il pittore fa uso di poche tonalità di colore e si basa su di una ristretta gamma di colori, creando un gioco di contrasti tra toni chiari e scuri. Nonostante ogni cosa sia rappresentata da macchie di colore ed i volti siano privi di lineamenti le figure si stagliano in maniera netta e definita e risaltano in contrasto allo sfondo costituito da un cielo chiarissimo.
Fattori utilizza una tavola di formato orizzontale allungato per sottolineare la profonda vastità dell’orizzonte. Il paesaggio è appena accennato.


Fattori morì a Firenze il 30 Agosto del 1908.

seguendo i tratti distintivi della pittura macchiaiola Fattori rinnega il tradizionale chiaroscuro per definire i volumi e le distanze e, impiegando pennellate larghe e piatte, accosta più macchie di colori puri di tonalità diversa non mischiati fra loro. La sua pennellata è tipicamente macchiaiola: stesura a pennellate veloci, corte e accostate.
Le opere con maggiori impasto in genere corrispondono a quelle di dimensioni limitate, in modo particolarmente accentuato le tavolette; in questo caso la stesura pittorica è condotta con una straordinaria fermezza e sicurezza di mano.
I colori sono applicati direttamente sulla superficie del legno senza alcuna preparazione. Fattori spesso lascia trasparire le venature del colore stesso del legno sfruttando questo elemento per ottenere l’effetto desiderato.
Il colore è utilizzato senza uso di diluenti e applicato al supporto così come esce dal tubetto. Pur non esistendo una preparazioni vera e propria le tavolette del pittore sono spesso trattate con un leggero strato di colletta che riduce la porosità e assorbenza del legno.
Le analisi scientifiche hanno appurato l’uso di miscele complesse di una grande varietà di pigmenti tradizionali e sintetici: bianco al piombo, bianco di zinco, ocra rossa, cinabro, vermiglione, blu di Prussia, giallo ocra e giallo Napoli, giallo cromo, giallo cadmio e giallo zinco sperimentando nuove e peculiari miscele di pigmenti.

Per meglio afferrare la tonalità del chiaroscuro i macchiaioli usavano spesso uno specchio annerito dal fumo, “ton Gris”, che esaltava i contrasti dell’immagine in esso riflessa.
Nonostante che il risultato fosse simile a un abbozzo, piuttosto che a un quadro finito, l’impressione del vero catturata dai macchiaioli è pur sempre realista, lontana pertanto da quella impressionista che aveva peraltro del tutto abolito l’uso del nero.

I macchiaioli rifiutarono sì l’uso di linee decise per contornare i propri soggetti, ma in realtà, l’aborrito disegno, cacciato dalla porta come artificiosa circoscrizione dei corpi, rientrava dalla finestra come limite invisibile delle “ macchie “.

Giovanni Boldini o delle donne alla “Moda”

Marthe Régnier

non è fra i miei pittori favoriti, ma senza dubbio i ritratti delle sue donne sono affascinanti, queste donne bellissime, eleganti, perfette a me a volte danno una strana malinconia e mi domando ma invecchieranno mai?

«Boldini sapeva riprodurre la sensazione folgorante che le donne sentivano di suscitare quand’erano viste nei loro momenti migliori.» Con queste parole Cecil Beaton, tra i primi e più celebri fotografi di moda del Novecento, sanciva il talento del pittore ferrarese nel ritrarre la voluttuosa eleganza delle élite cosmopolite della Belle Époque, nel saper celebrare le loro ambizioni e il loro raffinato narcisismo.
Nella sua opera la moda ha rivestito un ruolo essenziale: colta inizialmente per quel suo essere quintessenza della vita moderna, elemento che ancòra l’opera alla contemporaneità, la moda – intesa come abito, accessorio, ma anche sofisticata espressione che trasfigura il corpo in luogo del desiderio – diviene ben presto un attributo essenziale e distintivo della sua ritrattistica. Grazie ad una pittura accattivante, che unisce una pennellata nervosa e dinamica all’enfatizzazione di pose manierate e sensuali volte ad esaltare tanto le silhouette dei modelli quanto le linee dei loro abiti, e con la complicità delle creazioni dei grandi couturier come Worth, Doucet, Poiret e le Sorelle Callot, Boldini afferma una personale declinazione del ritratto di società che diviene un vero e proprio canone, modello di stile e tendenza che anticipa formule e linguaggi del cinema e della fotografia glamour del Novecento.

Dal WEB:

Nato a Ferrara nel 1842, Giovanni Boldini si accosta alla pittura grazie al padre Antonio, valido pittore purista attratto dai maestri del Quattrocento. Gli anni della sua formazione saranno dedicati, infatti, alla riproduzione delle opere rinascimentali conservate nei musei ferraresi e alla frequentazione dello studio dei fratelli Domenico e Girolamo Domenichini, pittori e decoratori. Nel 1858 esegue un Autoritratto giovanile e alcuni ritratti di gentildonne e notabili ferraresi, iniziando così ad affrontare quel genere artistico che non avrebbe mai abbandonato: il ritratto borghese. Nel 1862, grazie a una piccola eredità ricevuta da uno zio, Boldini si trasferisce a Firenze per frequentare l’Accademia di Belle Arti e diviene amico inseparabile di Michele Gordigiani e Cristiano Banti che lo introdurranno al circolo di artisti che si riuniva al Caffè Michelangelo, ritrovo dei Macchiaioli. Qui Boldini dipinge ritratti e paesaggi e conosce molti esponenti della comunità inglese di Firenze, fra cui i Falconer. Nel 1865 è ospite di Diego Martelli a Castiglioncello e l’anno dopo compie un viaggio a Napoli con l’amico Cristiano Banti, che ritrarrà in quegli stessi anni, contemporaneamente ai suoi figli Alaide Banti e Leonetto Banti (1866). In occasione dell’Esposizione Universale, nel 1867 Boldini si reca per la prima volta a Parigi, dove incontrerà Degas, Manet e Sisley. Di ritorno in Toscana, l’anno successivo inizierà ad affrescare (con scene campestri) la sala da pranzo della villa dei Falconer, detta “La Falconiera”, nella campagna pistoiese, lavoro che, sospeso più volte, si concluderà solo nel 1870. Dopo un breve soggiorno a Londra nel 1870, dove si avvicinerà alla ritrattistica inglese del Settecento, nell’ottobre del 1871 si trasferisce definitivamente a Parigi. Qui dapprima dipinge quadri di genere e di costume di gusto neosettecentesco su commissione di Goupil, uno dei mercanti più alla moda, per il quale dipingono anche De Nittis, Meissonier, Palizzi e Fortuny. In seguito, intorno al 1874, Boldini si dedicherà alle vedute di strade e di piazze parigine ma soprattutto alla ritrattistica, divenendo uno dei pittori prediletti dell’alta società parigina. In quegli stessi anni che vedono a Parigi la consacrazione del movimento impressionista (nel 1874 si terrà la mostra presso lo studio del fotografo Nadar), Boldini offre nei suoi quadri la visione di un mondo diverso, più buio e dinamico. Il suo riferimento francese sarà Degas e la sua pittura degli “interni” piuttosto che quella tipicamente “en plein air”. Boldini, così, negli anni Settanta, abbandona del tutto le vedute urbane all’aperto per immergersi nelle atmosfere affollate dei teatri, delle feste e soprattutto dei caffè, nuovo fulcro di vita contemporanea. L’evoluzione sarà anche di tipo stilistico, nello scurire gradatamente la tavolozza verso i grigi, il marrone e il nero e nel rendere più rapida e sintetica la sua pennellata. Ciò avverrà anche in seguito alle suggestioni ricevute durante un viaggio compiuto nel 1876 in Olanda e in Germania, dove era rimasto particolarmente colpito dalle opere di Frans Hals e da quelle del contemporaneo Adolph Menzel. Nel 1882 dipinge il ritratto del musicista Emanuele Muzio, il quale lo metterà in contatto con Giuseppe Verdi, che poserà per lui nel 1885 durante un momentaneo ritorno in Italia. Completato il ritratto di Verdi nel 1886, l’anno dopo verrà invitato dal grande compositore alla prima dell’Otello alla Scala. Negli anni Novanta, durante i suoi lunghi soggiorni in Italia, prolificano i ritratti di grande formato (di una eleganza originale) e le serate mondane alle prime delle opere. Nel fatidico 1900 Boldini è a Palermo per ritrarre Donna Franca Florio, dipinto che verrà esposto alla Biennale di Venezia nel 1903. Partecipa, poi, all’Esposizione Universale di Parigi con i ritratti di Whistler, dell’Infanta Eulalia di Spagna e altri dipinti. Costantemente presente, e con successo, a vari Salon e mostre internazionali, morirà a Parigi, per una broncopolmonite, l’11 gennaio del 1931. Verrà sepolto nella Certosa a Ferrara.

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