elsewhere and faraway (dell’ altrove)

la mano stringe gusci di selce fine
sollevati da refoli chetati qual piume
a ciglia sottili


allunga gli occhi piani il declivio silente
lungo le colline chiare della terra di Umm Qais
confini sono i capelli neri in trecce annodati
sul limitare bianco di un rosso tramonto


dalla terrazza del teatro sacro
ti vedo
ombra amata del desiderio di vita

memories: una fra le tante musiche che amo…

mi manca ascoltare dal vivo il suono del rababa, uno strumento antico e grezzo che veniva usato anticamente per accompagnare i poeti cantori che narravano le gesta degli antichi cavaglieri e beduini , parlavano di fanciulle dalla pelle di pesca ,di amori lontani, ma anche di cavalli, di battaglie e di storie di re

di solito in agosto non sono qui e questa musica mi manca , mi manca il tè alla menta nei bicchierini trasparenti e ricamati, e il gelsomino sulla veranda…

il giorno di ferragosto sta per finire e io ascolto e immagino

buona notte

ho sempre avuto un sogno

ho sempre avuto un sogno, una favola che mi racconto, quando il vorticare della vita mi prende e mi rende confusa
In Giordania verso il nord (la zona di Irbid, verso il Golan), esiste una terra chiamata Dogara, un paesaggio molto particolare a tratti deserto di pietre tratti distese di ulivi e tin (alberi di fichi), riassume in sè tutte le anomalie di quella splendida terra
a Dogara vivono da sempre o per lo meno da quando hanno rinunciato al nomadismo una tribu’ di Bedu, ancora con le tende nere grandi, che contengono tutta la famiglia, ci sono le pecore e i cavalli (unico mezzo di trasporto), niente luce. e come miracolo della natura esiste una fonte sorgiva di acqua, che quelli di città hanno tentato in tutti i modi di trasformare in una fabbrica di acqua minerale senza riuscirci per una legge molto particolare per la quale il territorio occupato dai Bedu è loro fin quando lo abitano
I giovani della tribu’, frequentano la scuola e anche l’università, allontanandosi per anni dalla loro tribu’, e poi tornano, difficile resistere alla magia di quel luogo
Incontrai per puro caso questo spazio 38 anni fa e ci ritorno quando il progresso, il dolore mi tolgono il respiro, mi soffocano, mangio tin colti al momento, bevo una incredibile acqua fresca e un tè con un sapore leggermente amaro di el, e ascolto i vecchi che cantano le gesta degli antichi cavalieri accompagnandosi con il rababa
non si avverte il passare del tempo, nemmeno io che a casa sono sempre presa dall’ansia del fare. tutto quello che ti circonda acquista un valore grande, il profumo del gelsomino all’alba, il volare delle mosche, il suono del silenzio, e senti il tuo silenzio e lo vivi fino in fondo
fare il pane, lavare i panni alla sorgente diventano piaceri, quasi avessero dentro una loro armonica leggerezza, guardare i bambini giocare con le pietruzze colorate (chi ricorda il gioco delle biglie?), le loro grida, le loro risate sono in armonia col tutto
all’improvviso sento il bisogno di andarmene, gli affetti lontani, il lavoro, il progresso, la mia musica, la poesia, diventano ugenze, devo andare. ma poi ritorno e riparto e mi chiedo se il mio partire sia la paura del voler rimanere per sempre.
ho fatto un patto con mia figlia, quando verrà la mia ora di lasciarla per sempre, vorrei trovare riposo sotto un albero di tin, forse sarò in pace con la mia voglia dell’Occidene e dell’Oriente e il desiderio di ritorno ad una vita semplice avranno smesso di combattersi fra loro

memories: il vento caldo

la roccia dei desideri

il sole non vuole tramontare continua a far capolino dietro le rocce rosse del Wadi Rum come volesse allungare il piacere della sua luce gialla,violetta rosa, in un cielo blu scuro quasi notturno
si sentono le grida dei bambini che giocano a gettare piccoli sassi il piu’ lontano possibile in una mare di sabbia
il suono dell’Hud irrompe come sempre forte e magico dalle mani di Abu Adel, le note melanconiche ripetute in una nenia ricorsiva, ma mai monotona dalle variazioni cangianti come i colori iridiscenti di quell’incerto tramonto
..”sarà una notte di vento caldo…” mi dice Om Shaher porgendomi la millesima tazza di te

” Domani se sei fortunata potrai vedere il grande uccello, arriva sempre dopo il vento caldo…”
alla fine anche il sole è riuscito a tramontare , ma non si sente il freddo..che subito ti assale all’arrivo della notte, una brezza tiepida si insinua sotto gli abiti ampi e li gonfia come felice di percorrere corpi
corro veloce verso la roccia che io chiamo dei desideri, senza il giallo del sole è di un viola cupo e denso e anche gli esili cespugli abbarbicati sulla sua cima si muovono al ritmo della tiepida brezza
mi siedo accoccolata come ho imparato da tempo e aspetto l’arrivo del vento caldo, ho portato con me una vecchia hatta per coprire gli occhi dalla sabbia che si alzerà violenta e insistente

ed eccolo arriva, si vedono nel chiaro scuro della luce notturna i primi mulinelli di sabbia sollevati dalle ventate prepotenti, si avvicina …e una grande emozione si impossessa di me
essere avvolta da quel calore e dai piccoli granelli di sabbia è una esperienza difficile da descrivere
mi avvolgo nell’Hatta, soltato un angolo degli occhi è scoperto per non perdere questo spettacolo
la sabbia si alza leggera, vortica mollemente nell’aria e si adagia sulle mie vesti, sul mio capo
il caldo ormai è quasi insopportabile, provo un desiderio indicibile di liberarmi degli abiti,del caftan e di correre incontro a quella pisoggia rossa e rotolarmi fra le piccole dune che si sono formate
e all’improvviso tutto si ferma. tutto è silenzio, resta soltanto la polvere, il tepore e la speranza di vedere domani il grande uccello

vi lascio una rara regisione della famosa Johnny Guitar riletta e suonata da uno dei più grandi suonatori di Ud o Oud o Hud: Munir Bashir che è anche un grande amico!

in principio era il nome

circondariale essenza di presenze mute
a confondere veloci squittii di ombre
sgretolate da muri cementati a vita

rincorrimi pensiero stupendo
dalle note di Patty Pravo
suonate su pelle di tamburo
marchiato a fuoco con acqua di sorgente

zampillano rosse monachelle ***
al vento dell’Est, racchiudono
nel mantello i fogli di sterili profezie
come prologo insano di future sventure

urla da gole di Erinni a sangue morse
da viscidi serpenti, ascoltano Cassandra
sulle mura di Troia : – Distruggi o Padre
la terra e la patria, erranti figli di
utòpia, dalle grandi braccia, calcheremo
gli infiniti nella scintillante scia del nulla –

in principio era il nome

***piccoli uccelli del deserto, anche di quello di sabbia rossa che quando arriva il vento forte si coprono di sabbia diventando piccole macchie rosse

Caramel (Sekkar banat) di Nadine Labaki

trailer

prima di continuare voglio dire che non è una recensione di un film non ne sono capace, è soltanto raccontarvi cosa ho rivisto ieri sera! (sono solita vedere i films che mi piacciono anche diverse volte, lo so sono leggermente maniacale!)

se vi capitasse di trovare questo film , guardatelo, ne sarete soddisafatti
è un film davvero particolare, girato nel 2007, ma che rimane una foto molto vera di una realtà che spesso non conosciamo, o che giudichiamo attraverso stereotipi, e il film ne toglie parecchi sulle donne arabe, e sul loro modo di intendere la vita
girato in un quartiere di Beyruth è un film semplice, addirittura povero, prende il nome dal caramello che viene cucinato per usarlo come pasta per la ceretta per togliersi i peli di troppo, è una dolce tortura che vi assicuro lascia la pelle molto morbida
siamo in un salone di bellezza dove circolano donne che vivono i loro problemi tra una chiacchiera e l’altra, un film scritto, diretto e interpretato da una donna Nadine Labaki che è anche molto gradevole alla vista, sono, storie che sembrano ferme nel tempo, magari di un decennio fa, ma la Beyruth di oggi a volte ci riserva anche queste sorprese…
un occhio sbarazzino, che sembra ammiccante, ma che ci racconta la vita in tutte le sue sfacettature, un quotidiano dolce-amaro in uno luogo dove sopravvivere ogni giorno è sempre un terno al lotto
un film dove la fisicità è preponderante, dove ti pare di sentire anche i profumi e il calore dei corpi, un film che racconta contraddizioni, desiderio di vite diverse, come spesso è per le donne anche dalle nostre parti…

una deliziosa conversazione immaginaria

ti vedo, vorrei ancora vederti

a Wigdan che non voglio dimenticare

questa sera una stanchezza profonda percorre il mio corpo e il mio cuore.
il tramonto dietro la finestra della stanza brucia colori e sensazioni con furia, con passione, ma neppure quei rossi rubano i miei pensieri.
ti vedo amica di tanti giorni, di tante chiacchiere, di tanti quotidiani vissuti e spartiti, ti vedo ridere di me, delle mie paure dei miei timori di giovane donna, che raccoglievi, facevi tuoi e mi ritornavi mescolati alla tua tenerezza.
ti vedo seduta a gambe incrociate, col piede che spunta dall’abito lungo, birichino e tentatore, vedo i tuoi occhi guardare il tuo uomo, dolci, umidi e allegri.
ti vedo con il piccolo attaccato al seno accarezzargli la nuca con gesti ripetuti all’infinito e sempre diversi.
ti vedo camminare al suq, quasi volando leggera tra spezie, profumi, pomodori e cocomeri: hai fretta, sempre di corsa, sempre presa da mille faccende, da mille cose a cui badare, da mille persone da ascoltare, ridente, felice.
ti vedo guardarti le prime rughe, facendo smorfie allo specchio e al tempo che inesorabile passava anche per te.
ti vedo ascoltare i miei lunghi monologhi stentati in una lingua che stavo imparando, le mie fantasie a volte folli a volte incoerenti, sempre attenta, viva, partecipe; hai condiviso con me una parte importante del mio vivere, accompagnandomi con la tua saggezza fatta di sorrisi, d’ascolto e di carezze al mio cuore; tu così diversa da me, così madre come io non sarò mai, così donna come io non sarò mai, così generosa come io non sarò mai, così unica come io ti ricorderò per sempre.
ti vedo l’ultima volta seduta sul cuscino di seta violetta, il capo chino, i capelli grigi non piu’ nascosti dall’hennà, il viso con segni profondi dolorosi e tristi; i tuoi occhi non hanno piu’ l’allegria di ieri, hanno il dolore d’oggi, la loro luce sempre viva ed attenta si anima al parlare del mio pulcino, le tue labbra tornano dolci, giovani e morbide.
Ti vedo, vorrei ancora vederti.

castelli omayyadi o del deserto giordano ( 5 ) Qasr Hallabat

potete trovare QUI una prefazione ai castelli del deserto, oggi vi parlo di un gioiello che forse verrà resturato almeno in una parte molto presto

durante la dinastia omayyade , i nobili e le famiglie benestanti eressero piccoli castelli in regioni semi-aride per servire come loro tenute di campagna o case di caccia. Per l’aristocrazia di Ummayad, la caccia era un passatempo preferito e questi castelli del deserto divennero importanti luoghi di relax e divertimento
in arabo, questi castelli del deserto sono conosciuti come qusur (pl.) / Qasr (sing.), erano spesso costruiti vicino a una fonte d’acqua o adiacenti come un’oasi naturale e spesso situati lungo importanti rotte commerciali, come le antiche rotte commerciali che collegano Damasco con Medina e Kufa
il complesso di Qasr Hallabat si trova nel deserto orientale della Giordania, originariamente era una fortezza romana costruita sotto l’imperatore Caracalla per proteggere i suoi abitanti dalle tribù beduine , questo sito risale al II e III secolo d.C., sebbene vi siano tracce di presenza nabatea
era uno dei tanti sulla strada principale romana, Via Nova Traiana , un percorso che collegava Damasco ad Aila (l’odierna Aqaba ) attraverso Petra e Filadelfia (l’odierna Amman )
tuttavia, entro l’ottavo secolo, il califfo omayyade Hisham ibn Abd al-Malik ordinò la demolizione delle strutture romane al fine di riqualificarlo come sito militare e come anche il suo territorio limitrofo perchè diventare uno dei più grandi complessi del deserto omayyade
guidato dal piano esistente, incorporò una moschea (si trovava a 15 metri dal sud-est della struttura principale), un complicato sistema idrico comprendente cinque cisterne e un serbatoio d’ acqua considerevolmente grande , e uno stabilimento balneare che ra sotuato a circa 3 km
inoltre, situata ad ovest del palazzo rimane una struttura chiusa probabilmente utilizzata per scopi agricoli come la coltivazione di ulivi e / o viti, è ancora in piedi solo una traccia di pietra e uno strato della struttura agricola, tre sezioni del muro della moschea, incluso il mihrab (arco semicircolare che indicava la direzione verso la Mecca) nella parete meridionale, rimangono intatte
il palazzo principale è costruito in basalto nero e calcare e ha una pianta quadrata con torri ad ogni angolo, di grande statura, le strutture principali sono state ulteriormente arricchite con mosaici decorativi che raffigurano un assortimento di animali, affreschi dettagliati e sculture in stucco altamente artigianali e pavimenti con mosaici

Circa 1400 metri a est del palazzo si trovano i resti della moschea, di piccole dimensioni, misura 10,70 per 11,80 metri ed è costruito in pietra calcarea stratificata
all’interno, due riwaq ( è un portico aperto su almeno un lato) ad archi dividono la moschea in tre sezioni
una modanatura arrotondata estende il perimetro dello spazio all’altezza di 2,10 metri, simile a Qusayr ‘Amra e Hammam as-Sarah (di cui parleremo più avanti), tre volte a tunnel sostengono il tetto della struttura, attorno alla moschea da nord, ovest e est sorgeva un portico largo 3,30 metri

dal 2002 al 2013, la Missione archeologica spagnola in Giordania ha realizzato un progetto di scavo, restauro e allestimento di un museo a lungo termine, diretto dal Dr. Ignacio Arce, era inclusa la collezione sistematica di tutti i rimanenti blocchi di pietra incisi, che sono un’attrazione molto speciale a Qasr Al Hallabat
contengono un testo legale relativo all’organizzazione militare del confine orientale dell’Impero bizantino, decretato dalla corte imperiale di Costantinopoli durante il regno dell’Imperatore Anastasio I (491-518 d.C.), le iscrizioni greche di oltre 300 linee e circa 70 capitoli, sono incise in 160 blocchi di basalto che sono stati riutilizzati nella muratura dei successivi periodi di costruzione

castelli omayyadi o del deserto giordano ( 4 ) Qasr Mushatta

potete trovare QUI una prefazione ai castelli del deserto, oggi vi racconto quello che dicono sia il più maestoso e particolare

il castello incompiuto di Mshatta vicino ad Amman, è il più grande dei palazzi omayyadi simile a una fortezza con le sue venticinque torri semicircolari e il monumentale cancello d’ingresso, aveva una grande sala del pubblico sullo stesso asse dell’ingresso. il complesso del portone vicino all’ingresso comprendeva una moschea
le pareti esterne che fiancheggiano il cancello d’ingresso erano ricoperte di decorazioni riccamente scolpite nella tradizione bizantina, ricche e finemente intagliate sul suo lato meridionale, una parte significativa delle quali fu donata al Kaiser Wilhelm in dono dal sultano ottomano ‘Abd al-Hamid appena prima della prima guerra mondiale e oggi si trova nel Museo Pergamon di Berlino

che sia una costruzione del tardo periodo omayyade è ipotizzato da diversi studiosi e che fosse il califfo omayyade al-Walid a costruìrlo durante il suo breve regno (743-44) nel tentativo di celebrare il suo potere
la costruzione terminò nel 744 quando fu assassinato. Di dimensioni enormi, 144 metri quadrati, ha offerto alloggio a un folto gruppo di persone per esibizioni cerimoniali e alloggio. L’influenza bizantina e sassaniana è evidente nella pietra e nei mattoni, nel suo piano e nel suo design
le mura esterne del palazzo sono larghe 1,7 metri e variano in altezza da 3 a 5,5 metri. La fondazione e gli strati più bassi dell’esterno furono costruiti in muratura mentre i corsi superiori, il tetto a cupola e le pareti interne erano fatti di mattoni cotti. Un totale di 25 torri sostengono l’esterno di cui quattro ad ogni angolo che sono rotondi e due torri semi-ottagonali che fiancheggiano il cancello principale al centro della facciata meridionale. Tutti sono solidi ad eccezione di quattro che sono stati serviti con latrine.
suddivisa in terzi con solo un terzo effettivamente realizzato. Si entra in un’area del palazzo che è stata costruita solo fino alle fondamenta. Questa sezione è suddivisa in una porta principale che conduce in un piccolo cortile al largo del quale si sarebbe trovata una moschea a est e quartieri abitati a ovest. Un mihrab (nicchia semicircolare nel muro di una moschea che indica la qibla) nella parete meridionale della moschea indica il qibla (direzione verso le Mecca per la preghiera). Attraverso una porta sulla sua parete nord centrale, il piccolo cortile conduce in uno più grande che racchiude il nucleo dell’intera struttura. Di fronte a questa porta si trova un triplo arco a nord e una sezione completa del palazzo.
La facciata è costituita da un motivo a zigzag che crea un pannello di forme triangolari, ognuna delle quali incornicia una rosetta circondata da una superficie completamente intagliata di viti intrecciate, animali e umani, tra cui leoni, bufali e pappagalli. Il pannello è alto quasi 3 metri e largo 2,5 metri. È stato suggerito che gli artigiani siano stati arruolati dall’Iran e dall’Egitto a causa dell’uso di animali mitici persiani, e iconografia copta ispirata all’ornamento di vite e rosetta

In basso a sinistra, le viti si estendono in intricati motivi arricciati da un vaso. I motivi delle foglie predicono il design “arabesque” che diventa popolare nella successiva arte islamica. La pietra è dal lato orientale del muro di ingresso di fronte alla moschea. Forse per rispetto della moschea, nessun animale è incluso nella decorazione in questa sezione del muro esterno

il progetto di Mshatta è particolarmente interessante in quanto suggerisce che la prima comunità musulmana era attenta alle distinzioni tra spazio laico e sacro. Mentre la maggior parte della decorazione che riempie le forme a zig-zag lungo le pareti della facciata è popolata da creature animate interamente in linea con l’arredamento residenziale d’élite secolare, un lato manca di animali di ogni tipo. Questa è la parete di qibla (direzione verso le Mecca per la preghiera) , sul lato rivolto verso la Mecca, lungo la quale si trovava la moschea del qasr . la distinzione di immagini suggerisce che un concetto degli usi appropriati delle immagini figurative in contesti secolari, ma non in contesti sacri, si era già sviluppato nell’ottavo secolo