sulle mura di Troia

in lontani bagliori raccolti
pensieri di carta riempiono
spigolose giornate di nebbia

tu ed io abbracciati
sulle mura di Troia
veleggiamo in ombre
sconociute, ologrammi
recenti di un passato amato

storie di pelle e di ossa
di sangue e passione
mescolate ai succhi densi
di flussi incosapevoli
su lastre di ghiaccio
a specchio lucidate

suonano canti, le Muse,
di uomini intredipi,
di amori divini,
di umane disfatte,

rendimi vita il dovuto
ricordo del giorno di ieri
bevuto in piccoli sorsi
nel calice amaro dell’oggi.

indossi la veste regale di Morfeo

frutto maturo e aspro del tempo
rosso scarlatto dei vicoli segreti
dove germoglia il seme dei pensieri
mutanti in bianchi opachi senza neve

indossi la veste regale di
Morfeo, agrimensore di deserti,
di terre bruciate dai desideri

sorridi a grappoli d’oro
di abiti ricamati con ciprie di seta
mi accarezzi le ciglia socchiuse
e allenti il respiro affannoso

(fantasmi del giorno spalancano
porte di velo leggero
al fluire inesauribile del buio)

lama di vetro, incanto di cristallo (like a blues)

un suono di chitarra intrecciato
al canto sgangherato di ubriachi
odor di fiori di campo al crepuscolo

lama di vetro, incanto di cristallo

era giorno ancora,
e la fantasia correva con la sera,
come la sera se ne va
col sole che nascerà domani.

lama di vetro, incanto di cristallo

maglia bagnata è il tocco della tua mano,
tienimi a mente come sapore di sale
in un’unico abbraccio riavvolgimi
stringimi, stringimi forte

lama di vetro, incanto di cristallo

note sincopate al limite del silenzio
note ritmate in un jazz sound abbandonato imbrigliato nelle strade di San Francisco

lama di vetro, incanto di cristallo

-Non vedo piu’ il cielo nel tuo sorriso – -l’ho perso ieri fra le gocce di pioggia
battente, fredda che respira salmastro –
in un’unico abbraccio riavvolgimi
le mani strette sui fianchi umidi.

lama di vetro, incanto di scristallo

silhouettes

contorni delimitati o confusi
ad affermare esigenze intransigenti
a confondere istanze imprevedibili

ci vincono
non hanno buona reputazione
sono l’esterno superficiale
inessenziale limite

a evidenziare il dentro profondo
quintessenza del tutto
silenzio e parola
a determinare ombra e luce

opposizione e coesistenza
a considerare il contorno
che attraversa non circonda

silhouettes, disegno del sogno
geometria con cui perimetrare
circondare attraversare

magia sbiadita della parola

aquiloni

“Matilde allenta il filo, sei troppo rigida, rilassa la mano, fa che diventi una cosa sola col filo , ecco così, sì, ancora piu’ dolcemente, brava, ce l’hai fatta!!”
Sento le parole di mio padre nelle orecchie, dolci, carezzevoli,
è il mio primo aquilone, un magico sgangherato aquilone giallo con le code verdi, stenta ad alzarsi, troppa colla e i bastoncini pesanti
ma una folata di vento improvvisa gli ha dato la forza per levarsi, tentennante, leggermente zizzagante, buffo e incerto, ma desideroso di prendere il volo
il mio naso è proteso all’insu’
i miei occhi aperti e meravigliati che quel coso informe davvero si alzi
una felicità grande spontanea assolutamente mia
un desiderio di esprimere la mia gioia
abbandono il filo e batto le mani saltellando.
ma l’aquilone libero fugge lontano sempre piu’ in alto, sempre di piu’
verso il sole, un puntino
e le mie lacrime che scendono senza il mio permesso adagio
i singhiozzi silenziosi, il tirar su col naso e poi un pianto dirotto forte
e le braccia di mio padre, che mi accolgono tenere al caldo, coccolandomi
“Matilde ne costruiremo un altro, gli aquiloni sono fatti per volare via, non puoi trattenerli, sono come le gioie, i sorrisi, a volte non puoi trattenerli, vanno lontano, ma poi altri ne verranno”
i miei pensieri sono spesso aquiloni
volano liberi nell’aria lontano e non riesco piu’ a raggiungerli, scompaiono
ma altri ne ritornano, altri scompaiono

gli aquiloni, il volo verso il sole
verso l’orizzonte, verso l’infinito
vorrei farmi aquilone e provare l’ebrezza del volo libero, del perdermi nel cielo

pensieri senza capo nè coda in una notte lunga senza sonno, ma con tanti sogni

as large as life (grande quanto la vita)

stracci di luce
metteranno fine
a questa notte

offrendo conforto
al buio che non so
controllare

giacciono qui
le foglie strappate
dalle stagioni

ombre caduche
ingiallite da
silenzi corrosi.

mi hai toccato il corpo
con la mente (*) e
ti ho voltato le spalle,

sfiorate da neve
azzurrina
prima dell’alba.

(*) ricordando una canzone di Leonard Cohen

Jules Chéret o della nascita dei cartelloni pubblicitari

Jules Chéret
Francese – 1836 – 1932

riconosciuto come “inventore” dei cartelloni publicitari di stampo moderno è stato spesso sottovalutato , e consideratto soltanto un illustratore, io invece (forse sbagliando), lo trovo un pittore a tutti gli effetti e le sue donne le così dette “Chérettes” non sono solo da cartellone, ma sono la rappresentazione del “costume” del tempo
io amo molto Jules Cheret, perchè a mio avviso non è solo un grandissimo “pubblicitario”, ma è anche un piacevolissimo pittore dotato di un segno magico, veloce ed espressivo
ha nei suoi manifesti dipinto donne e lo ha fatto con verve, delicatezza, ironia e grande spirito di osservazione
le sue donne non sono mai volgari, a volte ammiccanti forse, ma mai vengono usate come nella pubblicità moderna, dove sono oggetti spesso usa e getta.
le sue donne sono da tenere, da conservare e da averne cura
nelle sue opere ha mostrato delle donne felici e colorate e si è allontanato dalle versioni tradizionali che le volevano o prostitute o sante
Jules Chéret si guadagnò il soprannome di “padre della liberazione delle donne” perchè le sue donne sembravano belle senza essere volgari, mostravano uno stile di vita felice e con le libertà che molti dei parigini desideravano e la cui popolarità dava loro il coraggio di raggiungere
i suoi cartelloni sono chcche da gustare delicatamente

piccola biografia
dal Web

Figlio di un tipografo, Jules Chéret inizia la sua attività come apprendista presso un litografo parigino e nel 1858 realizza già un notevole manifesto per l’Orfeo all’inferno di Offenbach.

Tra il 1859 e il 1866 compie un viaggio di studio e poi un lungo soggiorno a Londra per approfondire la conoscenza dei procedimenti tecnici di stampa litografica a colori. Nella città inglese conosce Eugène Rimmel, un produttore di profumi, che diventa suo mecenate e gli consente di visitare l’Italia e gli altri Paesi del Mediterraneo.

Nel 1866, tornato definitvamente a Parigi, Chéret vi apre un proprio stabilimento con macchinari di fabbricazione inglese e inizia a produrre una serie notevole di manifesti di grande formato per la committenza più disparata: cabaret, teatri d’opera, caffè-concerto, circhi e parchi di divertimento. gallerie d’arte, giornali, grandi magazzini, ditte commerciali, ecc. Alla fine della sua carriera il catalogo dei cartelloni da lui prodotti tocca quota 1069.

Nel 1881 cede lo stabilimento alla tipografia Chaix, rimanendone però il direttore artistico e continuando a produrre manifesti a un ritmo impressionante, circondandosi anche di collaboratori-allievi che si ispirano al suo stile. Molto vasta è anche la sua produzione grafica minore: copertine per libri, programmi teatrali, spartiti e riviste.
Si cimenta anche nella pittura decorativa con cicli eseguiti nell’Hotel de Ville di Parigi, nella “Taverne de Paris” e nella villa La Sapinière a Evian.

Dalla seconda metà dell’ottocento, con l’invenzione della cromolitografia, incomincia la storia del manifesto illustrato e colorato

dai pensieri alle immagini: i colori della nostalgia

Nel pomeriggio leggevo un articolo sul web in cui si parlava della leggenda della nascita dell’India e di come volendo si poteva legare questo racconto al sentimento della nostalgia, mi ha divertito e mi ha fatto pensare e anche immaginare forme e colori

Il mito raccconta dell’amore di una dea (il nome non lo ricordo) per il dio Shiva
Shiva si è ritirato sulle montagne dell’Himalaya, per immergersi in una meditazione che sembra però non avere più fine ed è quindi lontano da Lei, che desidera incontrarlo
ma non è possibile, i discepoli la tengono lontana da lui, perché il Dio non deve essere disturbato nella sua quiete contemplativa.
Passa il tempo, lei si dispera, vaga in ogni dove, senza riuscire a dimenticarlo, cerca ancora una volta di incontrarlo ma viene respinta da coloro che accudiscono alla quiete del dio e allora, in piedi sulle acque dell’oceano, porge le braccia verso le montagne dove il dio è assorto nella sua meditazione, e inizia a implorarlo di ritornare da così lontano, di colmare la distanza che li separa, di concedersi a lei, al suo abbraccio, lo invoca, lo chiama piangendo e mentre piange le sue parole d’amore prendono forma:
nello spazio, fra le sue braccia le parole diventano campi di riso, fiumi, elefanti, templi, palme, l’India, nata quindi da un atto d’amore verso una presenza lontana
mi è davvero piaciuto, non lo conoscevo e mi ha ricordato una frase di Platone che diceva piu’ o meno così “la nostalgia, è il desiderio struggente per un bene distante” e mi sono detta: allora io ho nostalgie, cosa diversa dai rimpianti
è un sentimento dai tanti colori,
il blu profondo
il giallo e forse
il bianco per chi ha la fede e attende il divino
ha poi i colori dei ricordi, dei desideri, ma forse anche delle illusioni, della fuga dalla realtà, della desolazione
ma ricordando Platone, chi prova nostalgia sa che un bene anche se lontano c’è è solo altrove e questo essere lontano acuisce il desiderio e spinge alla ricerca
mi piace questo concetto di nostalgia
come desiderio che si muove alla ricerca del suo oggetto, non è quindi rimpianto, rassegnazione, lutto
è forse una situazione anche dolorosa ma che “mette in moto” verso qualcosa
ho sempre pensato ad Ulisse come un eroe nostalgico, come tutti i pellegrini, gli artisti, e tutti gli spiriti liberi
ognuno di noi è uno spirito libero, solo che spesso non se lo ricorda sopraffatto dalla routine della vita, dai condizionamenti della società
ma se la nostalgia non si colora dell’Eros che ci spinge a cercare noi stessi, si colora di rimpianto, perchè il bene che si cerca, ci sembra perduto per sempre
la ricerca della conoscenza di noi stessi è, penso, come una porta che ci serve per accedere al nostro profondo, dove sicuramente ci sono speranza e gioia
a volte mi chiedo se ho rimpianti e non li trovo
ho però nostalgie tante, a volte blu, a volte azzurre e a volte gialle e amo tutti i loro colori

vola Colomba bianca vola

ripropongo questo pezzo, perchè oggi per me è un giorno speciale per ricordare la mia straordinaria nonna Colomba che mi ha insegnato la vita!

-Nonna, ma sempre quella canti?

–Matilde è la mia canzone, volare è il mio sogno, quando prendi il tuo primo stpendio mi regali un volo?

-Costa molto un “volo”?

–Se lo fai in aereo tanto, se lo fai col pensiero nulla e puoi sempre cambiare destinazione, anche all’ultimo momento

ho volato con nonna, spesso, sia fisicamente (dopo il mio primo stipendio) sia con l’anima, ho volato attraverso le sue carezze, i suoi sguardi, i suoi rimproveri, le sue inaspettate attenzioni, le sue incredibili meraviglie, di donna, di madre diversa da mia madre
la musica racchiudeva ogni suo momento, canzoni popolari, nel nostro dialetto, canzoni d’amore, Rabagliati
e il suo muoversi leggera, un giunco benché carico d’anni, i suoi gesti preziosi, delicati, ma anche ruvidi e i baci con lo schiocco sulle guanciotte di noi bambini.
La mela quotidiana sbucciata senza far troppo scarto, con sopra un po’ di zucchero o caramellata e infilata in uno stuzzicadenti che si spezzava sempre, troppo pesante per reggere il peso.

Le mie scarpette di vernice nera col cinturino, pulite quotidianamente, lucide da togliere la vista, il nastro di raso rosso per le trecce
–Ti sta bene il rosso Matilde, mi piacerebbe vederti quando ti metterai un rossetto color corallo sulle labbra

la domenica mattina.
Le sei e già i suoi passetti leggeri riempiono la casa, si muove silenziosa e veloce per il pranzo della domenica, i tortelli d’erbetta, l’arrosto di vitello, i “cornetti” (fagiolini) lessi, la torta di tagliatelle
e poi i passi di mia madre
-Ma devi sempre alzarti così presto? va a finire che svegli tutti!!
per dir la verità “tutti” si sono svegliati solo alle sue parole dette con toni molto alti

Il circo!!! la sua passione, gli acrobati, i funamboli, la ballerina sul filo, la sua gioia infantile, il suo battere le mani frenetico alzandosi sulle punte dei piedi e la paura dei leoni manifestata dalle mani davanti agli occhi, che lasciavano però uno spazio per vedere quando la paura sarebbe potuta passare.

Il suo vestito di seta blu coi fiori dipinti a mano, la gonna ampia a godet che faceva la “ruota”
il mio sogno di bimba avere un vestito così per fare tante ruote, fino a quando la testa gira, gira e si cade spossati, ma felici e chiudendo gli occhi si vede il mondo danzare intorno a noi.

Il suo profumo di lavanda messo in ogni luogo, lo sento ancora, è il profumo della “ricordanza”.

Rebus Sic Stantibus

Timeo Danaos et dona ferentes

4000 Wu Otto

Drink the fuel!

quartopianosenzascensore

Dura tenersi gli amici, oggigiorno...

endorsum

X e il valore dell'incognita

Cucinando poesie

Per come fai il pane so qualcosa di te, per come non lo fai so molto di più. (Nahuél Ceró)

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