desidero averti fra le mani

desidero averti fra le mani,
notte,

vivere il buio
con la tenerezza

dell’attesa
per la luce del mattino,

giocare con le ombre mute e filiformi

del mio corpo impresso sulle bianche pareti,

di una stanza
sempre più angusta chiusa in pochi metri quadrati

vorrei espandermi nel silenzio,

allungarmi verso il soffitto,

diventare intonaco,
entrare in quella zona del nulla, dove il confine tra il grigio e il nero non esiste

ho voglia di spazi aperti, di spiagge,
di sabbie bianche,

di gabbiani che spariscono come bagliori accecanti sul limitare dell’infinito.

Pierre-Auguste Renoir delle feste dei fiori e …

Pierre-Auguste Renoir
1841 – 1919

vorrei precisare che quanto scrivo se non virgolettato, deriva da mie personali osservazioni, che , non essendo io un critico d’arte e neppure un addetto ai lavori, non sono mai da prendere come oro colato, ma solo come espressioni di una appassionaata amante dell’arte in generale, sono parole di pancia e di cuore, raramente di testa!!!

certamente Renoir è stato ed è forse il pittore di cui piu’ si scritto e che piu’ è stato amato, considerato il massimo esponenete dell’impressionismo
ma forse non è proprio così, certo l’Impressionismo nasce col sodalizio di Monet e Renoir che, tra 1869 e ’74, lavorano spesso insieme sulle rive della Senna “en plein air” decisi a farla finita con le, regole di “atelier” (prospettiva, composizione, chiaroscuro, soggetto storico) e a trovare una pittura che rendesse “limpressione” visiva nella sua immediatezza….
tuttavia Renoir sarà il primo a disertare, nel ’78, le mostre del gruppo, a rifiutare ogni programma di tendenza, a cercare il successo nei “Salons” ufficiali diceva;
«Penso che bisogna fare la miglior pittura possibile, ecco tutto».
la pittura non è quindi mezzo, è fine allo. stesso modo che per Verlaine e Mallarmé la poesia non sta nell’altezza dei pensieri ma nel contesto fonetico e ritmico dei suoni
pittore lavora con i colori come il poeta il con le parole, la natura è un pretesto, forse un mezzo, lo scopo è il quadro che deve essere un tessuto fitto, animato, ricco, vibrante di note coloristiche su una superficie
Renoir dipinge a piccoli tocchi, e ciascuno di essi depone sulla tela una nota cromatica, la più pura possibile, giusta nel timbro che la isola e nel tono che la raccorda alle altre, la luce del quadro non è la luce naturale promana e si diffonde dalla miriade delle note colorate, lo spazio del quadro non è la proiezione prospettica dello spazio reale, ha esattamente l’estensione e la profondità definite dalle gamme chiare e brillanti dei colori
le figure non sono che parvenze generate da quello spazio e da quella luce: non è il contenuto chegenera la forma, ma la forma che, nella sua pienezza, evoca un contenuto
nella maturità, Renoir vagheggerà addirittura un nuovo classicismo: e le sue “floride” ninfe saranno le figure mitologiche di quel suo spazio fatto soltanto di sonorità e vibrazioni cromatiche
l’ideale non è più la bella natura, ma la bella pittura
ma l’idea del «bello», che Degas avversa ed a cui gli altri sono indifferenti, rimane ed è per questo che, specialmente dopo il viaggio in Italia nel 1881, Renoir torna idealmente ai grandi maestri del «bello» a Ingres e, via via risalendo, a Raffaello e alla pittura pompeiana
tuttavia il suo modo di impegnare nel presente assoluto dell’opera che si fa ogni esperienza del passato impediva a Renoir di perdersi in nostalgie assurde, in rievocazioni inattuali: la sua rigorosa, fermissima difesa della pittura non commemora una perduta grandezza, ne afferma l’attualità
un impressionista quindi molto anomalo che preferisce i ritratti e la figura umana ai paesaggi…e che proprio nelle scene di gioiosa mescolanza umana, come le feste. i balli, raggiunge (a mio avviso) dei momentidi assoluta genialità

Nella maturità esegue alcune sculture grandi, mitiche figure femminili che sembrano dar forma e figura, nella pienezza plastica dei corpi, a tutto lo spazio, a tutta la luce del mondo.

non ho parlato dei suoi fiori perchè ne farò un post a parte!

George Catlin o dei nativi americani

George Catlin
(1796 – 1872)

pittore, etnografo “ante litteram”, severo censore delle esasperazioni dell’avanzata dei bianchi verso ovest, avventuriero ma, soprattutto, grande amante delle culture native americane, George Catlin ebbe un merito enorme: capì nel 1830 che le nazioni indigene del Nord America erano condannate a finire schiacciate dalla fame di terra dei suoi connazionali. Per questo decise di spendere una lunga parte della sua vita tra gli indiani, loro ospite per settimane e, talvolta, mesi. Visitò la gran parte delle nazioni indiane e rilevò che una parte, quella che aveva già avuto il contatto con i bianchi, si avviava rapidamente verso un triste declino, mentre l’altra parte, quella più a ovest, era rimasta vigorosa e genuina in proporzione al rifiuto delle lusinghe dei commercianti di pelle bianca. Tra le tante cose a cui poté assistere ci fu la completa sparizione della gloriosa tribù dei Mandan (vedi la sezione Storia/500 Nazioni) ad opera del vaiolo, provocato (in due successive ondate) dall’intenzionale infestazione, vilmente procurata dall’uomo bianco, con coperte contaminate. Ritrasse la vita dei nativi e fu testimone di cerimonie fino ad allora considerate inaccessibili ad estranei alle tribù. Ritratti e paesaggi ci sono arrivati inalterati nella loro bellezza e costituiscono una preziosa testimonianza del passato.
Catlin nacque in Pennsylvania e aveva praticato legge prima di rivolgersi all’arte, si racconta che si fosse entusiasmato alla vista di alcuni membri di una delegazione di nativi amricani che lui aveva visto a Filadelfia, il loro portamento fiero sembrò incarnare l’ideals classico che lui aveva studiato ed amato nella sua gioventù
nel 1826.. Geroge Harvey incitò Catlin ad occuparsi della dei nativi americani per diventare lo storico e il narratore della loro vita
il desiderio di Catlin di dipingere i nativi americani non arriva soltanto dall’ideale romantico della sua gioventù, ma desiderava sinceramente documentare un modo di vivere per poter mostrare i loro usi e costumi non solo in patria, ma anche all’estero
Catlin non è sicuramente un grande pittore (I suoi primi ritratti erano stati criticati aspramenteame da William Dunlap ) e lo sapeva anche lui, era autodidatta e pensò che i suoi ritratti indiani non sarebbero giudicati per il merito artistico ma piuttosto come un documento di qualcosa che poi non ci sarà piu’

era assolutamente cosciente che i nativi americani sarebbero stati “eliminati” o “costretti” in terre non loro lo sentiva e lo percepiva
di Catlin si è detto e scritto di tutto, che fosse un avventuriero senza scrupoli e un pessimo pittore, ma io credo che se di Catlin ce ne fossero stati tanti, forse i nativi americani avrebbero avuto sorte migliore!!