Gustave Caillebotte, un impressionista quasi sconosciuto

Gustave Caillebotte
francese 1848 – 1894

Nacque da una ricca famiglia di industriali tessili e Inizialmente segue gli studi giuridici, diplomandosi nel 1870, ma l’amore per la pittura lo porta ad iscriversi all’Ecole des Beaux-Arts, dopo aver brillantemente superato il concorso di ammissione nel 1873. Alla morte del padre, nel 1874, eredita un notevole patrimonio che gli permette di dedicarsi a tempo pieno alla pittura. In questo periodo conosce Edgar Degas e Claude Monet, che lo presentano agli altri impressionisti; nel 1876, su invito di Pierre-Auguste Renoir, partecipa alla seconda mostra degli impressionisti. Il realismo dei soggetti trattati, soprattutto paesaggi urbani e rurali e scene di vita operaia, unito al senso vivo del colore e della luce tipico dell’impressionismo, sarà una costante di tutta la sua produzione artistica
Caillebotte è ricordato non solo come artista, ma anche come mecenate: la sua ricchezza personale gli permette infatti di acquistare opere di impressionisti e di finanziarne la terza esposizione, nel 1877. Come finanziatore e organizzatore partecipa anche alle edizioni del 1879, 1880, 1882 e alla trasferta a New York nel 1885.ù
Dopo il 1882 tenta inutilmente di tenere unito il gruppo impressionista, allora diviso da profonde lacerazioni e gelosie, ma, visti vani i suoi sforzi e deluso dal comportamento di alcuni, decide di abbandonare momentaneamente la pittura per dedicarsi alla navigazione da diporto e al giardinaggio.
A questo scopo si stabilisce a Gennevilliers, di fronte ad Argenteuil, dove acquista una casa in riva alla Senna; tuttavia, nella calma della campagna francese, il suo amore per la pittura rinasce e nel 1888 partecipa al Salon des XX di Bruxelles, recependo in parte le nuove tendenze neoimpressioniste
Muore a Gennevilliers dopo una breve malattia, il 21 febbraio 1894, a soli 46 anni.
Nel testamento dona la sua intera collezione, sessantacinque dipinti suoi e dei più grandi impressionisti, alla stato francese, a condizione che siano esposti prima al Museo del Luxembourg di Parigi, il museo d’arte moderna di allora, e poi al Louvre, Il fratello Martial e Pierre-Auguste Renoir, esecutori testamentari, devono superare l’opposizione dei pittori ufficiali dell’Accademia, che ottusamente pretendono di sceglierne alcuni e di scartarne altri: alla fine ne saranno accettati solo trentotto… che sciocchi!!
ho sempre pensato che il suo lavoro come i suoi quadri fossero poco considerati, ha sempre fatto parte dei “minori” fra gli impressionisti come anche Maufra, ma secondo me a torto, il suo modo di dipingere profondamente disprezzato in un primo tempo anche da Zola per le sue caratteristiche di “verismo” è invece la sua forza, sempre a mio avviso, perchè le sue non sono “fotografie” della realtà, ma interpretazioni della raltà e lo si recepisce soprattutto attraverso l’uso sapientissimo ed elegante che fa della prospettiva

“Van Gogh, sogni di Giappone”

“Van Gogh, sogni di Giappone” era il titolo di una splendida mostra alla Pinacothèque de Paris, nel 2012 L’esposizione intendeva documentare l’influenza che l’arte giapponese aveva esercitato sulla produzione di Vincent van Gogh, un’influenza profonda, che l’artista recepì con un entusiasmo e con una passione che traspaiono anche da diverse lettere che van Gogh scambiò con i suoi cari e con i suoi amici. La prima menzione di tale nuovo interesse risale a una lettera datata 28 novembre 1885. Van Gogh aveva da poco tempo lasciato Neunen, cittadina di campagna nel Brabante settentrionale, e si era trasferito ad Anversa, città dotata di uno dei porti più trafficati d’Europa, nel quale ogni giorno arrivavano carichi di merce da ogni angolo del globo. Dobbiamo immaginarci un van Gogh a passeggio per le strade della città belga, che s’imbatte in una delle tante stampe giapponesi che avevano preso ad arrivare in continuazione anche al porto di Anversa per poi essere vendute nei negozi della città. Questo sulla scia d’una moda partita in Francia una ventina d’anni prima, ma anche grazie all’impulso dell’Esposizione Universale del 1885, che si era tenuta proprio ad Anversa, e che aveva contribuito a far conoscere anche in Belgio l’arte nipponica. Nella lettera di cui sopra, Vincent scriveva all’amato fratello Theo di aver appeso una piccola serie di stampe giapponesi sulle pareti del suo atélier: “il mio studio è ora più sopportabile”. Van Gogh trovava infatti “molto divertenti” quelle “piccole figure femminili nei giardini o sul bagnasciuga, i cavallerizzi, i fiori, i rami spinosi e contorti”.
In breve tempo, Van Gogh riuscì a crearsi una collezione personale di stampe giapponesi (le japonaiserie, come le chiamava lui), favorito dal fatto che queste opere fossero in commercio a prezzi decisamente modici: anche un artista che, come lui, non navigava certo nell’oro, poteva permettersele. Tra le varie stampe che Van Gogh aveva acquistato, figurava il celebre Ponte di Shin-Ōhashi sotto la pioggia, opera di Utagawa Hiroshige (1797 – 1858).

L’opera appartiene al genere noto come ukiyo-e (letteralmente, “immagini del mondo fluttuante”). Si trattava di stampe su carta realizzate con l’uso di matrici in legno, che rappresentavano soprattutto paesaggi o scene di vita quotidiana, e che utilizzavano uno stile fondato sull’uso di prospettive spesso ardite e di punti di vista insoliti, sulla concentrazione dell’azione principale in un punto preciso del dipinto (tipicamente in primo piano), sull’assenza di simmetria, sulle vedute a volo d’uccello. I colori venivano stesi con campiture uniformi su aree rigidamente delimitate da contorni scuri, quasi del tutto prive di sfumature e di effetti chiaroscurali. Sono tutte caratteristiche che ritroviamo nel Ponte di Hiroshige. I particolari principali dell’opera si concentrano tutti verso il basso: il ponte di legno, i personaggi che occupano il centro della composizione e che sembrano quasi correre, riparandosi dall’acqua (da notare come non proiettino ombre sul suolo: è tipico degli ukiyo-e), l’imbarcazione che sopraggiunge da sinistra. Anche le diverse tonalità di blu che l’artista utilizza per descrivere fiume e cielo sono rigidamente distinte (solo in prossimità dei bordi vediamo sfumature), mentre la pioggia è suggerita semplicemente da linee nere che solcano tutta la xilografia in verticale (il rapporto tra linee verticali e linee orizzontali è fondamentale negli ukiyo-e in quanto detta la struttura su cui vengono organizzate le scene).
Nel 1887, Van Gogh realizzò, a partire dal Ponte di Hiroshige, un dipinto oggi conservato al Van Gogh Museum di Amsterdam.


L’artista olandese decise di conservare il senso del dinamismo di Hiroshighe (raggiunto in quest’opera soprattutto per mezzo del punto di vista laterale), reinterpretandolo però secondo la propria sensibilità: osserviamo sulla superficie del fiume rapidi tratti di pennello, tipici dello stile di Van Gogh, che permettono di accostare varie tonalità di blu e di verde al fine di suggerire il movimento dell’acqua. Le pennellate si fanno più larghe vicino alle pile del ponte contro le quali si infrangono i flutti, e per le stesse pile vengono utilizzati toni diversi di marrone. Inoltre, il pittore arricchì la cornice con finte scritture, che non hanno alcun significato letterale perché Van Gogh non conosceva il giapponese, ma contribuiscono a dare un tono esotico e orientaleggiante alla composizione


Il fatto che Van Gogh non mirasse a creare copie fedeli degli originali giapponesi traspare anche dal Susino in fiore, un’altra japonaiserie del 1887 realizzata a partire da un’ulteriore stampa di Hiroshige, il Giardino di Kameido, del 1857. Le delicate tonalità di rosa che Hiroshige aveva utilizzato per il cielo vengono trasformate in un rosso denso e forte da Van Gogh, che utilizzò colori decisamente più vividi rispetto a quelli delle stampe giapponesi, benché si dimostrasse incline a conservare il modo di stendere le campiture, uniforme e racchiuso da un contorno nero: e giova ricordare come il ricorso al nero e l’utilizzo del contorno, pratiche che gli impressionisti avevano di fatto abolito, erano state reintrodotte da Van Gogh, che faceva uso del nero e del contorno con l’obiettivo di creare effetti di contrasto tra gli elementi delle sue composizioni.

Utagawa Hiroshige, Il giardino di Kameido
Vincent Van Gogh, Susino in fiore 

Per quale ragione Van Gogh era così fortemente attratto dall’arte giapponese? Sono soprattutto tre i motivi che rendono le stampe di Hiroshige e altri interessantissime agli occhi di Van Gogh: la prospettiva, la semplicità e i colori. L’arte olandese prediligeva il punto di vista centrale: per Vincent, quegli scorci così arditi e quei punti di vista così insoliti rappresentavano impressionanti novità. L’acquisto, da parte di Van Gogh, delle stampe giapponesi e, in certi casi, la reinterpretazione (come per il Ponte e il Susino di cui sopra) erano attività finalizzate allo studio di nuovi punti di vista da applicare ai propri paesaggi. Sulla semplicità, così Vincent si esprimeva in una lettera a Theo, il 24 settembre 1888: “Quello che invidio ai giapponesi è l’estrema limpidezza che ogni elemento ha nelle loro opere […]. Le loro opere sono semplici come un respiro, i giapponesi riescono a creare figure con pochi tratti, ma sicuri, con la stessa facilità con la quale noi ci abbottoniamo il gilé. Ah, devo riuscire anche io a creare delle figure con pochi tratti”. E anche il modo di stendere i colori attraverso masse uniformi racchiuse da contorni scuri, così nuovo e diverso rispetto alle campiture che l’artista era abituato a vedere nelle opere dei suoi conterranei, avrebbe iniziato ben presto a entrare anche nelle sue opere d’arte.

L’arte giapponese non era però sufficiente a conferire all’arte di Van Gogh quella luminosità e quei colori accesi tanto agognati: così, nel 1888 Vincent decise di lasciare Parigi per trasferirsi nel sud della Francia, stabilendosi ad Arles, splendida cittadina di antiche origini vicina alle paludi della Camargue. La meta non fu scelta a caso: Van Gogh trovava che ci fosse un solido legame tra il meridione francese (le Midi, come lo chiamano i francofoni) e il paese del Sol Levante. Le ragioni del trasferimento furono affidate, come sempre, ai suoi carteggi: tra le più significative è possibile annoverare quella scritta il 18 marzo 1888, da Arles, al pittore Émile Bernard. Nella lettera, Van Gogh diceva che Arles era il posto ideale per “gli artisti che amano il sole e il colore”, e che le atmosfere della cittadina gli ricordavano proprio quelle del Giappone per la loro limpidezza e per gli splendidi colori dei paesaggi: “i corsi d’acqua creano bellissime macchie blu e smeraldo nel paesaggio, come si vede nelle stampe giapponesi, i tramonti d’un arancio pallido fanno sembrare azzurri i campi, e il sole è d’un giallo splendido”. E tutto ciò, osservava Vincent, solo nel mese di marzo: l’estate avrebbe riservato ancora più sorprese. C’è un dipinto che sembra dar forma a tutti questi pensieri: il Seminatore, un’opera del 1888 oggi conservata al Kröller-Müller Museum di Otterlo, nei Paesi Bassi.


un grande grazie a Federico Giannini!!

Henri Moret o i suoi colori dell’anima

Henri Moret
francese 1856 – 1918

figlio naturale di Louise Moret, nato da un padre sconosciuto, non vi è nessun dettaglio della sua infanzia, durante il servizio militare a Lorient , Henry Moret scoprì la costa meridionale della Bretagna e divenne allievo del pittore di Lorient Ernest Coroller
fu quindi ammesso all’École des beaux-arts de Paris nei laboratori di Jean-Léon Gérôme e Jean-Paul Laurens nel 1876, e frequentò lo studio di Henri Lehmann , poi l’ Académie Julian a Parigi .
ha iniziato al Salon degli artisti francesi nel 1880 e Incontra Marius Gourdault , un pittore impressionista che soggiorna a Doëlan per l’estate , che poi diventerà un amico. Nel 1881 espone al Salon des Artistes Français e al Salon des Indépendants , per poi trasferirsi a Le Pouldu . “Di carattere indipendente, alloggiato presso il padrone del porto Kerluen e non presso la pensione Gloanec , si lega comunque rapidamente a tutto il gruppo degli impressionisti ” e nel 1888 incontra Paul Gauguine i suoi amici a Pont-Aven . Entra a far parte del suo gruppo e diventa uno dei rappresentanti più interessanti dell’École de Pont-Aven . Nel 1890, si unì a Gauguin e ai suoi amici alla locanda di Marie Henry a Pouldu e poi si trasferì a Doëlan, dove tornò a una tecnica pittorica più impressionista e lavorò sotto contratto per la galleria Durand-Ruel

nel centenario dalla morte di Paul Gauguin (1848-1903) furono esposte a Napoli circa cento opere in una mostra dedicata a Paul Gauguin e la Bretagna, dal titolo ” I colori dell’anima”, realizzate dall’artista francese e da alcuni artisti attivi in Bretagna tra il 1886 e il 1894 e credo che il titolo di quella mostra si adatti molto bene all’opera di Moret, che diede il suo contributo allla cosiddetta scuola di Pont-Aven, formata, fra gli altri da Émile Bernard, Maurice Denis, Charles Filiger, Georges Lacombe, Roderic O’ Conor, Émile Schuffenecker e Paul Sèrusier
la luce della Bretagna, la campagna selvaggia e le coste battute dai venti dell’Atlantico, insieme ai riti e ai costumi popolari, sono i temi preferiti del gruppo, sensibile alla raffinata tradizione delle stampe giapponesi e dell’antica tecnica medievale del ‘”cloisonné”.
presi dalla comune tensione estetica verso soluzioni formali e cromatiche del tutto nuove nel panorama artistico
di fine Ottocento
affascinato dal mare e dalla Bretagna, Moret usò colori profondi e pennellate vigorose per catturare la sua violenza e il suo movimento..
combinando la semplicità ispiratagli dalle stampe giapponese con la tecnica di Impressionista, creò così una miscela magica formata da composizioni semplici e splendide sfumature

i suoi colori e le sue forme sono direi “verosimili”, nello stempo sognanti e veri, una via di mezzo tra il sogno e la realtà. il segno è potente e sicuro e lascia intravedere spazi non dfiniti anche all’interno di realtà ben precise
io ho amato molto questo pittore che come Mufra (che troverete QUI) ha “cantato” la Bretagna, terra a me particolarmente cara, terdove a 17 anni partii per il mio primo lavoro importante, terra dove tornai amante felice qualche anno dopo e dopo ancora con al seno il mio pulcino
ci sono nelle tele di Moret, i luoghi dei miei soggiorni e dei miei momenti felici, colmi di sogni colorati come colorato è il suo mare
ebbi la fortuna per un caso della vita o meglio per un incontro davvero particolare di incontrare un vecchio Signore che è il piu’ grande collezionista delle opere di Moret, (moltissime opere di Moret appartengono a collezioni private) e che mi ha lasciato e mi lascia la possibilità di goderle quando ne ho voglia e quando posso anche
se ora non c’è più e questo a volte penso sia un segno del destino…

i girasoli in vaso di Vincent Van Gogh

Vincent Van Gogh, Vaso con dodici girasoli, Dettaglio
Monaco di Baviera, Neue Pinakothek

“Il girasole è mio” dichiarò una volta Van Gogh, dimostrando come per il pittore questi fiori avessero un significato profondo: offrire conforto ai cuori turbati. Per Van Gogh, l’associazione del girasole con l’arte e con l’amore potrebbe aver incluso l’idea dell’arte (ma anche del sodalizio e della collaborazione) che sperava di forgiare con Gauguin.
Nel febbraio del 1890 il pittore scrisse al critico Albert Aurier suggerendo che le due immagini di girasoli che esponeva a Bruxelles (le versioni di Monaco e di Londra) avrebbero potuto “esprimere l’idea di gratitudine”.
E, al tempo stesso, gratitudine all’amico Paul Gauguin, sorprendendolo con una esplosione di colore, giallo come la felicità.
iniziò a dipingere un singolo girasole in un orto e finì con un’opera che divenne famosa nel mondo: Vincent Van Gogh realizzò cinque quadri che accolgono lo stesso soggetto, i Girasoli, conservati alla National Gallery di Londra, al Van Gogh Museum di Amsterdam, alla Neue Pinakothek di Monaco, al Philadelphia Museum of Art e al Sompo Museum di Tokyo.
Il giallo, secondo Van Gogh, poteva alludere alla felicità. Ma era anche il colore della Provenza e un omaggio al pittore provenzale Monticelli che “dipinse il Sud della Francia tutto in giallo, tutto in arancione, tutto in zolfo”.
Anche Van Gogh ha creato un simile effetto di calore incandescente, in particolare con le teste circolari dei semi, che sembrano sostituire il sole stesso.
Non può esserci pianta più adatta dei girasoli per regalare, in un momento, come quello che stiamo vivendo, di lontananza dall’arte e dal mondo, un po’ di umana vicinanza.
La stessa che Vincent ricercava nell’amico Paul Gauguin che definiva i dipinti di girasole “completamente Vincent”. Per lui Van Gogh dipingeva questi soggetti che lo avrebbero consacrato per sempre come “il pittore dei girasoli”.
“Ci sto lavorando ogni mattina, dall’alba in avanti, in quanto i fiori si avvizziscono così rapidamente” scriveva da Arles al fratello Theo, rivelando la sua attività febbrile, in previsione dell’arrivo di Gauguin alla Casa Gialla. Fu qui, nel Sud della Francia, che tra il 1888 e il 1889 Van Gogh realizzò alcune delle sue più tele più celebri, accanto a quelle dipinte, due anni prima, nel quartiere parigino di Montmartre. “Vorrei fare una decorazione per lo studio. Nient’altro che grandi girasoli” annunciava a Theo, sperando che l’arrivo di Gauguin potesse rappresentare il primo passo per dare vita ad una nuova “associazione” di artisti.
la serie dei girasoli in vaso, la più famosa, nacque proprio in questi anni di vitalità e ottimismo, durante l’estate, mentre Vincent attende con ansia l’arrivo di Paul. Per abbellire la stanza del suo ospite e impressionarlo aveva previsto di dipingere una dozzina di tele. Ma il progetto si fermò a sette girasoli e anche la vita in comune con Gauguin, arrivato ad Arles il 23 ottobre 1888, si arrestò dopo soli due mesi di convivenza.
Dopo lo scontro, avvenuto il 23 dicembre dello stesso anno – quando Van Gogh minacciò l’amico con un coltello e poi si tagliòparte dell’orecchio sinistro – Gauguin tornò a Parigi. Sebbene i due non si siano mai più rivisti, continuarono a scambiarsi lunghe lettere e Gauguin chiese a Van Gogh di realizzare per lui un dipinto con i girasoli.
Per dipingere i suoi fiori preferiti il pittore utilizzò tre tonalità di giallo – tre gialli cromati, il giallo ocra e il verde veronese “e nient’altro” – dimostrando come fosse possibile creare un’immagine con numerose variazioni di un singolo colore, senza alcuna perdita di eloquenza.

Girasoli della National Gallery – Londra


In questa tela, i quindici girasoli vengono riprodotti dall’artista in diverse fasi del loro ciclo di vita, dal germoglio giovane fino alla maturità e all’eventuale decadimento e morte. Il bocciolo nell’angolo in basso a sinistra deve ancora raggiungere il pieno fiore, sette fiori sono in piena fioritura e gli altri sette hanno perso i loro petali e si stanno trasformando in seme.
I tratti lunghi seguono la direzione di petali, foglie e steli, le cui linee sinuose richiamano quelle dell’Art Nouveau. L’artista ha sfruttato la consistenza rigida delle nuove pitture ad olio introdotte nel XIX secolo per creare spessi effetti di impasto.
L’opera fu realizzata nel 1888 e segue le pitture floreali olandesi del XVII secolo che sottolineano la caducità della natura umana. Acquistata dalla National Gallery con il contribuito del Courtauld Fund nel 1924, è l’opera della collezione più venduta e riprodotta nel merchandise.


i Girasoli della Neue Pinakothek di Monaco


Vincent realizzò quest’opera nell’agosto nel 1888 nel suo atelier di Arles, mentre aspettava l’arrivo di Paul Gauguin. La tela rappresenta un vaso di fiori, con la base di supporto e lo sfondo. Una luminosità rara si sprigiona dal turchese – scelto come colore dello sfondo – che accentua le tonalità gialle e marroni dei petali dei grandi fiori gialli. In essi è tutta racchiusa l’idea della Provenza d’estate e della vita trascorsa dall’artista olandese in un periodo in cui, nella sua testa, bussava spesso un sogno: vivere in una sorta di “comune di artisti”.
Il dipinto ospitato a Monaco di Baviera è una delle più importanti versioni dei Girasoli. L’artista considerava questa versione complementare a quella esposta alla National Gallery di Londra.


Girasoli del Van Gogh Museum di Amsterdam


Vincent dipinse questa versione dei Girasoli a gennaio del 1889 durante il suo soggiorno ad Arles, un mese dopo la brusca interruzione della convivenza con Gauguin. La firma dell’artista si trova sul vaso: come i grandi maestri del passato usava solo il proprio nome di battesimo.
Una ricerca condotta su questo capolavoro presso il Van Gogh Museum ha fornito molte nuove informazioni sulle condizioni del dipinto e sui materiali utilizzati da Van Gogh. Una delle conclusioni è che l’opera è stabile, ma fragile, conclusione che ha spinto la direzione a decidere di non spostare mai più il capolavoro da Amsterdam. L’opera era stata prestata solo sei volte nei 46 anni di storia del museo. L’ultima volta è stata nel 2014, quando il dipinto era volato alla National Gallery di Londra per essere esposto insieme alla versione di Girasoli della collezione inglese.
I Girasoli di Amsterdam sono stati dipinti su un particolare rotolo di lino. Ci sono più strati di vernice sulla tela, tutti aggiunti in un secondo momento e non dallo stesso Van Gogh. Si tratta di strati sporchi e ingialliti che non possono essere rimossi perché in alcuni punti risultano mescolati alla pittura originaria.


Girasoli del Philadelphia Museum of Art


È probabile che questa versione a dodici fiori, conservata presso il Philadelphia Museum of Art, risalga al mese di gennaio del 1889, così come le due copie della versione a quindici, custodite al Van Gogh Museum e al Sompo Japan Museum of Art di Tokyo.


Girasoli del Sompo Japan Museum of Art di Tokyo


Con la lussureggiante composizione di quindici girasoli in un barattolo giallo attorno ad un singolo fiore, con un punto rosso simile ad un occhio, van Gogh celebra la bellezza della vita, infondendo a ogni singolo girasole il suo impatto espressivo. L’opera è dipinta su una porzione di un foglio di tela di 20 metri acquistato da Gauguin quando venne a vivere e lavorare con van Gogh ad Arles.

grazie infinite dell’aiuto a Samantha De Martin

Edgard Degas o del ballo

Edgar Degas
francese 1834 – 1917

sicuramente una delle figure piu’ importanti e prolifiche dell’Impressionismo, anche se si distense dagli altri impressionisti per molti motivi
primo e non poco importante fu il fatto di avere una famiglia agiata alle spalle che non condizionò il suo lavoro e gli permise di vivere “senza dover contare sulla sua pittura”
altro motivo di differenza non amava gli “esterni”, i paesaggi, preferiva dipingere interni con ballerine, donne al bagno, donne dalla modista, insomma percorse per molti versi gli interni del mondo delle donne di quel tempo
quando dipinse all’aria aperta, furono spesso corse di cavalli, benchè riconosciuto come uno dei grandi, fini la sua vita in assoluta solitudine e quasi cieco, smise di dipingere intorno al 1910, dedicandosi poi alla scultura che “sentiva” nelle mani.
era stato certamente un uomo colto, aveva compiuto studi classici e fu molto influenzato dal suo maestro Ingres, incontrerà anche Manet che lo spingerà alla definitiva scelta impressionista
credo che la sua ricerca si sia rivolta in particolare allo studio degli effetti della luce artificiale e i suoi quadri dedicati al mondo dello spettacoloce ne danno una piena dimostrazione forse anche le stampe giapponesi che amava collezionare influirono sul suo modo di dipingere
la famiglia è di condizioni agiate. Viene educato dal padre, che gli consente di dedicarsi al disegno e gli fa conoscere il mondo dell’arte.
Lasciata l’Università, inizia a frequentare lo studio di Barrias. Passa, quindi, alla scuola di Lamothe, un allievo di Ingres. Nel 1855 entra all’École des Beaux-Arts.
Nel 1856 Degas realizza il primo viaggio in Italia. Dopo un soggiorno romano, si trasferisce a Napoli, dove inizia a dipingere i due ritratti delle cugine Bellelli. L’anno successivo torna a Roma per frequentare l’Académie Française.
Nel 1858 Degas è a Firenze. Qui ha modo di conoscere i macchiaioli. Realizza alcuni studi per La famiglia Bellelli, grande tela che porterà a termine nel 1867. Nel corso del soggiorno italiano visita anche Viterbo, Orvieto, Perugia e Assisi. A colpirlo è soprattutto la pittura di Signorelli, Botticelli e Raffaello.
Nel 1859 torna a Parigi. È attratto dalle corse dei cavalli e dalla vita di teatro. Frequenta anche vari artisti, tra cui, dal 1862, Edouard Manet.
Nel 1865 espone al Salon e riceve i complimenti di Puvis de Chavannes. Trascorre parecchio tempo al Cafè Guerbois, luogo di incontro di numerosi giovani pittori e dei futuri impressionisti.
Nel 1870, scoppiata la guerra franco-prussiana, Degas si arruola in fanteria.
Nel 1872 parte per New Orleans, dove vivono i parenti della madre. Qui dipinge diverse tele, tra cui L’ufficio del cotone.

Di ritorno nuovamente a Parigi, nel 1873, riprende contatto con gli impressionisti. Con loro partecipa alla prima mostra impressionista nello studio del fotografo Nadar (1874).
Nel 1875 dipinge L’absinthe.


Nel 1876 e nel 1877 espone alla IIª e IIIª mostra impressionista, presentando dipinti di ballerine e nudi femminili. Nel 1878 dipinge il Ritratto di Diego Martelli. A partire dal 1880, dopo un viaggio in Spagna, inizia a dedicarsi anche all’incisione. partecipa anche alla mostra degli impressionisti del 1881, .

L’anno successivo si applica al tema delle donne dalla modista.
Nel 1883 muore il grande amico e maestro Manet. Degas si chiude in un profondo isolamento, motivato anche da crescenti disturbi alla vista.
Nel 1886 partecipa senza successo all’ultima mostra degli impressionisti. Tre anni più tardi visita la Spagna e il Marocco con Giovanni Boldini. Nel 1890 soggiorna in Borgogna, dove realizza alcuni pastelli.
Nel 1893 tiene la prima personale presso la galleria Durand-Ruel, dove presenta una serie di paesaggi. Quasi cieco, Degas si dedica principalmente alla scultura. Modella statuine di cavalli, ballerine, donne al bagno e che si asciugano. Nel contempo si accentua il suo interesse verso il collezionismo di opere d’arte. Raccoglie così opere di numerosi artisti, tra cui Ingres e Delacroix.
Nel 1905 dipinge Madame Alexis Rouart e i due figli, una delle ultime opere.
Edgar Degas muore a Parigi nel 1917.

questa serie di post sarà dedicata soprattutto al mondo del ballo tranne i primi dipinti che sono tappe importanti del suo modo di dipingere

Henri-Edmond CROSS dal “puntinismo” alla ricerca

Henri-Edmond CROSS
(Delacroix)
francese 1856 – 1910

devo dire per corrttezza che è un pittore al quale sono molto legata, non tanto per la tecnica del “puntinismo” che mi lascia indifferente, ma mi piace come usa la luce, i colori e trovo la sua ricerca davvero carica di spunti e di innovazioni che hanno poi fatto il giro del mondo

l’itinerario artistico di di Henri Edmondo Cross comincia simbolicamente nel nord della Francia nacque infatti a Dotai nel 1856 efin dall’età di dieci anni un suo cugino pensò che avesse dei “doni artistici” e gli fece frequentare dei corsi di disegno a Lilla
il giovane Henri Edmondo (Delacroix il suo vero nome)…ebbe come maestri e professori Carolus Duran, Alphonse Colas e più tardi a Parigi, Francesco Boivin
a 25 anni, espose per la prima volta e cambiò suo nome da Delacroix in Cross che ne è la traduzione in inglese per evitare ogni confusione con Eugène Delacroix
condividendo gli stessi ideali in estetica pittorica con Signac, Angrand o Maximilien Luce e Théo vaglio Rysselberghe egli aderirà molto rapidamente alla tecnica del “puntinismo” nelle sue prime opere
a questo periodo appartengono le tele che sono per la maggior parte dedicate alla descrizione dei giardini dell’osservatorio e del Lussemburgo e quando scopri la natura del mezzogiorno della Francia cominciò una sua lenta mutazione
ma la grande mutazione reale del suo stile si operò nel 1891, nel momento in cui spariva Giorgio Seurat e H.E.Cross arrivò al “divisionismo”, ruppe così con un’estetica che praticava da dieci anni
per adottare con entusiasmo quella del gruppo che animava il Salone degli Indipendenti (manifestazione di cui fu uno degli ideatori fin da 1884)
il vecchio discepolo degli impressionisti appese il ritratto divisionista della sua donna al Salone degli Indipendenti
sceglie di vivere in grande parte dell’anno nel Var, Saint-Clair dove potè meditare e continuare le sue ricerche sulla luce e la sua osservazione della natura… creò così dei capolavori che fecero di lui l’eguale di un Turner o d’un Poussin come La fattoria la mattina (The Farm, Evening 1893)


da allora il suo stile così particolare cominciò a conoscere la notorietà: le esposizioni si susseguirono: nel 1896 al Salone dell’art nouveau, e nel 1899 alla Galleria Durand-Ruel.
fu anche politicamente impegnato, poiché fu l’amico degli anarchici e portò il suo sostegno a Jean Grave, ma la salute tuttavia non gli fu amica e penalizzò questo magnifico poeta della luce…
ebbe problemi molto seri agli occhi e decise di fare un soggiorno in Italia dove meditò sulle opere del Tintoreto e di Canaletto
penso si possa dire che il fauvisme è là nelle sue opere, presentito, annunciato e si sente spuntare nei suoi quadri dell’inizio del XX secolo come il germoglio di una nuova armonia cromatica che fece scuola in seguito con Matisse e prefigurò così la dottrina della nuova pittura astratta
contribuì sicuramente coi neoimpressionisti ad un sconvolgimento storico che rimise in discussione tutte le teorie della pittura
al crepuscolo di una vita troppo breve, visitò ancora una volta la Toscana prima di riguadagnare il Lavandou dove compose le sue ultime opere, nel maggio 1910 fu portato via tragicamente a 54 anni da un tumore che l’assillava da tempo

George Braque tra impressionismo, fauvismo e cubismo

Georges Braque
francese 1882 – 1963

Georges Braque nasce ad Argenteuil-sur-Seine il 13 maggio 1882. Passa la gioventù a Le Havre e frequenta alla sera l’Ecole des Beaux-Arts dal 1897 al 1899. Si trasferisce quindi a Parigi dove studia privatamente con un maestro decoratore ed ottiene il diploma di artigiano nel 1901. Dal 1902 al 1904 dipinge all’Académie Humbert di Parigi, dove incontra Marie Laurencin e Francis Picabia.
Conclusa la fase impressionista, dal 1906 Braque aderisce al fauvismo; dopo un’estate ad Anversa con Othon Friesz, l’anno successivo espone le sue opere fauve al Salon des Indépendants di Parigi. La sua prima personale si tiene a Parigi nel 1908, alla galleria di D-H Kahnweiler. Dal 1909 Braque e Pablo Picasso sviluppano il cubismo e nel 1911 le opere dei due artisti si presentano estremamente simili. Nel 1912 iniziano a inserire nei loro dipinti elementi di collage e sperimentano la tecnica del papier collé. La loro collaborazione artistica dura fino al 1914. Ferito nella prima guerra mondiale, Braque stringe amicizia con Juan Gris dopo la convalescenza, nel 1917.
Dopo la prima guerra mondiale la sua opera diviene più libera e più schematica. La sua fama cresce notevolmente nel 1922, in seguito a un’importante mostra al Salon d’Automne di Parigi. Verso la metà degli anni ’20, Braque cura la scenografia di due balletti di Sergei Diaghilev. Alla fine del decennio si riaccosta a una più realistica interpretazione della natura, sebbene alcuni aspetti del cubismo siano destinati a restare sempre presenti nella sua opera. Nel 1931 Braque esegue le sue prime sculture in gesso e affronta temi della mitologia. La sua prima importante retrospettiva si tiene nel 1933 alla Kunsthalle Basel. Nel 1937 ottiene il primo premio al Carnegie International di Pittsburg.
Braque trascorre a Parigi gli anni della seconda guerra mondiale. I suoi dipinti di quel periodo, per gran parte nature morte e interni d’ambiente, hanno toni più cupi. Oltre a dipingere, Braque esegue litografie, incisioni e sculture. Dalla fine degli anni ’40 si dedica a temi ricorrenti, quali uccelli, ateliers, paesaggi e marine. Nei suoi ultimi anni le precarie condizioni di salute gli impediscono di accettare altre grandi commissioni, anche se continua a dedicarsi alla pittura, alla litografia, e al disegno di gioielli. Muore a Parigi il 31 agosto 1963.

Olive Tree vicino all’Estaque

questo dipinto è un esempio del lavoro di Georges Braque all’interno del movimento fauvista, che è arrivato abbastanza presto nella sua carriera. La maggior parte dei suoi dipinti fauvistierano paesaggi, o paesaggi urbani. Ha catturato porti locali e piccole città, nonché campagne più aperte. Questo pezzo, Olive Tree vicino all’Estaque, è quindi leggermente diverso in quanto focalizza i nostri occhi su un singolo albero in primo piano. A destra si vede una piccola sezione di una casa e centralmente possiamo guardare in lontananza. La combinazione di colori colpisce subito, i toni accesi dominano ogni parte della tela e questo è tipico del mondo audace dei fauvisti. L’olivo stesso si inclina da sinistra, suggerendo anni di sviluppo al mutare delle stagioni e delle condizioni. Il tronco è prevalentemente rosso e rosa, con fogliame poi creato utilizzando tocchi di verde. Questo può non sembrare particolarmente insolito, ma la luminosità non diminuisce, ovunque nella scena.
Il fondo è di un colore dorato, mentre il cielo è di un verde chiaro che ricorda i toni del fogliame dell’albero. Tuttavia, le linee scure vengono utilizzate allo scopo di creare la forma. Definiscono i bordi del tronco e dei rami, nonché i confini della casa e definiscono anche tutti gli alberi più lontani sullo sfondo. Braque ha trovato la campagna come fonte di ispirazione per il suo lavoro e ha trovato ogni sorta di luoghi diversi da cui produrre il lavoro. L’Estaque , a sua volta, è presente in molte occasioni nel suo lavoro fauvista e anche in seguito avrebbe prodotto anche dipinti in stile più cubista di questa regione. Alla fine è passato alla pittura di nature morte, invece, per come poteva facilmente manipolare il contenuto e anche vederlo da diverse angolazioni con poco sforzo.

Albert Gleizes o della pittura e della teoria (gruppo di Puteaux)

Albert Gleizes
francese 1881 – 1953

è stato un artista francese, teorico, filosofo, e si è autoproclamato fondatore del cubismo e assieme a Jean Metzinger scrisse il primo grande trattato sul cubismo, Du “Cubisme” , 1912
Gleizes fu uno dei membri fondatori del gruppo di artisti della Section d’Or o Gruppo di Puteaux, era anche un membro di Der Sturm , e i suoi numerosi scritti teorici erano originariamente più apprezzati in Germania, dove soprattutto al Bauhaus le sue idee furono prese in grande considerazione
Gleizes ha trascorso quattro anni cruciali a New York e ha svolto un ruolo importante nel rendere l’America consapevole dell’arte moderna , era un membro della Society of Independent Artists , fondatore dell’Associazione Ernest-Renan, nonché fondatore e partecipante dell’Abbaye de Créteil
Gleizes esposte regolarmente a Léonce Rosenberg s’ Galerie de l’Effort Moderne di Parigi; è stato anche fondatore, organizzatore e direttore di Abstraction-Création . Dalla metà degli anni ’20 alla fine degli anni ’30 gran parte della sua energia è andata alla scrittura, ad esempio La Peinture et ses lois (Parigi, 1923),Vers une conscience plastique: La Forme et l’histoire (Parigi, 1932) e Homocentrisme (Sablons, 1937)

era figlio di un designer di tessuti che gestiva un grande laboratorio di design industriale, era anche il nipote di Léon Comerre , un ritrattista di successo che vinse il Prix ​​de Rome del 1875
il giovane Albert Gleizes non amava la scuola e spesso saltava le lezioni per passare il tempo a scrivere poesie e girovagare per il vicino cimitero di Montmartre . Infine, dopo aver completato la scuola secondaria, Gleizes ha trascorso quattro anni nel 72 ° reggimento di fanteria dell’esercito francese (Abbeville, Picardie), quindi ha iniziato a intraprendere la carriera di pittore
iniziò a dipingere da autodidatta intorno al 1901 nella tradizione impressionista, i suoi primi paesaggi da Courbevoie appaiono particolarmente ispirati da Alfred Sisley o Camille Pissarro
Gleizes aveva solo ventun anni quando la sua opera intitolata La Seine à Asnières fu esposta alla Société Nationale des Beaux-Arts nel 1902.
passa attraverso diverse fasi per giungere poi al cubismo, Daniel Robbins scrive:”Nei dipinti di Gleizes vediamo l’approccio volumetrico dell’artista al cubismo e la sua riuscita unione di un ampio campo visivo con un piano pittorico piatto. Lo sforzo di cogliere i ritmi intricati di un panorama ha portato a una geometria completa di intersezioni e sovrapposizioni di forme che creavano una nuova e più dinamica qualità di movimento “

In Du “Cubisme” Gleizes e Metzinger scrissero: “Se volessimo mettere in relazione lo spazio dei pittori cubisti con la geometria, dovremmo riferirlo ai matematici non euclidei; dovremmo studiare, a lungo, alcuni dei teoremi di Riemann . “
Il cubismo stesso, quindi, non era basato su alcuna teoria geometrica, ma corrispondeva meglio alla geometria non euclidea rispetto alla geometria classica o euclidea, l’essenziale era nella comprensione dello spazio diversa dal metodo classico della prospettiva; una comprensione che includerebbe e integrerebbe la quarta dimensione
Il cubismo, con la sua nuova geometria, il suo dinamismo e la prospettiva multipla di punti di vista, non solo rappresentò un allontanamento dal modello di Euclide, ma ottenne, secondo Gleizes e Metzinger, una migliore rappresentazione del mondo reale che era mobile e mutevole al tempo stesso, per Gleizes, il cubismo rappresentava una ” normale evoluzione di un’arte che era mobile come la vita stessa “
contrariamente a Picasso e Braque, l’intento di Gleizes non era quello di analizzare e descrivere la realtà visiva. Gleizes aveva sostenuto che non possiamo conoscere il mondo esterno, possiamo solo conoscere le nostre sensazioni, gli oggetti della vita quotidiana – chitarra, pipa o cesto di frutta – non soddisfacevano i suoi complessi concetti idealistici del mondo fisico
I suoi soggetti erano di vasta scala e di provocatorio significato sociale e culturale. L’iconografia di Gleizes (a partire da Delaunay, Le Fauconnier e Léger) aiuta a spiegare perché nel suo lavoro non c’è un periodo corrispondente al cubismo analitico e come sia stato possibile per Gleizes diventare un pittore astratto, più teoricamente in sintonia con Kandinsky e Mondrian di Picasso e Braque, che sono rimasti associati alla realtà visiva
pn La Peinture et ses lois scrive Robbins, “Gleizes ha dedotto le regole della pittura dal piano pittorico, le sue proporzioni, il movimento dell’occhio umano e le leggi dell’universo. Questa teoria, in seguito denominata rotazione-traslazione , si colloca con gli scritti di Mondrian e Malevich come una delle più complete esposizioni dei principi dell’arte astratta, che nel suo caso comportava il rifiuto non solo della rappresentazione ma anche delle forme geometriche “
I piani piatti sono stati messi in moto simultaneamente per evocare lo spazio spostandosi l’uno sull’altro, come se ruotassero e si inclinassero su assi obliqui, per illustrare il concetto sono stati pubblicati diagrammi intitolati ” Movimenti simultanei di rotazione e spostamento del piano sul suo asse “
Gleizes ha continuato anche dopo che il gruppo si era sciolto e dopo la fine della prima guerra mondiale a scrivere e scrivere dell’arte astratta e anche a dipingere

Section d’Or o Puteaux Group

Section d’Or o Puteaux Group

questi sono gli artisti legati al gruppo di Puteaux e di alcuni vi racconterò cose in vari post,

erano un gruppo di pittori e critici d’arte associati ad un ramo del cubismo noto come orfismo (un termine coniato dal poeta francese Guillaume Apollinaire) e vaevano sede nel sobborgo parigino di Puteaux, o si incontravano talvolta a casa di Gleizes sempre a Parigi, furono attivi dal 1912 a circa il 1914, arrivando alla ribalta sulla scia della loro partecipazione al controverso Salon des Indépendants nella primavera del 1911
fu un gruppo molto importante e direi fondamentale per la pittura che vine dopo quel periodo e influenzò un numero sempre maggiore di artisti
Il nome del gruppo venne suggerito da Jacques Villon, dopo aver letto una traduzione del 1910 del Trattato della Pittura di Leonardo da Vinci realizzata da Joséphin Péladan, Péladan attribuiva un grande significato mistico alla sezione aurea (in lingua francese Section d’Or) e ad altre simili configurazioni geometriche e per Villon, questo simboleggiava la sua fede nell’ordine e nel significato delle proporzioni matematiche, perché rifletteva i modelli e le relazioni presenti in natura
il Gruppo adottò questo nome per distinguersi dalla definizione più ristretta del cubismo sviluppata in precedenza da Pablo Picasso e Georges Braque nel quartiere di Montmartre a Parigi
il carattere intellettuale dei loro lavori sedusse, nel 1912, l’ortodosso Juan Grisr, ed egli fu senza dubbio per questi «cubisteurs», con Metzinger e Apollinaire, un agente d’informazioni prezioso sulle pratiche dei Montmartriani
in seguito al rifiuto di un’opera di Marcel Duchamp, “Nu descendant un escalier”, al Salon de printemps, e spinti dallo scandalo provocato dall’esposizione dei pittori futuristi presso Bernheim Jeune nel febbraio del 1912, decidono di creare un primo salone occupando il vasto spazio della galleria La Boétie nell’ottobre del 1912 per rivelare le nuove direttive del movimento, esposizione accompagnata dalla pubblicazione del trattato Du Cubisme di Metzinger e Gleizes
oltre i fondatori, l’esposizione riunì Alexander Archipenko, André Lhote, Roger de la Fresnaye, Louis Marcoussis, Francis Picabia e Félix Tobeen, solo Robert Delaunay, preoccupato di evitare le etichette, non espose nessuna opera
pur risentendo dell’influenza di Montmartre, le opere presentate si distinguevano per i colori, il dinamismo e la simultaneità all’origine della quale si trova Sonia Delaunay che la svilupperà con Robert Delaunay in pittura, moda e arti decorative
in seguito a questa esposizione, Apollinaire segnala « l’écartèlement » (squartamento) del cubismo e la nascita dell’orfismo e poco tempo dopo, i riferimenti al Rinascimento ed il rifiuto di appartenere ad un gruppo provocano la dipartita di Léger, Delaunay e Duchamp.
l’inizio della prima guerra mondiale nel 1914, in gran parte concluse le attività del gruppo

Maxime Mufra o della Bretagna

Maxime Maufra
francese 1861 – 1918

Maxime Maufra, iniziò a dipingere stimolato da artisti locali della sua città: Nantes e nel 1883, dopo essere ritornato dalla Gran Bretagna dove lui aveva scoperto i Grandi Maestri della pittura inglese: Thomas Gainsborough, Constable e Turner , rinunciò ad una carriera di uomo d’affari e cominciò a dedicarsi completamente alla pittura
tre anni più tardi lui esibì due “panorami” al Salone di Parigi col favore della critica, viaggiò poi in tutta la Normandia e la Bretagna dipingendo panorami e vedute di quei paesi, nel 1892 si stabilìsce a Parigi, ma ritornava ogni anno in Bretagna
durante una visita a Pont-Aven nel 1890 incontrò Gauguin e Paul Sérusier e il lavoro di questi artisti oscurò l’influenza che lui aveva subito da pittori come Pissarro e Sisley.
fu molto colpito dal sintetismo, lo stile inventato da Émile Bernard (1868-1941) e sviluppato da Gauguin, questo stile è molto visibile nelle stampe e nei suoi disegni..
benchè originario di Nantes, Maxime Maufra è restato profondamente attaccato alla Bretagna di cui ha dipinto le coste, le isole, i fiumi ed i porti, ciò che gli valse il titolo di pittore “marino e rustico”
sebbene fedele nei suoi numerosi paesaggi ad un impressionismo generato da Monet, la sua arte, fondata su una sensazione luminosa e colorata, si evolverà verso una pittura sintetica che si dibatte tra i problemi di composizione e di linee
riesce spesso nei suoi dipinti a “trattenere” l’essenziale di un paesaggio come possono essere una collina chiara, azzurrognola che si stacca su un paesaggio piatto, arroventato per i fuochi rosseggianti del sole calante
per la capacità straordinaria di “scrivere” i paesaggi, per l’audacia delle semplificazioni, la libertà dei segni, l’audacia dei colori, Maufra si presenta come un vero precursore, un innovatore e non a caso i suoi paesaggi vengono percepiti spesso come un puro gioco di luci, come una visione fuggitiva che confina con l’astrazione e liberano nello stesso tempo un forte sentimento poetico
il motivo del paesaggio che divide la terra ed il mare attraverso una grande linea obliqua, cioè questa simbiosi di due elementi, si trova quasi sempre nei suoi dipinti
è un pittore che a me personalmente regala emozioni forti, vuoi perchè narra di una terra che amo e che è stata per me molto importante come la Bretagna, vuoi per questo suo amore per il colore, mai simile a se stesso, vuoi per questa sua ricerca che l’ha portato ad essere sempre diverso dai suoi compagni di viaggio

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