Ti saluto in una pesca

***divertissement al modo della poesia araba medievale e quella delle corti di Spagna***

..*
Ti saluto in una pesca,
Una pesca in mezzo al vassoio,
Avrei preferito baciarti,
Mentre mordicchiavi il mio collo,
In fondo al letto.

Ti saluto in un’arancia succosa,
La mia bocca è dolce come miele d’estate.
Io sono una rete di seta
E tu un falco alato.

Ti saluto in una coppa
Di rosse ciliege
Apri le tue ali e portami lontano.

..*

lascia ch’io frughi
lo scrigno della notte
con sussurri di parole

lascia ch’io assaggi
il miele dei tuoi occhi
il nettare della tua bocca
e ne riempia in segreto
caraffe d’argento

la nostalgia a te mi riconduce,
errante bagliore in filo d’alba

..*

Ho bevuto
dal palmo della tua mano
vino di luna

ho asciugato le mie labbra
nei tuoi capelli

ho accarezzato la tua gola
nido della tua voce

ho mordicchiato le dita
delle tue mani
dolci scrigni di morbide carezze

ho cercato la luce
dei tuoi occhi
ed in essi mi sono ritrovata.

..*

Toccami con le punta della dita
dove l’incavo del collo
è piu’evidente,
baciami a piccoli sorsi
le spalle dove
il vestito scopre
un morbido lembo di pelle,

addenta il mio labbro,
percorrilo lentamente
con piccoli morsi

mela piu’ tenera
non potrai assaporare
arancia piu’ succosa
non potrai gustare
melagrana piu’dolce
non potrai assaggiare
sono io il tuo frutto.

..*

ti sedurrò col vino ed il miele
allunghero le mie dita sottili verso
il tuo capo e seppellirò nelle tue mani
la mia testardaggine, annegando ebbra
nel nero cupo dei tuoi occhi

muta il corpo al desiderio
si espande modellandosi
in fiumi sttaripanti e senza argini

resta con me ancora un poco
il sonno tarda a venire

..*mi ha sempre affascinato la poesia araba medioevale e quella che si “cantava” in Andalusia e in Sicilia, la poesia era sempre accompagnata da musica
E’ una poesia prevalentemente d’amore , un amore passionale e carnale, dove la donna , regina dei cuori, è vista come oggetto del desiderio, dove per la donna amata si fanno pazzie e si coniano similitudini le più svariate.
è una poesia che usa il reale e lo racconta come fosse pensiero, personificazione di concetti astratti, è una poesia dove l’aggettivazione che ai nostri occhi può sembrare ridondante serve a rafforzare un concetto (falco alato ad es.)
nella lingua araba una cosa si può dire in almeno 10 parole diverse ognuna con una sfumatura particolare e adatta al ripo di discorso o descrizione che si fa.
è un poetare che sembra semplice, ma segue regole molto complesse soltanto non tantissimi anni fa la poesia araba ha approcciato al verso libero
fa riferimento in gran parte alla corrente sufi e contrariamente a quanto si pensa rende il “profano” sacro …
esistono molte donne che nell’epoca che va dall’VII all’VIII secolo hanno scritto versi d’amore in senso lato in particolare Rabi’a al-Adawiya, che ha parlato dell’amore per Dio in un modo assolutamente “profano”, donna dalla vita intensa, e anche socialmente attiva è forse l’unica conosciuta in occidente perchè considerata “una santa” dell’Islam (cosa che mi lascia dubbiosa) comunque alcuni suoi scritti sono tradotti in Francese e alla Sorbona anni fa tenevano anche corsi su di essi
una curiosità , alcuni dei suoi versi sono stati musicati per Om Kaltum la piu’ grande cantante che il mondo arabo abbia conosciuto.. negli anni ’50
è una poesia che si può definire profana e sacra al medesimo tempo, l’amore per Allah è spesso identificato all’amore terreno per una donna
donna che è sempre oggetto del desiderio ma anche pensiero intelligenza, astuzia e forza.
è una immagine di donna che a me gusta molto, sensuale, forte, coraggiosa, volitiva e libera nello spirito

ho provato spesso a cimentarmi nel provare a scrivere qualcosa che andasse in quella direzione, senza “copiare” gli stilemi, ma soltanto cercando di avvicinarmi ad essi mantenendo il mio modo di essere.
non sempre ci sono riuscita perchè è piu’ facile a dirsi che a farsi, ma non ho ancora desistito,
non ho difficoltà a dire che le cose che scrivo so io per prima che sono imperfette, spesso contengono errori anche grossi, ma non ho gli strumenti “materiali” per fare di meglio, e siccome scrivere mi piace comunque, sono sempre felice se qualcuno mi corregge, non la ritengo una intrusione, ma un arricchimento grande!!

il musicista Luis Delgado in ” El Hechizo de Babilonia” ha messo in musica i testi di sei poetesse arabo-andaluse vissute fra XI e XIII secolo, purtroppo non ho trovato traduzioni italiane di queste poesie!

IMPORTANTE!

mi permetto di aggiungere qui ( col suo consenso) un commento di Claudio Capriolo che cura un Blog unico nel suo genere,e che ci regala chicche musicali che difficilmente si trovano altrove, eccolo:

Secondo una teoria abbastanza accreditata, i trovatori presero spunto, fra l’altro, da forme poetico-musicali di origine araba affermatesi nella Penisola iberica durante la dominazione musulmana: per esempio lo زجل (che nei testi di filologia viene traslitterato in zajal o zejel), una forma strofica che fu praticata da poeti attivi in Andalusia a partire dall’XI secolo con Ibn Quzmān.

Poesia e musica inscindibili anche in Europa almeno fino al Trecento. L’ultimo grande poeta-musicista fu Guillaume de Machaut (o Machault), morto nel 1377; già il suo allievo Eustache Dechamps(† 1406) non era più in grado di rivestire di musica i propri versi.

A proposito: anche alcuni fra i trovatori non erano abbastanza bravi a comporre musica, e così dovevano fare ricorso all’aiuto di collaboratori versati nell’arte musicale, cercandoli fra i membri della servitù (salvo poche eccezioni, i trovatori appartenevano alle classi aristocratiche). Questi collaboratori erano detti in latino servi ministeriales: la parola ministerialis, che deriva da ministerium nell’accezione di “mestiere”, in lingua d’oïl divenne ménétrier, donde l’italiano menestrello. Ovviamente nella scala sociale i menestrelli, che erano compositori, stavano un gradino più su dei giullari (in latino ioculatores, in lingua d’oc joglar, in lingua d’oïl jongleurs), meri esecutori. E tenevano molto a questa differenziazione sociale, tanto che nella seconda metà del Duecento il trovatore Guiraut Riquier rivolse una supplica a Alfonso X il Saggio affinché con la propria autorità si esprimesse, una volta per sempre, sulla confusione che regnava nella corte riguardo alle parole trobaire (trovatore) e joglar.