donna accucciata o dell’8 marzo

donna afghana in prigione a Kabul

io sono fra quelle donne che credono si debba ricordare l’8 marzo, semplicemente perchè per le donne ancora non è sempre tutto rose e fiori, ma la violenza sia fisica, sia piscologica che su di esse ancora non accenna a diminuire. a volte mi viene da chiedermi, ma questi uomini che usano la violenza come mezzo per comunicare non sono stati allevati da donne? noi come madri facciamo davvero di tutto perchè i nostri figli ci amino non solo come madri e ci rispettino non solo come madri, manche come donne! questo post è un reblog, era già stato pubblicato!

BUON 8 MARZO a tutti

donna accucciata
nel disamore di sempre,
nella inutile speranza
di un giorno chiaro
memoria di una primavera
vissuta negli occhi
di un bimbo allattato al seno

vola il desiderio
oltrepassando il limitare
del cielo e del mare

tocca con dita leggere
la linea sfuggente
di un improbabile approdo

mescolando passione
e ritrosia, dolore
e paura, sorrisi e frustate
di un cuore sfilacciato e stanco.

(a tornare saltellando
sulla spiaggia dell’alba
ancora vorrei)

riderai a spicchi di arance amare

è rimasto scalzo il mio piede arenato
nel fango ocra dei monasteri a Timbuctu

la scarpa di vernice nera caracolla lenta
fra le piaghe aperte di colline all’alba
sfiorate a mano dal freddo secco
dell’azoto liquido che percorre le tue vene
frantumate in cocci di vetro cristallino

riderai a spicchi di arance amare
maturate nel giardino antico
soffocando le molecole instabili
di una passione corrosa e mai esausta

/ la pioggia di cenere nel bagliore improvviso
laverà la terra mischiata a briciole di opale di fuoco/

Adrienne Rich,

“”C’è sempre qualcosa nella poesia che non sarà colto, che non può essere descritto, che sopravvive alla nostra ardente attenzione, alle nostre teorie critiche, alle nostre discussioni a notte fonda.” The Guardian, 18 novembre 2006

amo molto questa poetessa da tanti anni e in questi giorni l’editore Crocetti ha ristampato il suo libro “Cartogrfie del silenzio” dopo 20 anni dalla prima pubblicazione, vi lascio una sua emblematica poesia

Una conversazione inizia
con una menzogna. E chiunque
parli la cosiddetta lingua comune avverte
lo spaccarsi dell’iceberg, la deriva
come impotente, come contro
una forza della natura
Una poesia può iniziare
con una menzogna. Ed essere strappata.
Una conversazione segue altre leggi
si ricarica con la propria
falsa energia. Non può essere
strappata. Ci si infiltra nel sangue. Si ripete.
Con la sua punta irreversibile incide
l’isolamento che nega.

Da Cartografie del silenzio, Crocetti Editore (Milano, 2000), traduzione di Maria Luisa Vezzali

La leggo come un invito ad andare oltre le apparenze espresse dalla lingua comune, per cogliere quelle radici condivise nel bosco di uomini, sconosciute talvolta ma non aliene ai poeti, gli unici capaci di coglierle con un linguaggio che risponda ai requisiti di sincerità. Ricerca di queste origini è dunque ricerca di un linguaggio sempre più puro, distillato della verità dei rapporti umani ma anche acquisizione della coscienza di una diversità dei poeti rispetto alla società in cui capita di vivere, dominata da rapporti di potere spesso in rotta di collisione con la libertà di essere quello che si è e che impone, come nel suo caso, scelte dolorose ma necessarie.

partire è arrivare insieme

il silicio eccedente la soglia
inerte della battigia
a dorsale poggiata sul
limine del rosso arancio
di un tedioso tramonto

rovina in fragore nell’apogeo
incipriato di visi folti
di rughe arcaiche e cremisi
a pioggia d’estate allineate
in archetipi ondulati e migranti
in nebbie cineree, scomposte
allungate in strade di sudore

partire è arrivare insieme

LE PILGRIM di Roger Vivier compiono sessant’anni

È il 1960, epoca di mezzo della moda. Lo spartiacque tra l’ottimismo post seconda guerra mondiale e i primi focolai di ribellione. Sono gli anni della couture parigina, del dominio francese nella moda con monsieur Christian Dior in prima fila. Ma è anche il tempo della scissione tra moda e conformismo. E l’avvento della minigonna ne testimonia la grandezza rivoluzionaria degli anni Sessanta in fatto di costume.
Negli anni Sessanta grazie a Mary Quant si avvia la tendenza della minigonna. Questo indumento (scandaloso nella prima parte di questo decennio a causa di una discutibile morale) necessita di una scarpa con tacco medio per rispettare le proporzioni. Vivier, che negli anni precedenti era alle dipendenze di Dior, fece già un primo tentativo al termine degli anni ’50 con una scarpa bassa, scollata, a tacco bassi e punta arrotondata, un prototipo delle Pilgrim.
A portare al successo questo modello di scarpe è Jackie Kennedy che, nel 1967,

la porta ai piedi per Women’s Wear Daily, La scarpa è stata disegnata su richiesta di Yves Saint Laurent che la volle abbinare al suo tubino stile Mondrian: la first lady l’abbina a un cappotto doppiopetto stampa animalier e alla classica borsa Chanel 2.55. È con Catherine Deneuve, nella pellicola Bella di giorno, che ottiene risonanza mondiale.

prendevano il nome dal cappello con fibbia dei Padri Pellegrini:

arrivarono poi anche le borse

La Pilgrim è un vero “must have”. A renderle fortuna, due dettagli: la fibbia e il tacco. La fibbia ampia, sulla tomaia, presenta una forma ad unghia, descritta da un color argento vivo. Essa vuole reinterpretare il cappello dei pellegrini puritani del XVII secolo. Il tacco è robusto, foderato da pelle laccata nera. Negli anni, questo modello è stato proposto in diverse varianti: dal corfam (materiale sintetico utilizzato per borse, scarpe, cinture etc …) alle pelle verniciata protetta da brevetto.

È risaputo, se c’è una cosa per cui le donne hanno un debole, per cui sarebbero capaci di dare fondo ai risparmi, di soffrire per un’intera serata in condizioni di equilibrio precario, di occupare scaffali e scaffali nella più consapevole celebrazione del superfluo, quella cosa sono le scarpe. Accessorio irresistibile: alzi la mano chi è riuscita a trattenersi dal comprare l’ennesimo tacco dodici di vernice, scomodissimo, bellissimo, improbabilissimo, indossato al massimo una o due volte nella vita.
E chi ha avuto il talento e l’astuzia di mettersi a disegnare calzature femminili, in qualche caso costruendoci un impero, è approdato persino nelle collezioni dei musei. Più artisti che stilisti, celebrati come star. Così è stato per Roger Vivier, uno dei più importanti designer di calzature del Novecento. A cui il Bata Shoe Museum di Toronto dedica, fino al 7 aprile, una retrospettiva dal titolo Roger Vivier: from Process to Perfection. Al centro del progetto l’attività del grande disegnatore, amato dalle donne di tutto il mondo per le sue creazioni straordinarie, scarpette sinuose spesso concepite come piccole sculture di perle e paillettes.
A Vivier – che arrivava da studi di scultura, presso l’Accademia delle belle Arti di Parigi – si devono alcune fondamentali invenzioni nel campo: fu lui a introdurre il mitico tacco a spillo, irrinunciabile arma di seduzione di massa, ma anche il tacco a virgola e l’intramontabile zeppa, simbolo del fashion-freak anni Settanta. Negli anni Cinquanta fu maestro al servizio di Dior, ai tempi massima espressione del glamour e dell’eleganza, finché, nel 1963, decise di lanciare il proprio marchio. Celebrato anche dal cinema, vestì i celebri piedini di attrici immortali, dalla conturbante Catherine Deneuve, che in Belle de jour portava le sue iconiche scarpette “pilgrim pump,” con fibbie squadrate di metallo, fino alla sexy Brigitte Bardot, fasciata dai suoi stivali con gambale alto, arditamente spinti oltre la linea del ginocchio.
Per ripercorrere la lunga carriera del maestro – scomparso nel 1998 – e ammirarne le favolose creazioni, il museo di Toronto raccoglie schizzi, disegni, collage, forme in legno e modelli originali, fatti arrivare dal Metropolitan Museum of Art di New York, dal Deutsch Ledermuseum di Offenbach e dalla collezione privata della Maison Roger Vivier. Gioielli da calzare, per donne che hanno attraversato la storia del fashion.

confesso che anche io ho le mie Pilgrim , mi sono state regalate 30 anni fa e ancora le porto ah ah a prte gli scherzi sono veramente comode!

Wassili Kandinsky o Der blaue Reiter

Wassili Kandinsky
russo 1866 – 1944

devo dire per correttezza che Kandinsky lo amo moltissimo e trovo i suoi pensieri sull’arte in generale da me convisibili, era anche il pittore preferito di mio padre ... II movimento Der blaue Reiter (II cavaliere azzurro) fondato da Wassili Kandinsky nel 1911, non è la seconda ondata (non fìgurativa), dell’Espressionismo nel quadro della cultura europea del tempo, ma va considerato in rapporto ed in contrasto al Cubismo, di cui riconosce l’azione rinnovatrice ma di cui contesta, come un limite a quell’azione stessa, il fondamento razionalistico, e, implicitamente, realistico
deve alla sua cultura orientale la spinta verso il rifiuto del razionalismo, in nome di un totale rinnovamento dell’arte in senso anticlassico, irrazionalistico, antinaturalistico. Per questo tutta la sua ricerca, la sua didattica, la sua attività artistico-promozionale (il Blaue Reiter e, più tardi, i corsi al Bauhaus) si impostano in posizione antitetica rispetto al Cubismo
al concetto di «forma e rappresentazione», Kandinsky contrappone quello di un’estetica fondata sul segno, egli crede alla forza simbolica dello spirito, che si manifesta in termini di lirismo intcriore, espressione della sensibilità immediata
dopo un primo periodo, a Monaco, legato ad una rappresentazione simbolica ispirata al folklore, all’arte popolare russa, e alla ispirazione musicale («Io cercavo» scriveva «di esprimere la musicalità della Russia mediante le linee e la distribuzione dei punti colorati»), arriverà, nel 1910, al suo primo Acquerello astratto nel quale, peraltro, non superava alcuni riferimenti di carattere naturalistico
la sua pittura, da allora, entrava sempre più in una fase musicale, è del 1911 il suo saggio «Dello Spirituale nell’arte», attraverso tre gruppi di opere che egli chiama Impressioni, Improvvisazioni, Composizioni, passerà da un riferimento naturalistico ad un tipo di pittura in cui le forme diventano cristalline, lucide, rendendo astratte anche le istanze mistico-simboliche
dopo il periodo del Blaue Reiter tornava in Russia, dove rimaneva fino al ’21, seguirà, a questi anni (durante i quali fu funzionario dell’amministrazione sovietica delle Belle Arti, e la sua produzione artistica fu molto rallentata), il periodo «freddo» del Bauhaus, quando aderirà definitivamente al Costruttivismo.
l’insegnamento al Bauhaus rappresentò per Kandinsky un lavoro enorme; prepara allora il suo noto testo «Punto, linea e superficie» nel quale difende la teoria della pittura, che, come quella della musica, ha lo scopo di «trovare la vita, rendere percettibile la sua pulsazione e fissare in quello che vive ciò che è conforme alla legge»….
egli analizza il punto, che è, allo stesso tempo, lo zero e il momento di intervallo tra il tacere e il parlare, e che, nella pittura, diviene elemento indipendente, se una forza esterna lo sposta sulla superficie, nasce la linea, retta se il punto è spinto da una sola forza, a zig zag o curva se due forze agiscono alternativamente, o allo stesso tempo.
la superfìcie, a sua volta, può essere mossa nello spazio, specialmente a mezzo del colore, l’ultimo periodo di lavoro di Kandinsky, a Parigi, rappresenta una sintesi straordinaria delle sue esperienze; sintesi di tecnica e intuizione, di irradiazione verso altre esperienze della sensibilità spirituale, in particolare verso la musica e verso il pensiero scientifico. Il colore, un colore splendente, sontuoso, simbolico, diventa allora protagonista assoluto.
da G.C.Argan:
“Kandinsky spiega che ogni forma ha un proprio, intrinseco contenuto: non un contenuto oggettivo o di conoscenza (come quello per cui si conosce e rappresenta lo spazio per mezzo di forme geometriche), ma un contenuto-forza, una capacità di agire come stimolo psicologico, un triangolo suscita moti spirituali diversi da un circolo: il primo da il senso di qualcosa che tende all’alto, il secondo di qualcosa di concluso, qualunque sia l’origine di questo, che potremmo chiamare il contenuto semantico delle forme, .l’artista si serve di esse come dei tasti di un pianoforte, toccando i quali «mette in vibrazione l’anima umana»”
ovviamente i colori sono forme come il triangolo o il circolo: il giallo ha un contenuto semantico diverso dall’azzurro. Il contenuto semantico di una forma muta secondo il colore a cui è congiunta (e reciprocamente), Kandinsky scrive:
«i colori pungenti risuonano meglio nella loro qualità quando sono dati in forme acute (per esempio il giallo in un triangolo); i colori profondi vengono rafforzati dal-le forme rotonde (per esempio l’azzurro dal cerchio)».
naturalmente non è detto che le qualità di un colore e di una forma debbano rafforzarsi l’una con l’altra, dice Kandisky: ” Il pittore può valersi delle scale discendenti come delle ascendenti,le possibilità combinatorie sono infinite e non soltanto una forma è significante perché ha, ma perché assume un significato, ma non diventa significante se non nella coscienza che la recepisce, allo stesso modo che una comunicazione non è tale se non viene ricevuta.”
per finire vi lascio ancora delle considerazioni di Argan , che a mio avviso ha meglio di tutti i critici, compreso e racconato questo straordinario pittore e pensatore e che devo dire mi trova quasi sempre in accordo con quanto wcrive:
G.C.Argan:
” lo spirituale per Kandisky non è affatto l’ «ideale» dei simbolisti: il simbolo è anch’esso una forma a cui corrisponde un significato dato, e va respinto, lo «spirituale» è il non-razionale; il non-razionale è la totalità dell’esistenza in cui la realtà psichica non è distinta dalla realtà fisica, il segno non preesiste come una lettera nella serie alfabetica èqualcosa che nasce dall’impulso profondo dell’artista e che dunque è inseparabile dal gesto che lo traccia
Nel primo periodo non-figurativo Kandinsky reagisce decisamente così alle ritmate cadenze lineari e cromatiche della Secessione come alla scomposizione analitica, secondo le coordinate geometriche, del Cubismo. Sembra rifarsi al primo stadio del grafismo infantile, alla fase che gli psicologi chiamano «degli scarabocchi»; è infatti proprio nell’ambito del Blaue Reiter che si radicalizza la diffusa esigenza del «primitivismo», identificato con la condizione di tabula rasa della prima infanzia. Evidentemente Kandinsky vuole riportarsi allo stadio iniziale di una pura intenzionalità o volontà espressiva, che non si appoggia ancora ad alcuna esperienza visiva e linguistica.

L’Arte è dunque la coscienza di qualcosa di cui non si può avere altrimenti coscienza: nessun dubbio che estenda l’esperienza che l’uomo ha della realtà e gli apra nuove possibilità e modalità di azione.
E di che cosa dà coscienza la coscienza che si realizza nell’operazione artistica?
Del fenomeno in quanto fenomeno. La coscienza «razionale» assume il fenomeno in quanto valore, ma nello stesso istante lo perde come fenomeno.
Lo scopo ultimo di Kandinsky è di portare alla coscienza il fenomeno come tale, di farlo accadere nella coscienza; e poiché il fenomeno è esistenza, ciò che si porta e si fa accadere nella coscienza è l’esistenza stessa.
Questa è la funzione insostituibile dell’arte.
E’ anche una funzione sociale. Se l’arte è comunicazione, e non v’è comunicazione se non vi sia un ricevente, una opera d’arte funziona soltanto in quanto colpisce una coscienza.

È un altro motivo di divergenza rispetto al Cubismo: un quadro cubista ha un funzionamento in sé, perfetto ed esemplare, è un modello di comportamento che lo spettatore può soltanto imitare mentalmente cercando di ripetere l’operazione «razionale» compiuta dall’artista sulla realtà.
Un quadro di Kandinsky è soltanto uno scarabocchio incomprensibile e insensato finché non venga a contatto con il tessuto vivo dell’esistenza del «fruitore» (è allora che si afferma il principio della fruizione e non della contemplazione dell’opera d’arte) e non gli comunichi il proprio impulso di moto: non è un modello, è uno stimolo”

Non è soltanto per il gusto della sperimentazione che Kandinsky, nel 1910, si libera da tutti gli apparati, i sistemi di rappresentazione di cui pure s’era servito nella precedente attività figurativa: è chiaro che vuoi mettersi nella condizione di chi non sa nulla degli espedienti e dei procedimenti dell’arte, non ne possiede il codice.
Il quadro non è una trasmissione di forme, ma una trasmissione di forze: è l’esistenza dell’artista che si collega direttamente con quella degli altri.

l’isola di Murter

un viaggio fatto tempo fa con un gruppo di amici, quando era possibile scegliere la meta delle vacanze e farle tutte senza problemi. viaggio in una parte di mare, incontaminato e non troppo esplorato, il mare che bagna la costa della Dalmazia
di fornte a quel tratto di costa si snodano le piu’ numerose e belle isole dell’Adriatico e Murter fa parte di queste meraviglie che comprendono anche le Kornati (o Incoronate) isole superbe e selvagge, meta di navigatori a vela sempre piu’ numerosi

preparandosi per andare a pesca, sott’acqua, era piu’ il tempo dei preparativi che quello che stavamo sott’acqua!!!, ahhahah ma era comunque divertente la “vestizione”, c’era persino chi in pieno luglio si metteva la muta intera, così tanto per darsi un contegno e il bello era che intorno non si vedeva nemmeno una mosca per cui sfoggiare la muta nuova!!!

questa foto ha sempre il potere di emozionarmi, io ero lì a due passi e gli parlavo…. non ridete… è vero… gli chiedevo di non scappare, di lasciarsi prendere dall’obiettivo e lui sempbrava capissse, se n’è andato solo dopo il clik

splendidi viaggiatori del mare sul nostro tetto a farci compagnia

i tramonti erano straordinari sul piccolo porticciolo, col sole che si nascondeva fra le barche..

Reginald Marsh o della vita newyorkese

Reginald Marsh
americano 1898 – 1954

Reginald Marsh è stato uno dei migliori pittori e cronisti americani della vita urbana negli anni ’30 e ’40.ì, è stato l’ispiratore del film “Chicago” di Rob Marshall edappartiene a quella generazione di giovani artisti americani che, sotto l’influenza dell’impressionismo< e dell’espressionismo (e più tardi dietro la frenesia del jazz), dopo la prima guerra mondiale concentrarono la loro attenzione sulla riproposizione realistica delle scene di vita urbana newyorkese. Marsh, però, si espresse con una marcia in più rispetto agli altri, perché il mondo del cinema e dello spettacolo e, in contrapposizione, quello dei poveri e degli emarginati, lo attraevano in modo particolare. Quella, allora, era l’essenza della vita sociale delle metropoli americane e Marsh l’aveva avvertita con nettezza. Quindi, l’artista finì per ficcarcisi letteralmente dentro per coglierne, con assoluta libertà ed una vena di socialismo, le atmosfere più sexy, torbide e crude, tramite una pennellata secca e graffiante che ancor oggi suscita emozioni forti e coinvolgenti. Nelle opere di Marsh, infatti, la Grande Mela – rappresentativa anche delle altre grandi città statunitensi – pullula di sguardi lascivi e inquietanti, di gonne alzate dal vento (sbalorditiva anticipazione della Marilyn Monroe di “Quando la moglie è in vacanza”), di balli sensuali (ripresi forse anche oggi da “Paolo Conte” nel brano “Boogie”), di reporter al lavoro, di nuguli di ragazze al botteghino del cinema e di loschi figuri, tali da reimmergerci ” tout court” nei colori, negli stili e perfino nei suoni del tempo!
Quindi, non c’è da stupirsi se il direttore della fotografia di “Chicago”, Dion Beebe, ha pubblicamente dichiarato che: ” I set erano tutti ispirati ai quadri di Reginald Marsh” e che ” Quel tipo di atmosfera tornava anche sul palcoscenico, con i corpi e gli arti dei ballerini così intrecciati tra loro, tanto che abbiamo cercato di catturare quel senso di erotismo in ogni inquadratura “.
Un’atmosfera che, a mio avviso, si avverte perfettamente nell’intera pellicola del regista/coreografo Rob Marshall, il quale, dopo la conferenza stampa del film tenutasi nel prestigioso St. Regis Grand Hotel di Roma, in esclusiva per Pitturae dintorni, ha dichiarato che: ” Reginald Marsh è uno straordinario pittore degli anni trenta che sosteneva le cause dei poveri. Perciò nelle sue opere c’è un senso della vita e del suo scorrere nelle anime più umili della città

nacque a Parigi nel 1898, in un appartamento sopra il Café du Dôme, dove si riunivano artisti e scrittori. Marsh era il secondo figlio nato dagli americani Alice Randall, che dipingeva miniature e Frederick Dana Marsh, che dipingeva murales.
La famiglia era benestante, grazie al successo dell’attività di confezionamento della carne del nonno paterno di Marsh.
Quando Marsh aveva due anni, la famiglia si trasferì in una colonia di artisti a Nutley, nel New Jersey. Dopo aver frequentato la Lawrenceville School, è andato a Yale, dove ha lavorato come illustratore per The Yale Record .
Dopo essersi laureato a Yale nel 1920, Marsh si trasferì a New York, sperando di trovare lavoro come illustratore.
Iniziò a prendere lezioni alla Art Students League nel 1921. Il suo insegnante era Ashcan Painter, John Sloan, che ispirò Marsh a dedicarsi alla pittura.
Nel 1922, Marsh fu assunto dal New York Daily News, dove gli fu assegnato il compito di disegnare artisti di vaudeville e burlesque per una rubrica regolare.
Nel 1923 Marsh sposò Betty Burroughs, che era la figlia del curatore di pittura al Metropolitan Museum of Art e lei stessa una scultrice. Divorziarono nel 1933 e nel 1934 sposò la sua seconda moglie, Felicia Meyer, una pittrice di paesaggi.
Marsh ha tenuto la sua prima mostra personale al Whitney Studio Club nel 1924.
Nel 1925, il New Yorker iniziò a pubblicare e Marsh divenne un collaboratore regolare della rivista dal 1925 al 1944.
Marsh tornò in Europa nel 1925. Era in una galleria di Parigi quando incontrò il pittore regionalista americano Thomas Hart Benton . L’influenza sia di Benton che dei maestri europei, come Tintoretto, è evidente nelle opere di Marsh.
Quando tornò a New York nel 1926, Marsh iniziò a prendere meno lavori commerciali e iniziò a fare dipinti più seri. Era affascinato dalla folla e dalla classe operaia di New York e catturava il brusio della vita cittadina. Non faceva parte della classe operaia, ma ne era un osservatore.
Marsh ha lavorato a tempera e ha anche disegnato, fotografato e inciso. La sua incisione Bread Line — No One Has Starved , sottolinea la gravità della Depressione. Il titolo si fa beffe di un’osservazione del presidente Hoover. L’acquaforte è nella collezione permanente del Met.
Alcuni dei più grandi lavori di Marsh furono realizzati durante il Public Works of Art Project di FDR, progettato per dare lavoro ad artisti e scrittori durante la Depressione. Sorting the Mail , realizzato nel 1936, è uno sguardo magistrale in un momento della giornata di un impiegato delle poste.
Reginald Marsh divenne uno degli insegnanti più influenti dell’Art Students League, dal 1935 al 1954. Ha contribuito a influenzare uno stile e un carattere dell’arte che è unicamente americano.
Le opere di Marsh si trovano nelle collezioni del Metropolitan Museum of Art, del Boca Raton Museum of Art, del Whitney Museum of American Art, del Vero Beach Museum of Art e di altri importanti musei e gallerie.
I suoi murales abbelliscono la dogana degli Stati Uniti a New York e l’ufficio postale degli Stati Uniti a Washington, DC
il 3 luglio 1954, Marsh subì un attacco di cuore e morì, all’età di 56 anni, nella sua casa di Dorset, nel Vermont.

immobile

quanto è immenso l’oceano
quanto è lontano l’orizzonte
quanto popolato è il cielo del tramonto
quanto tenero è quel sole
che non vuole addormentarsi
e prolunga e prolunga
la sua vita colorata, calda, preziosa
quanto vorrei farne parte
come frammento multicolore
trasportato da una brezza leggera

ma sono qui
ancorata alla terra
e sprofondo in essa
immobile
indifferente
stanca