l’amoroso gioco dei rimandi

vibra l’acqua alle tue carezze oh luna
quando lambisci l’orizzonte
in un sussultar di onde
l’amoroso gioco dei rimandi
infiamma cuori solitari
e languido è il guardare di occhi stanchi

d’eclissi non sarà più tempo
e la marea esonderà
nell’umida nascosta insenatura
a raccogliere il tesoro
di un plenilinio racchiuso dentro il mare

Wadi Mujib e fare canyoning in Giordania

Visitare il Wadi Mujib è un’esperienza a tutto tondo. Qualcosa da non perdere in occasione di un viaggio in Giordania, le attività possibili in zona sono molte e sempre in mezzo alla natura così selvaggia e apparentemente inospitale di questa zona della Giordania.
la mia zona preferita però rimane il canyoning fra le alte pareti di roccia,
Il Wadi Mujib nello specifico è un fiume, o wadi, che ha scavato nel corso del tempo una profonda gola e che si getta nel Mar Morto a 420 metri sotto il livello del mare.ì, Il punto si sbocco si trova nella parte centro-sud del Mar Morto, sul suo lato orientale.
fino ad oggi non ci sono mezzi pubblici che colleghino Amman al Mujib Adventure Center, e per visitare il Wadi Mujib sarà quindi necessario contrattare un passaggio in taxi da Amman a partire che costa circa 70 JOD (quasi 70 euro andat e ritorno per 5 persone) per 90 chilometri di strada oppure poter disporre di un’auto propria o a noleggio.
in auto da Madaba si imbocca la strada che conduce verso il Monte Nebo e quindi si segue per il Mar Morto. Costeggiando sulla destra il Mar Morto

per diversi chilometri si arriva infine al Mujib Bridge.

Il Wadi Mujib è parte della Riserva della Biosfera del Mujib, gestita dalla divisione ecoturismo, Wild Jordan, della RSCN (Royal Society for the Conservation of Nature).
questa riserva ha un’estensione di 212 chilometri quadrati e include un’ampia varietà di habitat, dalle colline fino al Mar Morto, da 700 a -400 metri sul livello del mare.
Nonostante possa sembrare una zona arida e inospitale, include ben sette wadi (corsi d’acqua) sempre attivi e una straordinaria varietà di fauna e flora.
Fra le specie presenti ci sono : il lupo siriano, la mangusta egiziana, la volpe di Blanford, il caracal, la iena striata, lo stambecco della Nubia, varie vipere e il cobra del deserto.
Vale la pena prendersi il tempo per esplorare questa zona praticando l’escursionismo, come ad esempio l’Ibex Trail, ma se non avete tanto tempo c’è un’attività alternativa molto divertente: il canyoning.
per fare questa attività bisogna avere almeno 18 anni, saper nuotare ed essere abbastanza in forma ah ah, e ci sono tre possibili itinerari :
1) (percorso più semplice di circa 2/3 ore) dal Visitor Center si risale il corso del fiume, all’ombra all’interno delle alti pareti del canyon fino alla base di una cascata alta 20 metri. In base alla stagione ci può essere più o meno acqua e al ritorno è possibile farsi trascinare dalla corrente per alcuni tratti.
2) (percorso di media difficoltà di circa 4 ore, non bisogna aver paura dell’altezza) dal Visitor Center attraverso le colline di roccia bianca si arriva a monte della cascata all’interno della gola. Dopo la discesa della cascata in corda doppia, si prosegue lungo il canyon seguendo la corrente per tornare al Visitor Center.
3) (percorso difficile di circa 7 ore, sempre senza paura dell’altezza) dal Visitor Center attraverso le colline di roccia Bianca si entra nel canyon risalendolo fino alla confluenza col Hidan River. Dopo il pranzo al sacco e una nuotata alle piscine naturali si effettua la discesa della cascata e si torna al Visitor Center.

Il vasto Wadi Mujib, definito orgogliosamente “il Grand Canyon della Giordania”, attraversa il paese dalla Strada del Deserto al Mar Morto Oltre che per la spettacolare bellezza, è importante per il significato storico: anticamente segnava infatti il confine tra il regno degli amoriti (a nord) e quello dei moabiti (a sud). Si ritiene inoltre che Mosè abbia attraversato a piedi il Wadi Mujib, allora noto come Valle di Arnon. La Strada dei Re attraversa le propaggini superiori del wadi, mentre quelle inferiori rientrano all’interno della Riserva della Biosfera del Wadi Mujib, che in genere si raggiunge passando per la Strada del Mar Morto.
La gola è profonda 1 km e larga 4 km, ma la strada che la attraversa, ovvero la Strada dei Re, si snoda per ben 18 km di tornanti per scendere lungo una parete del wadi, superare la DIGA che si trova in fondo e risalire dall’altra parte

Dal pittoresco paesaggio di olivi che si estende sull’altopiano sui due lati del wadi non si intuisce minimamente lo spettacolare squarcio che attraversa la regione.
Viaggiando in direzione sud, l’ultima cittadina da cui si passa prima di iniziare la discesa nel Wadi Mujib è Dhiban. In questa località, che un tempo era la potente capitale dell’impero fondato dal re Mesha nel IX secolo a.C., fu rinvenuta la Stele di Mesha. Dell’antico insediamento, però, non resta alcuna traccia, ed è difficile immaginare che questa cittadina anonima abbia un passato così illustre.

donna accucciata o dell’8 marzo

donna afghana in prigione a Kabul

io sono fra quelle donne che credono si debba ricordare l’8 marzo, semplicemente perchè per le donne ancora non è sempre tutto rose e fiori, ma la violenza sia fisica, sia piscologica che su di esse ancora non accenna a diminuire. a volte mi viene da chiedermi, ma questi uomini che usano la violenza come mezzo per comunicare non sono stati allevati da donne? noi come madri facciamo davvero di tutto perchè i nostri figli ci amino non solo come madri e ci rispettino non solo come madri, manche come donne! questo post è un reblog, era già stato pubblicato!

BUON 8 MARZO a tutti

donna accucciata
nel disamore di sempre,
nella inutile speranza
di un giorno chiaro
memoria di una primavera
vissuta negli occhi
di un bimbo allattato al seno

vola il desiderio
oltrepassando il limitare
del cielo e del mare

tocca con dita leggere
la linea sfuggente
di un improbabile approdo

mescolando passione
e ritrosia, dolore
e paura, sorrisi e frustate
di un cuore sfilacciato e stanco.

(a tornare saltellando
sulla spiaggia dell’alba
ancora vorrei)

riderai a spicchi di arance amare

è rimasto scalzo il mio piede arenato
nel fango ocra dei monasteri a Timbuctu

la scarpa di vernice nera caracolla lenta
fra le piaghe aperte di colline all’alba
sfiorate a mano dal freddo secco
dell’azoto liquido che percorre le tue vene
frantumate in cocci di vetro cristallino

riderai a spicchi di arance amare
maturate nel giardino antico
soffocando le molecole instabili
di una passione corrosa e mai esausta

/ la pioggia di cenere nel bagliore improvviso
laverà la terra mischiata a briciole di opale di fuoco/

Adrienne Rich,

“”C’è sempre qualcosa nella poesia che non sarà colto, che non può essere descritto, che sopravvive alla nostra ardente attenzione, alle nostre teorie critiche, alle nostre discussioni a notte fonda.” The Guardian, 18 novembre 2006

amo molto questa poetessa da tanti anni e in questi giorni l’editore Crocetti ha ristampato il suo libro “Cartogrfie del silenzio” dopo 20 anni dalla prima pubblicazione, vi lascio una sua emblematica poesia

Una conversazione inizia
con una menzogna. E chiunque
parli la cosiddetta lingua comune avverte
lo spaccarsi dell’iceberg, la deriva
come impotente, come contro
una forza della natura
Una poesia può iniziare
con una menzogna. Ed essere strappata.
Una conversazione segue altre leggi
si ricarica con la propria
falsa energia. Non può essere
strappata. Ci si infiltra nel sangue. Si ripete.
Con la sua punta irreversibile incide
l’isolamento che nega.

Da Cartografie del silenzio, Crocetti Editore (Milano, 2000), traduzione di Maria Luisa Vezzali

La leggo come un invito ad andare oltre le apparenze espresse dalla lingua comune, per cogliere quelle radici condivise nel bosco di uomini, sconosciute talvolta ma non aliene ai poeti, gli unici capaci di coglierle con un linguaggio che risponda ai requisiti di sincerità. Ricerca di queste origini è dunque ricerca di un linguaggio sempre più puro, distillato della verità dei rapporti umani ma anche acquisizione della coscienza di una diversità dei poeti rispetto alla società in cui capita di vivere, dominata da rapporti di potere spesso in rotta di collisione con la libertà di essere quello che si è e che impone, come nel suo caso, scelte dolorose ma necessarie.

partire è arrivare insieme

il silicio eccedente la soglia
inerte della battigia
a dorsale poggiata sul
limine del rosso arancio
di un tedioso tramonto

rovina in fragore nell’apogeo
incipriato di visi folti
di rughe arcaiche e cremisi
a pioggia d’estate allineate
in archetipi ondulati e migranti
in nebbie cineree, scomposte
allungate in strade di sudore

partire è arrivare insieme

Wassili Kandinsky o Der blaue Reiter

Wassili Kandinsky
russo 1866 – 1944

devo dire per correttezza che Kandinsky lo amo moltissimo e trovo i suoi pensieri sull’arte in generale da me convisibili, era anche il pittore preferito di mio padre ... II movimento Der blaue Reiter (II cavaliere azzurro) fondato da Wassili Kandinsky nel 1911, non è la seconda ondata (non fìgurativa), dell’Espressionismo nel quadro della cultura europea del tempo, ma va considerato in rapporto ed in contrasto al Cubismo, di cui riconosce l’azione rinnovatrice ma di cui contesta, come un limite a quell’azione stessa, il fondamento razionalistico, e, implicitamente, realistico
deve alla sua cultura orientale la spinta verso il rifiuto del razionalismo, in nome di un totale rinnovamento dell’arte in senso anticlassico, irrazionalistico, antinaturalistico. Per questo tutta la sua ricerca, la sua didattica, la sua attività artistico-promozionale (il Blaue Reiter e, più tardi, i corsi al Bauhaus) si impostano in posizione antitetica rispetto al Cubismo
al concetto di «forma e rappresentazione», Kandinsky contrappone quello di un’estetica fondata sul segno, egli crede alla forza simbolica dello spirito, che si manifesta in termini di lirismo intcriore, espressione della sensibilità immediata
dopo un primo periodo, a Monaco, legato ad una rappresentazione simbolica ispirata al folklore, all’arte popolare russa, e alla ispirazione musicale («Io cercavo» scriveva «di esprimere la musicalità della Russia mediante le linee e la distribuzione dei punti colorati»), arriverà, nel 1910, al suo primo Acquerello astratto nel quale, peraltro, non superava alcuni riferimenti di carattere naturalistico
la sua pittura, da allora, entrava sempre più in una fase musicale, è del 1911 il suo saggio «Dello Spirituale nell’arte», attraverso tre gruppi di opere che egli chiama Impressioni, Improvvisazioni, Composizioni, passerà da un riferimento naturalistico ad un tipo di pittura in cui le forme diventano cristalline, lucide, rendendo astratte anche le istanze mistico-simboliche
dopo il periodo del Blaue Reiter tornava in Russia, dove rimaneva fino al ’21, seguirà, a questi anni (durante i quali fu funzionario dell’amministrazione sovietica delle Belle Arti, e la sua produzione artistica fu molto rallentata), il periodo «freddo» del Bauhaus, quando aderirà definitivamente al Costruttivismo.
l’insegnamento al Bauhaus rappresentò per Kandinsky un lavoro enorme; prepara allora il suo noto testo «Punto, linea e superficie» nel quale difende la teoria della pittura, che, come quella della musica, ha lo scopo di «trovare la vita, rendere percettibile la sua pulsazione e fissare in quello che vive ciò che è conforme alla legge»….
egli analizza il punto, che è, allo stesso tempo, lo zero e il momento di intervallo tra il tacere e il parlare, e che, nella pittura, diviene elemento indipendente, se una forza esterna lo sposta sulla superficie, nasce la linea, retta se il punto è spinto da una sola forza, a zig zag o curva se due forze agiscono alternativamente, o allo stesso tempo.
la superfìcie, a sua volta, può essere mossa nello spazio, specialmente a mezzo del colore, l’ultimo periodo di lavoro di Kandinsky, a Parigi, rappresenta una sintesi straordinaria delle sue esperienze; sintesi di tecnica e intuizione, di irradiazione verso altre esperienze della sensibilità spirituale, in particolare verso la musica e verso il pensiero scientifico. Il colore, un colore splendente, sontuoso, simbolico, diventa allora protagonista assoluto.
da G.C.Argan:
“Kandinsky spiega che ogni forma ha un proprio, intrinseco contenuto: non un contenuto oggettivo o di conoscenza (come quello per cui si conosce e rappresenta lo spazio per mezzo di forme geometriche), ma un contenuto-forza, una capacità di agire come stimolo psicologico, un triangolo suscita moti spirituali diversi da un circolo: il primo da il senso di qualcosa che tende all’alto, il secondo di qualcosa di concluso, qualunque sia l’origine di questo, che potremmo chiamare il contenuto semantico delle forme, .l’artista si serve di esse come dei tasti di un pianoforte, toccando i quali «mette in vibrazione l’anima umana»”
ovviamente i colori sono forme come il triangolo o il circolo: il giallo ha un contenuto semantico diverso dall’azzurro. Il contenuto semantico di una forma muta secondo il colore a cui è congiunta (e reciprocamente), Kandinsky scrive:
«i colori pungenti risuonano meglio nella loro qualità quando sono dati in forme acute (per esempio il giallo in un triangolo); i colori profondi vengono rafforzati dal-le forme rotonde (per esempio l’azzurro dal cerchio)».
naturalmente non è detto che le qualità di un colore e di una forma debbano rafforzarsi l’una con l’altra, dice Kandisky: ” Il pittore può valersi delle scale discendenti come delle ascendenti,le possibilità combinatorie sono infinite e non soltanto una forma è significante perché ha, ma perché assume un significato, ma non diventa significante se non nella coscienza che la recepisce, allo stesso modo che una comunicazione non è tale se non viene ricevuta.”
per finire vi lascio ancora delle considerazioni di Argan , che a mio avviso ha meglio di tutti i critici, compreso e racconato questo straordinario pittore e pensatore e che devo dire mi trova quasi sempre in accordo con quanto wcrive:
G.C.Argan:
” lo spirituale per Kandisky non è affatto l’ «ideale» dei simbolisti: il simbolo è anch’esso una forma a cui corrisponde un significato dato, e va respinto, lo «spirituale» è il non-razionale; il non-razionale è la totalità dell’esistenza in cui la realtà psichica non è distinta dalla realtà fisica, il segno non preesiste come una lettera nella serie alfabetica èqualcosa che nasce dall’impulso profondo dell’artista e che dunque è inseparabile dal gesto che lo traccia
Nel primo periodo non-figurativo Kandinsky reagisce decisamente così alle ritmate cadenze lineari e cromatiche della Secessione come alla scomposizione analitica, secondo le coordinate geometriche, del Cubismo. Sembra rifarsi al primo stadio del grafismo infantile, alla fase che gli psicologi chiamano «degli scarabocchi»; è infatti proprio nell’ambito del Blaue Reiter che si radicalizza la diffusa esigenza del «primitivismo», identificato con la condizione di tabula rasa della prima infanzia. Evidentemente Kandinsky vuole riportarsi allo stadio iniziale di una pura intenzionalità o volontà espressiva, che non si appoggia ancora ad alcuna esperienza visiva e linguistica.

L’Arte è dunque la coscienza di qualcosa di cui non si può avere altrimenti coscienza: nessun dubbio che estenda l’esperienza che l’uomo ha della realtà e gli apra nuove possibilità e modalità di azione.
E di che cosa dà coscienza la coscienza che si realizza nell’operazione artistica?
Del fenomeno in quanto fenomeno. La coscienza «razionale» assume il fenomeno in quanto valore, ma nello stesso istante lo perde come fenomeno.
Lo scopo ultimo di Kandinsky è di portare alla coscienza il fenomeno come tale, di farlo accadere nella coscienza; e poiché il fenomeno è esistenza, ciò che si porta e si fa accadere nella coscienza è l’esistenza stessa.
Questa è la funzione insostituibile dell’arte.
E’ anche una funzione sociale. Se l’arte è comunicazione, e non v’è comunicazione se non vi sia un ricevente, una opera d’arte funziona soltanto in quanto colpisce una coscienza.

È un altro motivo di divergenza rispetto al Cubismo: un quadro cubista ha un funzionamento in sé, perfetto ed esemplare, è un modello di comportamento che lo spettatore può soltanto imitare mentalmente cercando di ripetere l’operazione «razionale» compiuta dall’artista sulla realtà.
Un quadro di Kandinsky è soltanto uno scarabocchio incomprensibile e insensato finché non venga a contatto con il tessuto vivo dell’esistenza del «fruitore» (è allora che si afferma il principio della fruizione e non della contemplazione dell’opera d’arte) e non gli comunichi il proprio impulso di moto: non è un modello, è uno stimolo”

Non è soltanto per il gusto della sperimentazione che Kandinsky, nel 1910, si libera da tutti gli apparati, i sistemi di rappresentazione di cui pure s’era servito nella precedente attività figurativa: è chiaro che vuoi mettersi nella condizione di chi non sa nulla degli espedienti e dei procedimenti dell’arte, non ne possiede il codice.
Il quadro non è una trasmissione di forme, ma una trasmissione di forze: è l’esistenza dell’artista che si collega direttamente con quella degli altri.

Reginald Marsh o della vita newyorkese

Reginald Marsh
americano 1898 – 1954

Reginald Marsh è stato uno dei migliori pittori e cronisti americani della vita urbana negli anni ’30 e ’40.ì, è stato l’ispiratore del film “Chicago” di Rob Marshall edappartiene a quella generazione di giovani artisti americani che, sotto l’influenza dell’impressionismo< e dell’espressionismo (e più tardi dietro la frenesia del jazz), dopo la prima guerra mondiale concentrarono la loro attenzione sulla riproposizione realistica delle scene di vita urbana newyorkese. Marsh, però, si espresse con una marcia in più rispetto agli altri, perché il mondo del cinema e dello spettacolo e, in contrapposizione, quello dei poveri e degli emarginati, lo attraevano in modo particolare. Quella, allora, era l’essenza della vita sociale delle metropoli americane e Marsh l’aveva avvertita con nettezza. Quindi, l’artista finì per ficcarcisi letteralmente dentro per coglierne, con assoluta libertà ed una vena di socialismo, le atmosfere più sexy, torbide e crude, tramite una pennellata secca e graffiante che ancor oggi suscita emozioni forti e coinvolgenti. Nelle opere di Marsh, infatti, la Grande Mela – rappresentativa anche delle altre grandi città statunitensi – pullula di sguardi lascivi e inquietanti, di gonne alzate dal vento (sbalorditiva anticipazione della Marilyn Monroe di “Quando la moglie è in vacanza”), di balli sensuali (ripresi forse anche oggi da “Paolo Conte” nel brano “Boogie”), di reporter al lavoro, di nuguli di ragazze al botteghino del cinema e di loschi figuri, tali da reimmergerci ” tout court” nei colori, negli stili e perfino nei suoni del tempo!
Quindi, non c’è da stupirsi se il direttore della fotografia di “Chicago”, Dion Beebe, ha pubblicamente dichiarato che: ” I set erano tutti ispirati ai quadri di Reginald Marsh” e che ” Quel tipo di atmosfera tornava anche sul palcoscenico, con i corpi e gli arti dei ballerini così intrecciati tra loro, tanto che abbiamo cercato di catturare quel senso di erotismo in ogni inquadratura “.
Un’atmosfera che, a mio avviso, si avverte perfettamente nell’intera pellicola del regista/coreografo Rob Marshall, il quale, dopo la conferenza stampa del film tenutasi nel prestigioso St. Regis Grand Hotel di Roma, in esclusiva per Pitturae dintorni, ha dichiarato che: ” Reginald Marsh è uno straordinario pittore degli anni trenta che sosteneva le cause dei poveri. Perciò nelle sue opere c’è un senso della vita e del suo scorrere nelle anime più umili della città

nacque a Parigi nel 1898, in un appartamento sopra il Café du Dôme, dove si riunivano artisti e scrittori. Marsh era il secondo figlio nato dagli americani Alice Randall, che dipingeva miniature e Frederick Dana Marsh, che dipingeva murales.
La famiglia era benestante, grazie al successo dell’attività di confezionamento della carne del nonno paterno di Marsh.
Quando Marsh aveva due anni, la famiglia si trasferì in una colonia di artisti a Nutley, nel New Jersey. Dopo aver frequentato la Lawrenceville School, è andato a Yale, dove ha lavorato come illustratore per The Yale Record .
Dopo essersi laureato a Yale nel 1920, Marsh si trasferì a New York, sperando di trovare lavoro come illustratore.
Iniziò a prendere lezioni alla Art Students League nel 1921. Il suo insegnante era Ashcan Painter, John Sloan, che ispirò Marsh a dedicarsi alla pittura.
Nel 1922, Marsh fu assunto dal New York Daily News, dove gli fu assegnato il compito di disegnare artisti di vaudeville e burlesque per una rubrica regolare.
Nel 1923 Marsh sposò Betty Burroughs, che era la figlia del curatore di pittura al Metropolitan Museum of Art e lei stessa una scultrice. Divorziarono nel 1933 e nel 1934 sposò la sua seconda moglie, Felicia Meyer, una pittrice di paesaggi.
Marsh ha tenuto la sua prima mostra personale al Whitney Studio Club nel 1924.
Nel 1925, il New Yorker iniziò a pubblicare e Marsh divenne un collaboratore regolare della rivista dal 1925 al 1944.
Marsh tornò in Europa nel 1925. Era in una galleria di Parigi quando incontrò il pittore regionalista americano Thomas Hart Benton . L’influenza sia di Benton che dei maestri europei, come Tintoretto, è evidente nelle opere di Marsh.
Quando tornò a New York nel 1926, Marsh iniziò a prendere meno lavori commerciali e iniziò a fare dipinti più seri. Era affascinato dalla folla e dalla classe operaia di New York e catturava il brusio della vita cittadina. Non faceva parte della classe operaia, ma ne era un osservatore.
Marsh ha lavorato a tempera e ha anche disegnato, fotografato e inciso. La sua incisione Bread Line — No One Has Starved , sottolinea la gravità della Depressione. Il titolo si fa beffe di un’osservazione del presidente Hoover. L’acquaforte è nella collezione permanente del Met.
Alcuni dei più grandi lavori di Marsh furono realizzati durante il Public Works of Art Project di FDR, progettato per dare lavoro ad artisti e scrittori durante la Depressione. Sorting the Mail , realizzato nel 1936, è uno sguardo magistrale in un momento della giornata di un impiegato delle poste.
Reginald Marsh divenne uno degli insegnanti più influenti dell’Art Students League, dal 1935 al 1954. Ha contribuito a influenzare uno stile e un carattere dell’arte che è unicamente americano.
Le opere di Marsh si trovano nelle collezioni del Metropolitan Museum of Art, del Boca Raton Museum of Art, del Whitney Museum of American Art, del Vero Beach Museum of Art e di altri importanti musei e gallerie.
I suoi murales abbelliscono la dogana degli Stati Uniti a New York e l’ufficio postale degli Stati Uniti a Washington, DC
il 3 luglio 1954, Marsh subì un attacco di cuore e morì, all’età di 56 anni, nella sua casa di Dorset, nel Vermont.