non privarti degli incontri

leggevo dei versi il cui titolo è “non va”, e si riferivano al periodo attuale e sì è un periodo in cui sento che qualcosa non va intorno a me , mi sento estranea ad un mondo che credevo mio e in questi momenti come mi capita da un po’ a questa parte ripenso ad alcune parole di mio padre che ho corservate sempre nella mente e nel cuore e che mi aiutano a ripescarmi in questo oceano confuso strapieno d’ alghe:

“”” non giudicare mai, il giudizio appartiene all’arroganza e all’ignoranza, cerca di conoscere se puoi, altrimenti ascolta, ascolta con gli occhi con le mani, con le orecchie, annusa i visi che incontri e regalati la loro compagnia. ti ricordi il viaggio a tangeri? eri spaventata e avevi paura del profumo speziato delle zagare e dei gelsomini e cercavi di chiudere il naso per non sentire, e poi hai scoperto che le zagare sono fiori bellissimi e i gelsomini hanno invaso la tua casa nuova. non privarti degli incontri, dell’inaspettato, del non conosciuto, non privarti della curiosità della mente …””

io credo in tutto questo, è diventato parte del mio modo di essere e al quale non posso rinunciare, credo di non potermi privare di conoscere chi è altro da me e di farmi conoscere, mi piace stringere la mano alle persone, sempre, ma qualcosa non va, avverto insofferenza verso l’altro da te, come se dovessimo metterci la corazza e combattere, cacciare il diverso dal “nostro” mondo

8 dicembre 1982

Abu Saher, seduto sotto l’ulivo guardava lontano verso la valle di Emmà, il bastone fra le mani , la vecchia kefia bianca e nera arrotolata intorno al collo ad allentare il freddo di quel terso mattino.
Erano passati vent’anni da quell’8 dicembre in cui aveva salutato Yaacov, che lasciava la Giordania per la nuova terra di Israele, stringendogli la mano sotto l’ulivo che insieme avevano piantato il giorno in cui era nato il loro primo figlio, ma era come non si fossero mai allontanati da quel luogo consacrato ai loro affetti.
Abu Saher aveva ricevuto un telegramma sei giorni prima : – Yacoov, grave, ricoverato ospedale Telaviv.-, ma gli era stato impedito di oltrepassare il confine, le autorità israeliane non avevano dato il permesso, e non aveva potuto stringere un’ultima volta la mano dell’amico che ora se n’era andato per sempre.
Il suo viso rugoso si contrasse e lacrime dolorose riempirono i suoi occhi stanchi.
Si avvicinò all’ulivo ancora giovane e legò intorno al tronco la sua Kefia, e depositò vicino alle radici il suo bastone, lasciò in quel luogo il suo dolore per l’amico che non aveva potuto salutare prima del suo ultimo viaggio.
Abu Saher abbandonò per sempre quel luogo in un sereno mattino di 10 anni dopo e ancora oggi si vede la kefia , ormai logora e sfilacciata legata al tronco e si sentono le voci scherzose dei nipoti di Abu Saher e di Yacoov che felici si ritrovano insieme attorno all’ulivo ogni 8 dicembre.

ad Oriente

Matilde si alzò presto quel 25 dicembre del 1987, aveva dormito male e non ricordava il sogno che l’aveva svegliata in un bagno di sudore.
Fece le cose di tutte le mattine e diede uno sguardo amorevole al pulcino che dormiva ancora saporitamente.
Un cielo terso di un azzurro fin troppo brillante le fece chiudere gli occhi come a riparasi da quella luce troppo forte, in italia non aveva mai visto giorni così il 25 dicembre.
Scese le scale e Om Fayez era seduta sulla poltrona vicino alla finestra e guardava lontano persa nei suoi sogni imprigionati nella cella dell’alzheimer, le passò una mano sui capelli e il viso della donna sembrò quasi sorridere, ma fu un lampo che fuggi veloce.
Si ricordò i Natali a casa sua, quelli dell’infanzia sempre in luoghi diversi, tradizioni diverse e sempre il non desiderio di buttarsi per le strade affollate e comprare qualsiasi cosa.
Qui questo rito le era risparmiato, ad Amman non c’era segno del Natale, non c’erano alberi addobbati nelle piazze e neppure luminarie ad abbellire le strade e per una frazione di secondo le parve che le mancasse qualcosa.
La bimba lanciò il suo strillo del buon risveglio e Matilde fu fagocitata dalle cose da fare, la colazione, il bagnetto, la favola per farla mangiare e cominciò a darsi da fare come per fare arrivare presto la sera.
Abu Fayez tornò dal lavoro tardi quel pomeriggio erano le sette passate e teneva in mano un pacchetto tutto colorato, chiuso con un fiocco color dell’oro, si avvicinò a lei e — – –Buon Natale a te, in fondo alla strada c’è la chiesa dei Padri Bianchi, ho chiesto e a mezzanotte celebrano la messa di Natale.–
Matilde rimase a bocca aperta, Abu Fayez , musulmano, che era andato a chiedere ai Padri Bianchi della messa di Natale per lei che nemmeno era credente!
Un groppo alla gola le impedì di ringraziare, mentre gli occhi diventavano umidi, e un sorriso grato apparve sul suo viso e improvvisamente si accorse che anche quella era davvero la sua casa, il luogo dove avrebbe potuto crescere sua figlia liberamente.

sei tu lama dell’odio

la polvere che copre Manhattan, come quella che copre i campi di Ramallah è la stessa polvere, lo stesso sfacelo, la stessa distruzione.
l’odio si sparge come la polvere, basta un piccolo soffio di vento e si alza, ci entra negli occhi e nel cuore, ci acceca, ci rende duri come pietre.
l’odio viene da lontano, da molto lontano e piu’ il tempo scorre, piu’ diventa indomabile, ha una sua forza intrinseca profonda a volte allettante.
spesso viene coltivato con cura, c’è chi lo nasconde con arte e chi non sa trattenerlo, ma lui è lì, pronto a cogliere anche una piccola brezza.
l’odio serve ai costruttori di guerre, serve alle armi, serve ai folli, serve agli animi disillusi, per trovare qualcosa contro cui sfogare la propria rabbia repressa.

serve ai poteri per conservarsi, serve a chi potere non ha, per illudersi di averlo.
l’odio ha bisogno di mostri per propagarsi, per non morire, per continuare la sua folle corsa verso la distruzione.
l’odio serve ai poveri per illudersi di essere ricchi, serve ai ricchi per conservare la propria ricchezza.
ma l’odio potrebbe morire se non trovasse piu’ il vento che l’alimenta, che lo fa vibrare nell’aria.
spesso sogno notti senza vento, dove appare al sorgere del sole un chiarore, che prende forma piano piano, che sembra voler invadere tutto il mio
orizzonte.
la pace dei cuori e delle menti nel mio sogno è quel chiarore, che stenta a diventare alba, ma forse ce la farà.

i sogni, i sentimenti, l’amore, l’amicizia, il rispetto tra le persone potrebbero rendere quel chiarore luce abbagliante.
ma il sogno finisce e ritorna il vento
ma poi verrà un altra notte e potrò sognare di nuovo

un’ombra mi segue
trattengo il respiro
e i miei occhi dietro di me
corro veloce
mi raggiunge
mi pugnala
mi cola sangue
dal petto
sei tu lama dell’odio

che mi ha ferito a morte!
io sono il mio nemico
ti ho ascoltato
cullato amato
e mi hai tolto la mia libertà!

memories: Leonard Cohen

ho conosciuto fisicamente e musicalmente Leonard Cohen moltissimi anni fa , a Milano in un piccolo locale dove si esibiva, quasi sconosciuto, per la prima volta in Italia. ero con amici che lo conoscevano e che hanno molti insistito per farmi andare con loro e hanno fatto bene! è stato amore a prima vista! la voce bassa rauca. ma che poi si estendeva dolce e le parole dei suoi testi poesia pura! era quello che mi piace dire un poeta dell’anima e lo evidenziava nella suamusica! ho faticato parecchio a trovare dei suoi dichi qui, li ho cercati un po’ in giro e ora conservo i suoi vinile come gioielli preziosi

prima di essere un cantautore era un opoeta, era nato il 21 settembre del 1934 e nel 1954 pubblica le sue prime poesie sulla rivista  CIV/n. , CIV/n era il modo in cui Ezra Pound abbreviava la parola “civilisation” ed era la rivista della scuola poetica di Montreal, curata da Louis Dudek e sua moglie. nel frattempo dopo aver comprato una chitarra e cominciato a suonarla forma  assieme a Terry Devis e Mike Doddman, il gruppo country Buckskin Boys, con cui andrà a suonare in giro per matrimoni e raggranellare così qualche soldino, tuttavia la morte precoce del padre aveva lasciato una piccola fortuna a Leonard, che pertanto non aveva alcun bisogno immediato di denaro.

nel 1955 Vince il Chester MacNaghten Prize con The Sparrows e Thoughts of a Landsman, una raccolta di 5 poesie che verranno pubblicate in molte riviste letterarie e sempre nello stesso anno vince il Peterson Memorial Prize per la letteratura e si laurea in materie letterarie con una votazione altissima

pubblicò un primo album di reading nel 1957. Si trasferì nei primi anni Sessanta in un’isola greca, Hydra, divenuta in quegli anni un rifugio di artisti. Qui scrisse altre poesie e romanzi.

Il vero amore non lascia tracce

Se tu e io siamo una cosa sola
Si perde nei nostri abbracci
Come stelle contro il sole
Come una foglia cadente può restare

E molte notti resistono
Senza una luna, senza una stella
Così resisteremo noi
Quando uno dei due sarà via, lontano.

Il suo primo album da cantautore fu Songs of Leonard Cohen del 1967. Già da questo disco l’artista canadese mostrò la sua propensione al misticismo e alla malinconia, che diverrà il suo marchi di fabbrica in carriera.

E mi manchi tantissimo.
non c’è nessuno in vista.
e stiamo ancora facendo l’amore
nella mia vita segreta

A nessuno importa se la gente vive o muore.
e il commerciante vuol farti pensare
che è tutto o bianco o nero
grazie a dio non è così semplice
nella mia vita segreta.


Il secondo album, Songs from a Room, uscì nel 1969 e arrivò a n discreto successo, grazie anche a brani come Nancy:
Songs of Love and Hate, il suo terzo disco, fu ritenuto da tutti uno dei migliori di quegli anni e lo consacrò come uno dei cantautori più importanti a livello mondiale. Fu l’inizio di una carriera straordinaria, che raggiunse forse il suo apice con il disco del 1984 Various Positions, album folk rock che conteneva la canzone che rimane ancora oggi il suo marchio di fabbrica: Hallelujah.
Seguirono anni di altri grandissimi successi e album d’autore che lo confermarono come uno degli più grandi poeti della canzone mondiale, l’equivalente di ciò che è stato Fabrizio De André da noi
Il suo ultimo album fu You Want It Darker, pubblicato nel 2016. Dopo poche settimane dalla pubblicazione, morì in seguito a una caduta nella sua casa di Los Angeles. Era il 7 novembre 2016. La notizia del suo decesso venne resa nota solo tre giorni più tardi, il 10 novembre.
Leonard Cohen ha avuto una lunga storia d’amore con l’attrice Rebecca De Mornay. I suoi due figli, Adam (che ha seguito le sue orme) e Lorca, sono nati però da una relazione con l’artista Suzanne Elrod. L’altro grande amore della sua vita è stata la norvegese Marianne Ihlen, musa di molte sue canzoni. Morì pochi mesi prima di lui.


Pur essendosi avvicinato al buddhismo, è però sempre rimasto fedele alla religione ebraica.
Ebbe un rapporto occasionale con Janis Joplin.
Nelle sue canzoni ha toccato spesso argomenti come l’amore, il sesso, la religione e la depressione. la malinconia e anche argomenti sociali.
È stato insignito del titolo di Companion dell’Ordine del Canada, la più alta onoreficenza civile del paese nordamericano.
In Italia alcune sue canzoni sono state tradotte da Fabrizio De André, Claudio Daiano e Francesco De Gregori

questa è la mia preferita in assoluto!!
traduzione e cover della Suzanne di Cohen

memories: a volte il vento gira…

dicembre 2020

giornata oggi non piacevole, anche se con un sole freddo e un cielo limpido

a volte quando credi che tutto vada per il meglio ti capitano giornate come questa, dove tutto va storto dal mattino quando esci con la macchina e ti tamponano (poco, ma ti tamponano), scendi ti incazzi perchè hai fretta, nemmen tanto per i danni, ma perchè hai proprio una fretta del diavolo e quello che non ti ha visto ferma al semaforo che vuole pure aver ragione e urla e sbraita , allora l’inazzatura comincia a salire, poi ti calmi prendi i dati e lo mandi a quel paese, ma hai perso almeno 40 minuti

arrivi all’appuntamento aspettato da tre mesi in ritardo e trovi che ti hanno cancellato, allora cominci a pensare che devi ricominciare ad incazzarti, vai a far valere le tue ragioni, ma niente da fare, fanno uno strappo alla regola e posso tornare domani

esci e dovresti tornare da lui che ancora non sta bene che ti aspetta, ma dici :

-cavolo, mi prendo un caffè con una pasta in centro e guardo le vetrine, me lo merito!-

vai in centro e non sai dove mettere la macchina, la lasci in viale Solferino e ti fai a piedi Via Farini, e finalmente ti siedi all’aperto , guardi il passeggio e sorseggi il caffè

poi presa dai sensi di colpa torni veloce a fare un salto a casa

suona il telefono, la Tim:

-Signora se non paga subito la bolletta fra tre giorni le tagliamo la linea!-

-Mi scusi, ma io pago tramite la banca!!-

-Non risultano pagamenti per l’ultima bolletta-

telefoni alla banca, ti incazzi come una iena, si scusano per la svista, penseranno loro a riparare al danno

a questo punto vai da lui e resti lì fino ad ora e pensi che sììì oggi non è stata una bella giornata … o forse sìì, in fondo sei ancora viva, lui sta meglio, la riparazione alla macchina te la paga l’assicurazione, alla Tim ci pensa la banca…. sìì in fondo c’è di peggio!!!

Come cielo d’Irlanda

Stranissimo pomeriggio, di quelli che ricordi, che ti prendono dentro, che vorresti fosse finito prima ancora di essere cominciato.
Mi ricorda i pomeriggi di aprile in Irlanda, un cielo cupo, nuvoloni all’orizzonte e onde alte che si infrangono contro i massi del molo vecchio di Dublino, la pioggia che ti bagna fin nelle ossa e poi
All’improvviso il cielo si apre e comincia ad intravedersi un piccolo pallido sole, un vento leggero si alza, diventa forte, importante e spazza in un attimo le nuvole, lasciandoti attonita e felice davanti ad un azzurro limpido, terso, restano solo gli spruzzi delle onde che bagnano la tua giacca e i tuoi capelli.
Ecco il pomeriggio di oggi è cominciato con nuvoloni densi e pioggia che mi hanno costretto a indossare l’impermeabile, non mi piace molto indossare l’impermeabile, è vero mi ripara dalla pioggia, ma mi rende goffa, maldestra, ma poi si è alzato il vento, anzi forti venti liberatori, dai nomi esotici, i nomi degli affetti, degli amici e le nuvole se ne sono andate, il cielo è tornato limpido e finalmente ho potuto togliere l’impermeabile.
Se potessi correrei con loro a piedi scalzi nei campi di erica resi magici dalla pioggia appena passata.

(ieri o forse domani)

la vita ti rincorre

anno ……………, un anno davvero complicato

la vita ti rincorre, ti segue, ti spinge, ti affanna e tu vorresti che a volte si fermasse, o passasse piu’ in fretta o ti allontanasse da quello che non vuoi vedere, che non vuoi sentire, che non puoi non vedere…
la vita “è una brutta bestia” diceva la nonna, “ma se l’accarezzi, puoi farla diventare mansueta”
ho nelle orecchie queste parole, mentre nel cuore ho dolore e sbigottimento, e vorrei oggi potere accarezzare la vita, perchè diventasse mansueta, perchè mi regalasse un sorriso, un gesto, che mi riconcigliasse con lei
a volte urlare il dolore serve anche a questo.. e rimanere in silenzio serve anche a questo e ricordarsi che ho le bollette da pagare, che ho la macchina che non parte e che vorrei essere dove non sono, serve. serve, serve …
perchè la vita è una brutta bestia, che può divenatre mansueta se noi lo vogliamo.

Sono solo dita (dopo tutto)

Etichette sbiadite e
cuori cuciti a maniche
di ricordi aggrappati alle spalle
come facce allo specchio

e ancora chilometri di distanza
a toccarci le mani
a non accarezzare
fiocchi di neve nei capelli

occhi stanchi per vedere sotto un velo
in linea retta a tre metri dall’infinito
Lunghe dita ricevono comandi poco chiari
dalla mente velata da occhiali appannati

Non sanno
Non ricordano
Sono solo dita
(dopo tutto)

Rebus Sic Stantibus

Timeo Danaos et dona ferentes

4000 Wu Otto

Drink the fuel!

quartopianosenzascensore

Dura tenersi gli amici, oggigiorno...

endorsum

X e il valore dell'incognita

Cucinando poesie

Per come fai il pane so qualcosa di te, per come non lo fai so molto di più. (Nahuél Ceró)

Nonsolocinema

Parliamo di emozioni

Solorecensioni

... ma senza prendersi troppo sul serio

Parola di Scrib

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