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ho sempre avuto un sogno

ho sempre avuto un sogno, una favola che mi racconto, quando il vorticare della vita mi prende e mi rende confusa
In Giordania verso il nord (la zona di Irbid, verso il Golan), esiste una terra chiamata Dogara, un paesaggio molto particolare a tratti deserto di pietre tratti distese di ulivi e tin (alberi di fichi), riassume in sè tutte le anomalie di quella splendida terra
a Dogara vivono da sempre o per lo meno da quando hanno rinunciato al nomadismo una tribu’ di Bedu, ancora con le tende nere grandi, che contengono tutta la famiglia, ci sono le pecore e i cavalli (unico mezzo di trasporto), niente luce. e come miracolo della natura esiste una fonte sorgiva di acqua, che quelli di città hanno tentato in tutti i modi di trasformare in una fabbrica di acqua minerale senza riuscirci per una legge molto particolare per la quale il territorio occupato dai Bedu è loro fin quando lo abitano
I giovani della tribu’, frequentano la scuola e anche l’università, allontanandosi per anni dalla loro tribu’, e poi tornano, difficile resistere alla magia di quel luogo
Incontrai per puro caso questo spazio 38 anni fa e ci ritorno quando il progresso, il dolore mi tolgono il respiro, mi soffocano, mangio tin colti al momento, bevo una incredibile acqua fresca e un tè con un sapore leggermente amaro di el, e ascolto i vecchi che cantano le gesta degli antichi cavalieri accompagnandosi con il rababa
non si avverte il passare del tempo, nemmeno io che a casa sono sempre presa dall’ansia del fare. tutto quello che ti circonda acquista un valore grande, il profumo del gelsomino all’alba, il volare delle mosche, il suono del silenzio, e senti il tuo silenzio e lo vivi fino in fondo
fare il pane, lavare i panni alla sorgente diventano piaceri, quasi avessero dentro una loro armonica leggerezza, guardare i bambini giocare con le pietruzze colorate (chi ricorda il gioco delle biglie?), le loro grida, le loro risate sono in armonia col tutto
all’improvviso sento il bisogno di andarmene, gli affetti lontani, il lavoro, il progresso, la mia musica, la poesia, diventano ugenze, devo andare. ma poi ritorno e riparto e mi chiedo se il mio partire sia la paura del voler rimanere per sempre.
ho fatto un patto con mia figlia, quando verrà la mia ora di lasciarla per sempre, vorrei trovare riposo sotto un albero di tin, forse sarò in pace con la mia voglia dell’Occidene e dell’Oriente e il desiderio di ritorno ad una vita semplice avranno smesso di combattersi fra loro

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Thomas Moran o dei paesaggi della “luna”

Thomas Moran
1837-1926

pittore di discendenza irlandese, nato nel Lancashire è poi a arrivato a Filadelfia
diversamente dagli  altri pittori della “American Hudson River School”, questo figlio di poveri emigranti era completamente autodidatta, cominciò come incisore ed aprì “una bottega” di incisione coi suoi due fratelli
ma il suo cuore era nella pittura, in particolare nella pittura romantica, una delle sue più prime tele prese il suo titolo dall’Alastor o The Spirit of Solitude (1815) di Shelley dove si racconta del giovane poeta puro che insegue i passi più segreti della Natura
il panorama immaginario di Shelley predice la realtà dell’Yellowstone che Moran dipingerà in seguito e Moran cerca nei suoi paesaggi il sublime, l’insolito, ed il pittoresco, i panorami propri del prototipo Romantico
solamente un grande scenario, egli pensava, potrebbe produrre un grande quadro, Lui trovò tali scenari nell’Ovest
Moran razionalizzò la sua mancanza di tecnica e di scuola con la credenza che l’arte non era “insegnabile” , “Non si può insegnare ad un artista come dipingere” diceva “Io pensavo che fosse insegnabile, ma poi sono arrivato a sentire che c’è un’abilità del vedere la natura che è all’interno dell’uomo, ed è inutile provare ad insegnare questa abilità..”
tuttavia l’esempio di due pittori l’ossessionò: Claude Lorrain e Turner, passò un anno in Inghilterra nel 1861 per studiare e copiare i dipinti ad olio e gli aquarelli di Turner in particolare “Ulysses Deriding Polyphemus” 1829 che Moran tenne da allora in copia nel suo studio,

“Ulysses Deriding Polyphemus” 1829


e non è difficile capire perché il dipinto aveva tale effetto profondo su lui, certamente i colori insolitamente resi saturi, i gialli, gli ocra, i cremisi, impastati a tratti di nubi bianche , è quello che Moran arriverà a fare nei suoi panorami del Green River e dello Yellowstone
La visione di Turner dell’isola di Polyphemus, le guglie sulle quali reclina nebbiosamente il gigante è resa in Moran nelle sue visioni o come lui insisterà nel dire nelle “trascrizioni accurate” degli scenari dell’Ovest
la svolta nella carriera di Moran arrivò nel1871, quando il Dr. Ferdinand Hayden, direttore di” the United States Geological Survey” l’invitò a far parte di una spedizione nell’area di Yellowstone ( Wyoming)
a quel tempo l’area dello Yellowstone era terra sconosciuta all’uomo bianco, si narrava che in quella zona vi fossero laghi di fango caldi, geyser, e veniva descritta cpme “il luogo dove l’Inferno bolle”, ma tranne alcuni uomini di montagna e cacciatori di pelli, l’unico uomo bianco a descriverla era stato John Coulter, un membro della Lewis and Clark’s expedition nel 1807
la spedizione  a cui fu invitato Moran era appoggiata dal governo Americano e lui aveva il compito di “narrare” quei luoghi attraverso le imamgini che poi sarebbero state fatte circolare..
in quella spedizione veneno fatte anche molte fotografie, ma le immagini di Moran restarono nell’immaginrio collettivo della gente, i suoi aquarelli davano il colore, le fotografie confermarono la realtà degli schizzi strani di Moran di fumi, zolfo e atmosfere dantesche a chi vide gli acquarelli di Moran dello Yellowstone sembrarono come dipinti alieni come le prime fotografie dalla luna un secolo più

De Amicizia

“Guardai Blas e Claudio seduti vicino a me,
e compresi in un certo senso, che cos’è l’amicizia,
è una presenza che non ti evita di sentirti solo,
ma rende il viaggio più leggero.”(David Treuba – “Quattro amici”)

discorsi sull’amicizia se ne sono fatti a iosa, anzi a valanghe, anche nei blog, è come dire un argomento ricorrente, sempre verde, sempre poi uguale a se stesso
io avevo deciso che non avrei piu’ scritto , nè risposto a nulla che riguardasse questo argomento, come si suol dire ne avevo e forse ne ho le scatolette piene, ma allora perchè oggi scrivo dell’amicizia?
forse sarà la vecchiaia, forse saranno alcuni episodi che mi sono capitati ultimamanete, sarà che in fondo in fondo è un argomento torturoso, che è sempre lì che ti aspetta appena giri la curva
sarà perchè stavo rileggendo questo libro di David Treuba (ho il brutto vizio di leggere anche diverse volte un libro che mi piace…) e mi sono imbattuta in questa frase, semplice, una presenza, che non ti evita di sentirti solo, ma rende il viaggio piu’ leggero ed è come ho sempre percepito l’amicizia con serenità senza pormi troppi problemi, senza dietrologie, senza chiedere e senza dare!!!
potreste dire ma guarda questa che arroganza! no, non è arroganza, è così punto e basta non ho mai la percezione del dare, ma cosa posso dare se l’amico è un compagno di viaggio?
posso solo dividere con lui tutto del viaggio nella buona e nella  cattiva sorte, posso solo vivere intensamente con gli amici e quello che verrà quello che ci scambieremo sarà sempre un di piu’ del solito vivere,
vivere un viaggio in leggerezza e se verrano delusioni e amarezza, saranno come battiti di ciglia, quando ti viene voglia di piangere e cerchi di rimandare le lacrime indietro e poi passa e si ricomincia ancora a vivere
non sopporto le amicizie esclusive, mi ricordano certi giochi infantili, se parli con lui, non sei piu’ mio amico !!! è terribile!!!
come non sopporto le amicizie asfissianti, dove tutti dobbiamo fare le stesse cose, avere le stesse idee, che noia mortale !
oppure le amicizie del tipo:io ti ho dato tutto di me e guarda tu cosa mi fai!!
queste sono le piu’ pericolose, perchè tengono il conto del dare e dell’avere e lo presentano è quel terribile ricatto degli affetti, che spesso compiamo anche coi nostri figli, ma è pericoloso e io ne ho paura, quello non è un viaggio , ma la fine di un viaggio
e anche nelle amicizie ci sono i momenti di solitudine, ed è giusto che ci siano, sono gli Spazi che ci permettono di crescere, di osservarci dentro
soprattutto, io credo nel non giudicare , ma ascoltare, ascoltare e rispondere sempre,senza lasciare vuoti sottintesi, bui, cose non dette, ed esserci sempre comumque e quantunque , se si è lontani non importa, se non ci si sente per tanto tempo non importa, sappiamo che comunque lui o lei ci sono


ma guarda te, che rompi oggi che sono, vado a preparare la cena è meglio!!

ti vedo, vorrei ancora vederti

a Wigdan che non voglio dimenticare

questa sera una stanchezza profonda percorre il mio corpo e il mio cuore.
il tramonto dietro la finestra della stanza brucia colori e sensazioni con furia, con passione, ma neppure quei rossi rubano i miei pensieri.
ti vedo amica di tanti giorni, di tante chiacchiere, di tanti quotidiani vissuti e spartiti, ti vedo ridere di me, delle mie paure dei miei timori di giovane donna, che raccoglievi, facevi tuoi e mi ritornavi mescolati alla tua tenerezza.
ti vedo seduta a gambe incrociate, col piede che spunta dall’abito lungo, birichino e tentatore, vedo i tuoi occhi guardare il tuo uomo, dolci, umidi e allegri.
ti vedo con il piccolo attaccato al seno accarezzargli la nuca con gesti ripetuti all’infinito e sempre diversi.
ti vedo camminare al suq, quasi volando leggera tra spezie, profumi, pomodori e cocomeri: hai fretta, sempre di corsa, sempre presa da mille faccende, da mille cose a cui badare, da mille persone da ascoltare, ridente, felice.
ti vedo guardarti le prime rughe, facendo smorfie allo specchio e al tempo che inesorabile passava anche per te.
ti vedo ascoltare i miei lunghi monologhi stentati in una lingua che stavo imparando, le mie fantasie a volte folli a volte incoerenti, sempre attenta, viva, partecipe; hai condiviso con me una parte importante del mio vivere, accompagnandomi con la tua saggezza fatta di sorrisi, d’ascolto e di carezze al mio cuore; tu così diversa da me, così madre come io non sarò mai, così donna come io non sarò mai, così generosa come io non sarò mai, così unica come io ti ricorderò per sempre.
ti vedo l’ultima volta seduta sul cuscino di seta violetta, il capo chino, i capelli grigi non piu’ nascosti dall’hennà, il viso con segni profondi dolorosi e tristi; i tuoi occhi non hanno piu’ l’allegria di ieri, hanno il dolore d’oggi, la loro luce sempre viva ed attenta si anima al parlare del mio pulcino, le tue labbra tornano dolci, giovani e morbide.
Ti vedo, vorrei ancora vederti.

Rebus Sic Stantibus

Timeo Danaos et dona ferentes

4000 Wu Otto

Drink the fuel!

quartopianosenzascensore

Dura tenersi gli amici, oggigiorno...

endorsum

X e il valore dell'incognita

Cucinando poesie

Per come fai il pane so qualcosa di te, per come non lo fai so molto di più. (Nahuél Ceró)

Nonsolocinema

Parliamo di emozioni

Solorecensioni

... ma senza prendersi troppo sul serio

Parola di Scrib

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