Nadar (Gaspard Felix Tournachon) o dei ritratti

Nadar (Gaspard Felix Tournachon)
francese 1820 – 1910

uno dei piu’ grandi fotografi che la storia ci abbia regalato, io amo moltissimo i suoi ritratti, è stato forse il primo vero grande fotografo
Il 6 aprile 1820 il quarantanovenne tipografo e libraio Victor Tournachon, figlio di un editore lionese, e la sua ventiseienne compagna, Thérèse Maillet, hanno a Parigi il loro primo figlio, Gaspard Félix, in arte Nadar , ma I Tournachon sono costretti, causa fallimento, a trasferirsi nel 1836 a Lione dove Victor morirà un anno più tardi lasciando la moglie, Nadar e il più giovane Adrien in condizioni economiche difficoltose. Nadar, appena diciottenne, si distacca dalla famiglia per trasferirsi a Parigi, dove inizierà gli studi di medicina. Capelli rossi scompigliati e baffi folti, un carattere estroverso, generoso e socievole, Nadar è capace di creare intorno a sé una cerchia di amici tra artisti, musicisti, giornalisti, poeti, scrittori, critici letterari, tutti uniti da valori di lealtà e libertà di espressione. Nadar proverà la sorte nella scrittura di saggi, articoli politici, recensioni teatrali e romanzi, ma diventerà famoso soprattutto per le sue caricature di uomini del mondo politico e intellettuale.
Cresciuto in un atmosfera politica liberale, Nadar gioisce nel 1848 per la vittoria del governo repubblicano sulla monarchia di Louis Philippe, una vittoria che gli permette di esprimersi artisticamente senza rischiare la censura. Partecipa ad una spedizione per liberare la Polonia dalla dominazione Russa con altri 500 volontari (si chiamerà per l’occasione Félix Turnaczewski) e riparte per la Prussia per valutare la proporzione della concentrazione russa alla frontiera. Di ritorno a Parigi, lavora per Journal pour rire, ma il compenso non è sufficiente, e nel 1850 divorato dai debiti che non riesce a saldare viene rinchiuso in carcere per un mese. Il colpo di stato di Napoleone III nel 1851 spazza via le speranze democratiche e limita la satira politica di Nadar che si dedica al disegno di personaggi celebri, riuniti in “Panthéon Nadar”, un lavoro arduo, incoronato da un vero successo di critica.
Nadar incoraggia il fratello pittore Adrien ad intraprendere lo studio della fotografia dal più grande maestro dell’epoca, Gustave Le Gray. La creatività di Adrien emerge, ma la collaborazione fra i due fratelli è infelice e conflittuale. Già nel 1855 i due si scontrano sul diritto d’autore e Nadar cita Adrien per essersi appropriato dello pseudonimo “Nadar jeune”. Nel 1857, appoggiato da numerosi intellettuali e artisti, vince la causa e Adrien, inghiottito dalla fama del fratello, ne rimarrà danneggiato. A causa dei continui disaccordi con Adrien, Nadar si trasferisce al rue Saint-Lazare dove vede salire il numero dei suoi modelli (filosofi, principi e ambasciatori). Il successivo studio, più moderno ed elegante, a Boulevard des Capucines attrae molti clienti tra cui anche i meno desiderati sostenitori reazionari di Napoleone III.
Nel 1872 lascia Boulevard des Capucines e il nuovo studio situato in un più modesto quartiere viene gestito da sua moglie, la protestante Ernestine-Constance Lefèvre, e da suo figlio Paul, dal 1895 proprietario unico dello studio. Nadar si trasferisce a Sénart, dove riprende la sua attività preferita: la scrittura. All’età di settantasei anni, nonostante una salute precaria, la sua vitalità non accenna a diminuire. Apre uno studio à Marseilles. Nel 1900, l’Exposition Universelle a Parigi gli dedica una prospettiva.
Nel 1903, dopo dieci anni passati in un ospedale psichiatrico, muore Adrien. Il 21 marzo 1910, un anno dopo la morte della moglie, si spegne Nadar, a Sénart, all’età di novant’anni.

Decine di migliaia di immagini. Un patrimonio di immenso valore fotografico e culturale, in parte a tutt’oggi all’esame di studiosi della fotografia. Nadar o il fratello Adrien? Chi è l’uomo che stava di fronte ai personaggi più eminenti della cultura del diciannovesimo secolo? E quando venivano effettuati quegli scatti sprovvisti di data? Per stabilire l’autore e una cronologia attendibile, i ricercatori analizzano il formato, il tipo di luce, il fondale e i mobili, la posa del soggetto e infine gli scambi di lettere e dichiarazioni. Ma per la maggior parte delle opere non vi è alcun dubbio: il più giovane Adrien, pur essendo dotato di grande sensibilità, non era all’altezza del fratello, uomo eccentrico, curioso, espansivo, comunicativo e generoso
Dopo un periodo amatoriale durato un anno, in cui eseguiva delle sedute informali con amici e familiari, dal 1855 al 1860 Nadar regala al mondo i suoi capolavori. Sono ritratti sontuosi, nei quali mette in risalto il carattere del soggetto attraverso gesti accentuati, persino drammatizzati. Nonostante presti un’estrema attenzione ai particolari (vestiti, cravatte, mantelli e foulard) il centro del suo interesse è sempre il volto. Maestro della luce, Nadar è capace di creare passaggi di tono che colpiscono persino l’occhio contemporaneo. Le sue sedute sono precedute da lunghe conversazioni che servono per rintracciare i vari aspetti della personalità del suo soggetto ed elaborare espressioni ed angolazioni.
E’ l’anno 1860 ed è di moda la “carte de visite” inventata e brevettata da Disderi sei anni prima. Quelle riproduzioni in miniatura, più economiche, diventano un fenomeno sociale, a cui Nadar, per non fallire, è costretto a partecipare, mettendo da parte la qualità. La luce che veniva dall’alto, dal soffitto vetrato, è più netta e priva di sfumature, le pose ripetitive, i vestiti più modesti e le scenografie più ricche di libri, sedie e tavoli. Sono due anni di prosperità, in cui la sua clientela si è perfino quadruplicata, ma la frenetica corsa al guadagno ha finito per renderlo un fotografo commerciale ed indaffarato, meno interessato alla ricerca artistica, dedito solamente a personaggi privilegiati come Sarah Bernhardt, Georges Sand, Edouard Manet, e Alphonse Daudet. Ma nel 1861 la mente nadariana viaggerà altrove. La sua passione per la medicina lo porterà a realizzare nove immagini di ermafroditi mentre la sua esigenza di innovare lo spingerà a scoprire le riprese con luce artificiale, tecnica che verrà da lui brevettata. Un uomo curioso e alla ricerca di emozioni, stupisce i parigini con i misteri delle catacombe e delle fogne (le prime fotografie mai effettuate sottosuolo). Affascinato dalla conquista dell’aria (nel 1858 effettua la prima fotografia aerea da una mongolfiera), Nadar fotografa le eliche come se fossero ritratti, esaltando forme e meccanica.

vi lascio alcuni ritratti col nome del protagonista e altri senza così magari cercate di riconoscerli!

E questi chi saranno? sono famosissimi!

Emmanuel Radnitsky (Man Ray) o della luce

Emmanuel Radnitsky (Man Ray)
americano 1890 – 1976

un personaggio molto particolarem, fotografo, pittore, amante della letturatura e della poesia, amico di Duchamp. di Picabia, di Breton di Eluard, ha attraversato il movimento DADA e il SURREALISMO, rimanendo sempre fedele al suo modo così particolare di riprendere la realtà, sempre che di realtà si voglia parlare
il cambio del nome in Man Ray “uomo raggio” è significativo, è come una via aperta al raggio di “luce”, ovvero l’illuminazione come caratteristica primaria della sua opera
Il suo interesse-amore per la luce e per il mutare delle ombre in rapporto ai cambiamenti d’illuminazione (si era ai primi tempi dell’eletricità), è assolutamente evidennelle sue prime fotografie, sono oggetti comuni, ma sempre accompagnati dalle loro ombre spesso enormi, celebre fra queste La femme, è come se con Man Ray tornasse il mito della caverna di Platone
nasce a Filadelfia (Pennsylvania) da genitori ebrei russi con i quali parte, all’età di sette anni, per New York. Nella metropoli americana prendono residenza nel quartiere di Brooklyn. Al liceo, Emmanuel frequenta le lezioni di pittura e successivamente, appena diciannovenne, studia alla Scuola delle Belle Arti di New York, seguendo contemporaneamente corsi di disegno e di acquarello presso il Ferrer Center. A Ridgefield, nel New Jersey, dove vivrà per quattro anni, lavora come disegnatore pubblicitario. Tenta dunque, insieme al poeta Alfred Kreymborg, di fondare una comunità artistica. Incontra Alfred Stieglitz ed entra in contatto con l’avanguardia americana. La scoperta dei movimenti artistici europei avverrà nel 1913, dopo aver visto le opere di Marcel Duchamp e Francis Picabia all’Armory Show. Realizza quindi il suo primo quadro cubista: un ritratto di Alfred Stieglitz. Si sposa con la poetessa Adon Lacroix con la quale pubblica il libro A Book of Diverse Writings. La guerra in corso in Europa blocca il suo progetto di recarsi a Parigi.
A venticinque anni, Man Ray acquista una macchina fotografica per riprodurre i suoi quadri e fonda la prima rivista americana dadaista The Ridgefield Gazook: quattro pagine con sue illustrazioni e testi di sua moglie, Adon. E’ l’anno del suo incontro con Duchamp e della sua prima esposizione alla Daniel Gallery di New York. Nel 1919 si separa dalla moglie, pubblica l’unico numero di TNT, rivista di tendenza anarchica, e inizia una collaborazione fotografica e cinematografica con Marcel Duchamp. I due, insieme a Katherine Dreier, Henry Hudson e Andrei McLaren fondano la Société Anonyme, un museo d’arte d’avanguardia.
durante la quindicesima mostra annuale di fotografia, vince un premio per un ritratto di Berenice Abbott, allora scultrice e in seguito fotografa e sua assistente per tre anni. Il sodalizio con Marcel Duchamp è ormai consolidato e Man Ray lo raggiunge finalmente a Parigi dove incontra i dadaisti e fa la conoscenza di Jean Cocteau, Erik Satie e Kiki de Montparnasse.
Sono anni ricchi di attività artistiche: pubblicazione di libri, partecipazioni a decine di mostre personali e collettive, la realizzazione delle rayografie, di immagini di nudo, ritratti e fotografie di moda. Nel 1923 gira Retour à la raison, il primo di alcuni film (Anémic cinéma, Emak Bakia, L’Etoile de mer, Les Mystères du Chateau de dé). Nel 1929, Lee Miller diventa la sua assistente (e lo sarà fino al 1932).
L’invasione nazista del 1940 costringe Man Ray a lasciare la capitale francese alla volta di New York per stabilirsi successivamente a Hollywood, dove incontra Juliet Browner, sua futura moglie, e dove rimarrà per 11 anni prima di ritornare a Parigi.
Alla Biennale di Venezia del 1961 riceve la medaglia d’oro per la fotografia mentre nel 1971 gli saranno dedicate due retrospettive, a Rotterdam e a Milano (alla Galleria Schwarz), comprendenti 225 lavori realizzati tra il 1912 e il 1971.

E’ sempre rimasta dubbia l’opportunità di collocare Man Ray nell’ambito della fotografia, piuttosto che in quello dell’avanguardia dada, poiché fra i dadaisti era comune la rinuncia alle tecniche specificamente artistiche (legate al passato, di cui si voleva fare tabula rasa) per quelle moderne della produzione industriale, utilizzate anch’esse in maniera non convenzionale e creativa. A quel periodo risalgono, infatti, le cosiddette “Rayografie”,

chiamate ora comunemente “fotogrammi”, sono immagini nate in camera oscura senza l’ausilio di una macchina fotografica, grazie al processo chimico che la luce innesca sui materiali fotosensibili: il risultato è quello di un negativo degli oggetti opachi o traslucidi che sono stati appoggiati sulla carta.
Man Ray ne rivendica la paternità di “scoperta casuale”, ma la stessa tecnica è impiegata in quegli anni da Laszló Moholy-Nagy che, membro della Bauhaus, indaga le implicazioni gestaltiche di tali figurazioni. Bauhaus e Dada, del resto, partono da un’uguale idea di “universalità” dell’arte, alla quale possono concorrere le tecniche più disparate, arrivando tuttavia ad opposte istanze: di ricostruzione della società attraverso l’arte (dopo la prima guerra mondiale), l’una; l’altro di decostruzione d’ogni regola e convenzione borghese. Così le Rayografie, su questo sfondo culturale, acquistano un valore destabilizzante per le attese mimetiche ed iconiche, rispetto ad una tecnica ritenuta garanzia massima di realismo, e pongono le premesse ad un discorso critico sul linguaggio fotografico, che verrà affrontato esaustivamente molto tempo dopo da Ugo Mulas.
Resta il dubbio che per Man Ray non fossero altro che l’esito naturale della propria ricerca “pittorica” e luministica. Di certo egli ritiene la fotografia una liberazione dalla “fatica di riprodurre le proporzioni e l’anatomia dei soggetti”, che gli permette d’indagare con la pittura nell’immaginazione e nell’inconscio. E afferma:
“Io fotografo ciò che non voglio dipingere e dipingo ciò che non posso fotografare”.
Non lo interessa, dunque, per niente la competizione fra pittura e fotografia, che considera due campi totalmente distinti ed in certo qual modo complementari per la sua espressione. Continuerà, anzi, sempre ad operare in entrambi; si occuperà inoltre di scultura, cinema (sono sue le prime riprese del Ballet mécanique di Fernand Léger) e produrrà anche quei ready made “aiutati” (nati dall’accostamento di cose fra loro incongruenti, ma atte a generare un nuovo senso), che chiamerà “oggetti d’affezione”.
Nelle sue fotografie appariranno spesso tali assemblaggi, partecipi del nuovo clima surrealista, evocato da titoli fantasiosi che costituiscono una chiave di lettura letteraria (non letterale), e simbolica delle immagini. Questo gusto per lo scarto intellettuale e poetico provocato da un titolo inatteso, è tuttavia intimamente legato ai trascorsi dada di Man Ray ed alla sua polemica sulla convenzionalità dei segni linguistici (sono questi gli anni delle ricerche di Saussure): così ne La femme, foto di un frullatore

e la sua ombra, il valore dell’operazione è quello dada di un’alienazione di senso, tale che una sua seconda stampa può indifferentemente intitolarsi L’homme, accentuando i propri richiami alle concezioni “meccanico-sessuali” di Picabia, nonché alle teorie freudiane, che vogliono l’anima umana non univoca, ma portatrice in germe di caratteristiche dell’altro sesso

Rebus Sic Stantibus

Timeo Danaos et dona ferentes

4000 Wu Otto

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quartopianosenzascensore

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