Come piantine di capperi di Biagina Danieli

oggi torna a trovarci Biagina Danieli con una poesia che troverete QUI, e che ci racconta un disagio reale che molti stanno attraversando non solo in questi tempi, ma forse da sempre. sono versi che si rivolgono ad una società che schiaccia e rende quasi invisibili coloro che non “hanno” non possiedono, coloro che sono gli ultimi e difficilmente potranno recuperare la loro dimensione umana. questo sguardo ad una umanità dolente è spesso presente nei versi di Biagina con una forza e una potenza travolgenti! e io personalmente di questo le sono molto grata!

nei deserti
carcasse
come monumenti
morte per un cucchiaio di minestra

e se dal cielo piovessero
petali di rose
a terra diventerebbero
spine di cactus

ancora

si muore di fame
con stomaci gonfiati
dall’indifferenza
dell’obesità civilizzata

e muoiono di fame
le anime in cerca d’amore
le mani che non trovano lavoro
i cervelli imbalsamati dalle ideologie

e nessuna rivoluzione
spunta in un prato fiorito
ma dalla crepe del cemento
come piantine di capperi

perché nessuna rivoluzione
nasce da mani pulite e
da bocche raffinate
ma dai battiti stonati di cuori usati

BD

Anzio 18 novembre 2020

ti amo ancora umanità colorata

melanconico giorno
di un’alba a fatica
risorta tra ceneri e nebbie

urla dal profondo
di un io estraneo
a giorni diversi

neri e polverosi
dove i fantasmi
di ieri riaffiorano
nei gesti dell’oggi

insofferenza, disamore
emergono dal vuoto
di pensieri del nulla
di intelligenze sprecate

— ti amo ancora umanità colorata
e sarà per sempre —

8 dicembre 1982

Abu Saher, seduto sotto l’ulivo guardava lontano verso la valle di Emmà, il bastone fra le mani , la vecchia kefia bianca e nera arrotolata intorno al collo ad allentare il freddo di quel terso mattino.
Erano passati vent’anni da quell’8 dicembre in cui aveva salutato Yaacov, che lasciava la Giordania per la nuova terra di Israele, stringendogli la mano sotto l’ulivo che insieme avevano piantato il giorno in cui era nato il loro primo figlio, ma era come non si fossero mai allontanati da quel luogo consacrato ai loro affetti.
Abu Saher aveva ricevuto un telegramma sei giorni prima : – Yacoov, grave, ricoverato ospedale Telaviv.-, ma gli era stato impedito di oltrepassare il confine, le autorità israeliane non avevano dato il permesso, e non aveva potuto stringere un’ultima volta la mano dell’amico che ora se n’era andato per sempre.
Il suo viso rugoso si contrasse e lacrime dolorose riempirono i suoi occhi stanchi.
Si avvicinò all’ulivo ancora giovane e legò intorno al tronco la sua Kefia, e depositò vicino alle radici il suo bastone, lasciò in quel luogo il suo dolore per l’amico che non aveva potuto salutare prima del suo ultimo viaggio.
Abu Saher abbandonò per sempre quel luogo in un sereno mattino di 10 anni dopo e ancora oggi si vede la kefia , ormai logora e sfilacciata legata al tronco e si sentono le voci scherzose dei nipoti di Abu Saher e di Yacoov che felici si ritrovano insieme attorno all’ulivo ogni 8 dicembre.

nulla resta della guerra

io credevo che almeno durante questa emergenza i conflitti sparsi per il mondo e che sono davvero tanti, avessero avuto momenti di pausa, e si fossero per lo meno allentati, ma mi sbagliavo i Signori della guerra non conoscono pause! anzi in diversi casi la minore attenzione internazionale alle varie vicende ha riacceso dei conflitti che parevano sopiti

nulla resta della guerra
soltanto polvere di falsi trionfi
teschi avvolti nell’oblio
inascoltati spettri
di abissi cosmici
a modellare piaghe infette
da sangue lasciato
sui selciati piangenti

giovani occhi serrati
in violenze non volute
in dolori non ridolti

scarpe macchiate
dal silenzio dello spirito
appese all’ombra delle parole

nulla resta della guerra
soltanto
un lungo viaggio freddo
senza preghiere per i morti,

labbra bagnate di rugiada
non berranno il sogno dalle mani
di un cielo muto e lontano

Rebus Sic Stantibus

Timeo Danaos et dona ferentes

quartopianosenzascensore

Dura tenersi gli amici, oggigiorno...

Paola Pioletti

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