non privarti degli incontri

leggevo dei versi il cui titolo è “non va”, e si riferivano al periodo attuale e sì è un periodo in cui sento che qualcosa non va intorno a me , mi sento estranea ad un mondo che credevo mio e in questi momenti come mi capita da un po’ a questa parte ripenso ad alcune parole di mio padre che ho corservate sempre nella mente e nel cuore e che mi aiutano a ripescarmi in questo oceano confuso strapieno d’ alghe:

“”” non giudicare mai, il giudizio appartiene all’arroganza e all’ignoranza, cerca di conoscere se puoi, altrimenti ascolta, ascolta con gli occhi con le mani, con le orecchie, annusa i visi che incontri e regalati la loro compagnia. ti ricordi il viaggio a tangeri? eri spaventata e avevi paura del profumo speziato delle zagare e dei gelsomini e cercavi di chiudere il naso per non sentire, e poi hai scoperto che le zagare sono fiori bellissimi e i gelsomini hanno invaso la tua casa nuova. non privarti degli incontri, dell’inaspettato, del non conosciuto, non privarti della curiosità della mente …””

io credo in tutto questo, è diventato parte del mio modo di essere e al quale non posso rinunciare, credo di non potermi privare di conoscere chi è altro da me e di farmi conoscere, mi piace stringere la mano alle persone, sempre, ma qualcosa non va, avverto insofferenza verso l’altro da te, come se dovessimo metterci la corazza e combattere, cacciare il diverso dal “nostro” mondo

L’Arpa Birmana o della memoria

la lettera di Mizushima

è un film del giapponese Kon Ichikawa che lo girò nel 1956
negli anni a cavallo tra il 70 e l’80, (ai tempi della mia gioventù), amavo molto i film giapponesi e non perdevo i cineforum e le rassegne ad essi dedicate e mi capitò di vedere questo film e non sono mai riuscita a dimenticarlo!
è la storia di un soldato che diventa monaco e che si ferma a dare sepoltura ai morti
mi ha rapito l’anima, mi ha aperto la mente ad altri mondi , mi ha dato la possibilità di provare rispetto per l’altro da me per cultura, per credo, per spazio e per tempo

nel luglio 1945 la guerra volge al termine: nel tentativo di sfuggire alla morte o alla prigionia, le unità giapponesi valicano i monti o si aprono la via nelle foreste di Burma per raggiungere la Tailandia. I soldati del capitano Inoue marciano cantando, accompagnati dall’arpa birmana del soldato scelto Mizushima. Questi, che conosce la lingua locale, viene mandato avanti e dà il segnale di via libera suonando l’arpa. Vicino al confine i giapponesi sono ospitati in un villaggio, ma poco dopo il villaggio è circondato dagli inglesi. Mentre il capitano Inoue è incerto se resistere o arrendersi, si sente l’arpa di Mizushima che suona “Home, sweet home!”, (Casa, dolce casa!) e anche gli inglesi si uniscono al coro. La guerra è finita e i giapponesi vengono rinchiusi nel campo di concentramento di Mudon. Mizushima viene mandato in missione presso una guarnigione giapponese che rifiuta di arrendersi: quando essa viene distrutta, solo Mizushima sopravvive, gravemente ferito, e viene curato da un bonzo. Guarito, egli ruba le vesti al bonzo, si rade la testa e si mette in viaggio per raggiungere Mudon e i suoi compagni. Durante il viaggio vede qua e là i resti insepolti dei soldati nipponici caduti in battaglia; questo triste spettacolo gli fa una profonda impressione e, giunto presso Mudon, rinuncia ad unirsi ai suoi compagni e decide di dedicarsi alla sepoltura dei soldati del suo paese, caduti in terra straniera. Egli parte portando con sé un pappagallo avuto da una vecchia fruttivendola che frequenta il campo di Mudon. Nel passare un ponte incontra i suoi compagni che vi lavorano e tentano inutilmente di indurlo a rimanere. Quando arriva l’ordine di rimpatrio, il cap. Inoue dà alla fruttivendola un altro pappagallo, che dovrà dire a Mizushima di ritornare. Ma alla fine la fruttivendola porterà al capitano il pappagallo di Mizushima che andrà ripetendo: “No, non posso tornare” con una lettera esplicativa dell’ex soldato scelto…

la lettera che il soldato Mizushima lascia ai compagni mi ha accompagnato da allora e ancora la conservo :
“”Ho superato i monti, guadato i fiumi, come la guerra li aveva superati e guadati in un urlo insano, visto l’erba bruciata, campi riarsi.
………
Perché tanta distruzione è caduta sul mondo?
………
E la luce illuminò i pensieri, nessun pensiero umano può dare una risposta ad un interrogativo inumano. Io non potevo che portare un poco di pietà dove non
era esistita che crudeltà.
……..
Quanti dovrebbero avere questa pietà!
Allora non importerebbe la guerra, la sofferenza, la distruzione, la paura, se solo potessero da queste nascere alcune lacrime di carità umana.
Vorrei continuare in questa mia missione, continuare nel tempo fino alla fine. Perciò ho chiesto al bonzo che mi salvò dalla morte sul colle del triangolo di affidarmi la cura dei morti insepolti … perché le migliaia e migliaia di anime sapessero che una memoria d’amore le ricordava tutte, ad una ad una …
La terra non basta a ricoprire i morti”””

e mi viene da chiedermi quanti ora hanno pietà della BIRMANIA , dell’IRAK, dell’AFGHANISTAN. della SYRIA, della PALESTINA..e..e..e…e..quanti daranno degna sepoltura ai cadaveri degli innocenti, dei vinti, di coloro che non hanno potuto finire la loro esistenza come la tradizione vuole, ma la violenza, la tortura hanno loro loro spezzato il fiato?
quanti daranno degna sepoltura alla privazione della libertà, il nuovo sport dell’ultimo secolo?
il suono triste e melodioso, tragico e ricco di speranza dell’arpa birmana invada i nostri cuori e le nostre menti

“Talking Timbuktu” (World Circuit, 1994)

oggi cambiamo “musica” sì proprio così, oggi mi punge vaghezza di parlarvi proprio di musica, e di un disco che ho faticato moltissimo a reperire ai suoi tempi, cominciamo con una prefazione puntuale di uno che sapeva di letteratura e che scrisse alcune cose in cui io credo molto

“Sostengo che essa(la letteratura) è l’unica risorsa, insieme alla musica, alla “pedagogia degli oppressi” e alla ribellione in favore del liberamente umano (…) che resti a disposizione di chi non voglia essere scivolato nella vasca della
saponificazione globale.”
(Armando Gnisci)

il titolo del disco “”Talking Timbuktu” si può definire evocativo e rievocativo allo stesso tempo, un grande viaggiatore come Bruce Chatwin ci racconta Timbuktu come la città del mito , centro culturale per eccellenza e d’altra parte oggi centro del Mali uno dei più poveri paesi del mondo. ecco la musica di questo disco è proprio evocativa e rievocativa, rivolta al passato, al presente e magari anche al futuro.
questa musica è la storia dell’incontro tra due mondi molto diversi, tra la sabbia del Mali e la Florida, tra il sonhai e il blues, tra chitarre elettriche, calabash e congas
è l’incontro tra Ry coder e Ali Fatka Toure,
alì scrive le camzoni e Ry lo accompagna assecondandolo sempre
sono dieci pezzi che io penso vadano oltre i generi, lenti a volte dilatati, ripetitivi negli accordi e nei riff delle chitarre, sono peazzi dove si notano incroci tra stili differenti e spesso inaspettati
ho avuto la sensazione di una musica spontanea quasi che due mondi diversi si toccassero
Alì diceva: “”quello che voi chiamate blues, per me è sonhai, tanghana, tradizioni musicali del mio paese, se Hooker è i rami e le foglie, io sono le radici e il tronco. Il blues è la musica che l’America ha fatto propria senza riconoscere il suo debito verso l’Africa””
la voce di Toura canta in diverse lingue, Songhai, Bambara, Peul e Tamasheck e racconta d’amore, di donne, di felicità e l’unico pezzo in francese (la lingua coloniale) è Keito e parla del reclutamento dei giovani africani per una guerra che neppure conoscevano

Ali Farka Toure è nato a Nyafunkè, villaggio vicino Timbuktu. Cominciò a suonare sin da bambino, costruendosi il suo primo liuto (djerkel) con una scatola di sardine. Per molti anni suonò nei festival del Mali con un gruppo di colleghi, insieme a i quali lavorava su una barca ambulanza. Solo quarantenne iniziò la carriera solistica che lo portò ad errare attraverso l’ Europa e gli Stati Uniti, affrontando enormi difficoltà (sfruttamento da parte della prima casa discografica) e raccogliendo lentamente sempre maggiori consensi e riconoscimenti prestigiosi come il Grammy Award. Ritiratosi (forse definitivamente) dal mondo musicale, vive nel suo villaggio, dove è considerato una guida spirituale, dedicandosi a coltivare i campi. Per lui questa attività è una sfida, una speranza e un monito per il suo paese affinché le campagne non vengano abbandonate: “Per la mia gente coltivare è indispensabile. Ancora oggi c’ è chi non ha da mangiare. E quando si soffre la fame non si possono nutrire ambizioni. Si può solo pensare a come riempire lo stomaco.”

Ry Cooder è nato a Los Angeles. E’ uno straordinario chitarrista e un grande conoscitore delle radici musicali nordamericane. E’ autore di numerosi lavori per il cinema (basti ricordare la colonna sonora di Paris,Texas). C’ è chi considera la sua intera opera come una lunga colonna sonora per l’epoca in cui ha vissuto e per le epoche che ha immaginato di vivere (Scaruffi). E’ noto anche per aver omaggiato insieme a Wim Wenders la tradizione cubana con il progetto del Buena Vista Social Club e per la collaborazione con musicisti di culture diverse dalla propria.

fandango

video “pagiugato” da me su musiche di un fandango di Granada

Il piede batte scattante
sul suolo di legno,
la mano ruota con grazia
su braccia di luce,
gesto languidamente
giocato da polso
sottile ed ambrato,

gonna ricamata
da fiori multicolori
piroetta – si muove-
qual fiume che ha smarrito la foce,
onda cadenzata
a svelare bianche caviglie,

sui suoi capelli di zingara
geme la notte,
al muover della gamba
si copre di rugiada la terra,

occhi lucidi
nel buio azzurino
accarezzano il tuo viso

affondano sulla tua bocca
e danzano al ritmo del tuo desiderio.

*** io ho incontrato il fandango in tempi molto lontani e mi ha rapito più del flamenco, ne ho visto esecuzioni popolari e alcune più “colte” e vi lascio alcune informazioni reperite dal Web (enciclopedia Treccani e Wikipedia), che sono fonti decisamente più sicure delle mie parole!

il fandango è danza spagnola che nasce in Andalusia come varietà della seguidilla (una canzone originale intitolata Seguidilla compare nell’Atto I dell’opera Carmen di Georges Bizet ), un tempo era eseguita a due e i suoi movimenti molto sensuali ne avavno proibito per un certo periodo l’esecuzione, era accompaganta da chitarre e da nacchere che ne segnavano il ritmo.
di origine secentesca ha un andamento vario (in misura/”>misura binaria e movimento lento, oppure in misura ternaria e movimento rapido).
Esempi colti si trovano nell’opera di C.W. Gluck, W.A. Mozart, N.A. Rimsji Korsakov e M. de Falla. Boccherini, Soler , Scarlatti.

il flamenco Genere musicale di origine gitana, che presenta affinità con la musica araba; pur nella grandissima varietà di forme, predomina nel f. un sentimento di malinconia, ottenuto generalmente dall’insistente ripetersi delle frasi musicali e dalle inflessioni languide. Il f. può essere solo canto (la debla, la saeta, la tond, il martinete), o richiedere l’accompagnamento della chitarra o, ancora, essere danzabile
Dal principio del XIX secolo, il flamenco adottò tratti dei fandanghi andalusi dando così luogo ai cosiddetti “fandangos aflamencaos” che sono considerati oggigiorno come uno dei palos del flamenco fondamentali.

Il Giovane Holden, raccontato da Martino Gozzi

Martino Gozzi è il direttore didattico di Accademy della scuola Holden di Torino, ha scritto “Una volta Mia” (peQuod), “Giovani Promesse” (Feltrinelli), “Mille volta mi ha portato sulle spalle” (Feltinelli), ha tradotto diversi libri per Fandango Libri e d ha sceneggiato film per Cherry Road Films e non ultimo in ordine di importanaza è mio nipote!

io credo che questa sua narrazione del Giovane Holden meriti di essere ascoltata, almeno da chi ha amato questo libro e da chi ha voglia di leggerlo!

buon ascolto