sognai di me bambina

all’ombra di un albero
di una città d’erba verde
sul far del crepuscolo
mi sento perdermi in vento

stretta sotto lo scialle di mia madre
sognai di me bambina
di quelle sere impreviste
fatte di passi conosciuti
a ricordare l’incontro delle assenze
nella fantasia di una attesa

lo so , piena di questo scrivo sola
liberata anche dal nulla della finzione
m’immergo nel mio sguardo e mi riconosco

un giorno la bellezza

un giorno la bellezza
si stancò di me
e corse fuori
come un’emoragia ad evaporare

non mi somiglio
ma sono nel ricordo
che ho dei miei ricordi

mi fermo a guardare gli anziani
ed è tenerezza
e vedo, la mia bellezza vede

non penso più a chi sono
ora che sono diventata un’altra.
prima di tornare a me
partirò dal nulla
e nulla mi tratterrà dall’essere

non privarti degli incontri

leggevo dei versi il cui titolo è “non va”, e si riferivano al periodo attuale e sì è un periodo in cui sento che qualcosa non va intorno a me , mi sento estranea ad un mondo che credevo mio e in questi momenti come mi capita da un po’ a questa parte ripenso ad alcune parole di mio padre che ho corservate sempre nella mente e nel cuore e che mi aiutano a ripescarmi in questo oceano confuso strapieno d’ alghe:

“”” non giudicare mai, il giudizio appartiene all’arroganza e all’ignoranza, cerca di conoscere se puoi, altrimenti ascolta, ascolta con gli occhi con le mani, con le orecchie, annusa i visi che incontri e regalati la loro compagnia. ti ricordi il viaggio a tangeri? eri spaventata e avevi paura del profumo speziato delle zagare e dei gelsomini e cercavi di chiudere il naso per non sentire, e poi hai scoperto che le zagare sono fiori bellissimi e i gelsomini hanno invaso la tua casa nuova. non privarti degli incontri, dell’inaspettato, del non conosciuto, non privarti della curiosità della mente …””

io credo in tutto questo, è diventato parte del mio modo di essere e al quale non posso rinunciare, credo di non potermi privare di conoscere chi è altro da me e di farmi conoscere, mi piace stringere la mano alle persone, sempre, ma qualcosa non va, avverto insofferenza verso l’altro da te, come se dovessimo metterci la corazza e combattere, cacciare il diverso dal “nostro” mondo

8 dicembre 1982

Abu Saher, seduto sotto l’ulivo guardava lontano verso la valle di Emmà, il bastone fra le mani , la vecchia kefia bianca e nera arrotolata intorno al collo ad allentare il freddo di quel terso mattino.
Erano passati vent’anni da quell’8 dicembre in cui aveva salutato Yaacov, che lasciava la Giordania per la nuova terra di Israele, stringendogli la mano sotto l’ulivo che insieme avevano piantato il giorno in cui era nato il loro primo figlio, ma era come non si fossero mai allontanati da quel luogo consacrato ai loro affetti.
Abu Saher aveva ricevuto un telegramma sei giorni prima : – Yacoov, grave, ricoverato ospedale Telaviv.-, ma gli era stato impedito di oltrepassare il confine, le autorità israeliane non avevano dato il permesso, e non aveva potuto stringere un’ultima volta la mano dell’amico che ora se n’era andato per sempre.
Il suo viso rugoso si contrasse e lacrime dolorose riempirono i suoi occhi stanchi.
Si avvicinò all’ulivo ancora giovane e legò intorno al tronco la sua Kefia, e depositò vicino alle radici il suo bastone, lasciò in quel luogo il suo dolore per l’amico che non aveva potuto salutare prima del suo ultimo viaggio.
Abu Saher abbandonò per sempre quel luogo in un sereno mattino di 10 anni dopo e ancora oggi si vede la kefia , ormai logora e sfilacciata legata al tronco e si sentono le voci scherzose dei nipoti di Abu Saher e di Yacoov che felici si ritrovano insieme attorno all’ulivo ogni 8 dicembre.

lacrime a scorrere furtive

a Giulia con affetto grandissimo!

lacrime a scorrere furtive
non lasciano scampo,
bagnano quello che di te resta
spudoratamente oscene

ti svelano al mondo
nuda, dolorante da lividi di vita
sciolgono l’argilla del viso
lasciando tracce di trucco colorato,
che un fiocco di cotone cancellerà
indifese orme di un dolore a forza rubato

Umm Qais: crocevia di Genti e di Problemi

questa è in assoluto il luogo che amo di più della Giordania! è un luogo senza tempo dove si incrociano paesi e civiltà dove il tramonto è unico e il cielo così terso che devi chiudere gli occhi, io ci vado spessissimo, e ho scelto le poche foto che ho fatto, di solito non faccio foto qui mi basta gustare quello che vedono i miei occhi! sono foto di due anni diversi il 2010 al tramonto e il 2015 il mattino . sono bruttine perchè io sono un pessimo fotografo, ma sono quello che ho!

Umm Qais, antica Gadara, città regina delle dodecapoli, è oggi un crocevia di genti fra loro opposte, un incrocio di spazi e di problemi.
dalle sue rovine è possibile vedere il lago di Tiberiade, in terra di Palestina, ora occupata da Israele; le colline del Golan in terra di Syria, e le colline che in lontanza segnano il limitare del Libano


luogo suggestivo e insieme di ricordi per molti popoli, è straordinario visitarlo la sera , come dicono da quelle parti “al magreb” quando il sole sta per tramontare, la luce è rarefatta e straordinariamente limpida, il cielo azzurro si incupisce lentamente e dalle colline affiorano rosa e arancioni, che via via diventano tramonto completo e subito buio.

Umm Qais o Qays (in arabo : أم قيس , letteralmente “Madre di Qais”) è una città nel nord della Giordania nota principalmente per la sua vicinanza alle rovine dell’antica Gadara . È la città più grande del dipartimento di Bani Kinanah e del governatorato di Irbid nell’estremo nord-ovest del paese, vicino ai confini della Giordania con Israele e Siria . Oggi il sito è diviso in tre aree principali: il sito archeologico (Gadara), il villaggio tradizionale (Umm Qais) e la città moderna di Umm Qais
Si è espansa dalle rovine dell’antica Gadara, che si trovano su un crinale a 378 metri sul livello del mare, che si affaccia sul Mar di Tiberiade , le alture del Golan e la gola del fiume Yarmouk . Strategicamente centrale e situato vicino a molteplici fonti d’acqua, Umm Qais ha storicamente attirato un alto livello di interesse.
Gadara era un centro della cultura greca nella regione durante i periodi ellenistico e romano


Il nome Gadara potrebbe aver significato “fortificazioni” o “città fortificata”, nel 63 ac , il generale romano Pompeo conquistò la regione, Gadara fu ricostruita e divenne membro della Decapoli romana semiautonoma
33 anni dopo Augusto la legò al regno ebraico del suo alleato, Erode . Dopo la morte del re Erode nel 4 ac, Gadara divenne parte della provincia romana della Siria
dopo la cristianizzazione dell’Impero Romano d’Oriente , Gadara mantenne il suo importante status regionale e divenne per molti anni la sede di un vescovo cristiano, le più antiche testimonianze archeologiche a Umm Qais, alcuni frammenti di ceramica trovati a Garada, risalgono alla seconda metà del III secolo a.C.

la battaglia di Yarmouk nel 636 a poca distanza da Gadara, portò l’intera regione sotto il dominio arabo-musulmano. Intorno al 747 la città fu in gran parte distrutta da un terremoto e fu abbandonata.
nel 1596 apparve nei registri fiscali ottomani denominati Mkis , situati nel nahiya (sottodistretto) di Bani Kinana, parte del Sanjak di Hawran, aveva 21 famiglie e 15 scapoli; tutti musulmani , oltre a 3 famiglie cristiane . Gli abitanti del villaggio pagavano un’aliquota d’imposta fissa del 25% sui prodotti agricoli; compresi grano, orzo, colture estive, alberi da frutto, capre e arnie. La tassa totale era di 8.500 akçe
Umm Qais vanta un imponente edificio del tardo periodo ottomano , la residenza del governatore ottomano conosciuta come Beit Rousan, “Rousan House”.

ci sono tante strade per arrivare, questa è la strada che passa attraverso una zona detta “di nessuno”, per usare questa strada bisogna farsi perquisire la macchina e se stessi e si viaggia a 10 metri dal filo spinato che delimita la zona israeliana.quella specie di gabbiotto che si vede è un posto di osservazione israeliano

ad Oriente

Matilde si alzò presto quel 25 dicembre del 1987, aveva dormito male e non ricordava il sogno che l’aveva svegliata in un bagno di sudore.
Fece le cose di tutte le mattine e diede uno sguardo amorevole al pulcino che dormiva ancora saporitamente.
Un cielo terso di un azzurro fin troppo brillante le fece chiudere gli occhi come a riparasi da quella luce troppo forte, in italia non aveva mai visto giorni così il 25 dicembre.
Scese le scale e Om Fayez era seduta sulla poltrona vicino alla finestra e guardava lontano persa nei suoi sogni imprigionati nella cella dell’alzheimer, le passò una mano sui capelli e il viso della donna sembrò quasi sorridere, ma fu un lampo che fuggi veloce.
Si ricordò i Natali a casa sua, quelli dell’infanzia sempre in luoghi diversi, tradizioni diverse e sempre il non desiderio di buttarsi per le strade affollate e comprare qualsiasi cosa.
Qui questo rito le era risparmiato, ad Amman non c’era segno del Natale, non c’erano alberi addobbati nelle piazze e neppure luminarie ad abbellire le strade e per una frazione di secondo le parve che le mancasse qualcosa.
La bimba lanciò il suo strillo del buon risveglio e Matilde fu fagocitata dalle cose da fare, la colazione, il bagnetto, la favola per farla mangiare e cominciò a darsi da fare come per fare arrivare presto la sera.
Abu Fayez tornò dal lavoro tardi quel pomeriggio erano le sette passate e teneva in mano un pacchetto tutto colorato, chiuso con un fiocco color dell’oro, si avvicinò a lei e — – –Buon Natale a te, in fondo alla strada c’è la chiesa dei Padri Bianchi, ho chiesto e a mezzanotte celebrano la messa di Natale.–
Matilde rimase a bocca aperta, Abu Fayez , musulmano, che era andato a chiedere ai Padri Bianchi della messa di Natale per lei che nemmeno era credente!
Un groppo alla gola le impedì di ringraziare, mentre gli occhi diventavano umidi, e un sorriso grato apparve sul suo viso e improvvisamente si accorse che anche quella era davvero la sua casa, il luogo dove avrebbe potuto crescere sua figlia liberamente.