sulle mura di Troia

in lontani bagliori raccolti
pensieri di carta riempiono
spigolose giornate di nebbia

tu ed io abbracciati
sulle mura di Troia
veleggiamo in ombre
sconociute, ologrammi
recenti di un passato amato

storie di pelle e di ossa
di sangue e passione
mescolate ai succhi densi
di flussi incosapevoli
su lastre di ghiaccio
a specchio lucidate

suonano canti, le Muse,
di uomini intredipi,
di amori divini,
di umane disfatte,

rendimi vita il dovuto
ricordo del giorno di ieri
bevuto in piccoli sorsi
nel calice amaro dell’oggi.

la mia Petra

io e mia figlia con quasi il suo metro e ottanta e la mia “piccolissima dimensione”

“”….Petra è il più bel luogo della terra. Non per le sue rovine, ma per i colori delle sue rocce, tutte rosse e nere con strisce verdi ed azzurre, quasi dei piccoli corrugamenti, e per le forme delle sue pietre e guglie, e per la sua fantastica gola, in cui scorre l’acqua sorgiva e che è larga appena quanto basta per far passare un cammello. Ne ho letto una serie infinita di descrizioni, ma queste non riescono assolutamente a darne un’idea e sono sicuro che nemmeno io sono capace di farlo. Quindi tu non saprai mai che cosa sia Petra in realtà, a meno che tu non ci venga di persona.”
“Solo le immagini in un sogno di fanciullezza si affacciano talvolta così immense e silenziose…….”
Thomas Edward Lawrence
(Lawrence d’ Arabia)

Petra è nel mio cuore , nella mia mente e nelle mie fantasie da quando avevo 20 anni, ritorno quando posso a Petra e riesco a ritrovare la magia di sempre, anche se adesso è diventata meta di molti “Turisti”, che non sanno guardare con gli occhi della mente, ma solo “vedere” le bellezze geografiche

Petra non è soltanto quello che è scritto in tutti i siti internet se digitate il suo nome essa è un qualcosa in piu’
è la magia di costruzioni uniche che hanno richiesto anni e anni di progettazione, che hanno richiesto conoscenze architettoniche molto avanzate
è l’espressione di una civiltà colta raffinata e non soltanto un crocevia per mercanti

è il luogo dove si rifugiavano i poeti, i cantori e componevano le loro melodie ispirndosi ai colori delle rocce

se andate a cercare su Internet troverete molte immagini, ma sempre molto simili fra loro, come se i turisti si fossero messi d’accordo, su quali siano le cose migliori da fotografare e come

la cosa piu’ incredibile di Petra oltre ai colori delle rocce è la luce, una luce indefinibile, che cambia col variare delle ore e il cielo assurdamente blu e limpido, da farti chiudere gli occhi perchè non puoi guardare
questi due elementi quando fai le fotografie le rendono a volte magiche e irreali e quindi i fotografi usano dei filtri e fanno degli aggiustamenti, perchè questa luce così prepotente crea fenomeni che in fotografia si è sempre pensato fossero “spiacevoli”

io qui metterò delle foto fatte nel 2000 da mia figlia che allora aveva 14 anni e che tentò di fotografare Petra e la sua luce senza alcun fltro
a queste foto vecchie ormai e un po’ consumate, fatte con una macchina non digitale, tengo molto..

dal Web
Fu un viaggiatore anglo-svizzero, Johann Ludwig Burckhardt (1784 – 1817), che nel 1812, recandosi da Damasco al Cairo, sentì parlare di un’antica città stretta fra montagne impenetrabili e decise di andare a cercarla. Sapeva parlare arabo e così, col nome di Sheik Ibrahim e travestito da commerciante musulmano, raccontò di aver fatto voto ad Allah di sacrificare una capra al profeta Aronne presso la sua tomba in cima a Gebel Haroun , un’alta collina sovrastante la città segreta.
Convinse due indigeni a guidarlo attraverso il siq, un’angusta gola scura con pareti a picco, larga in certi punti poco più di un metro, che si snoda per quasi un chilometro e mezzo tra torreggianti blocchi di arenaria rossa decorati e intagliati. All’improvviso, il siq emerse dall’oscurità e a Burckhardt apparve il primo e più sensazionale monumento della città: il Khazneh, la Casa del Tesoro, una risplendente costruzione nabatea rosso cupo, che ancora oggi contrasta con il paesaggio circostante . Là Burckhardt tracciò sui suoi ampi indumenti uno schizzo dell’edificio, poi compì una breve visita attorno alla città e, al cadere delle tenebre, sacrificò la capra ai piedi del tempio di Aronne prima di fare ritorno a Elji.

Chi erano gli abitanti di Petra?
Gli scavi hanno rivelato che gli Edomiti, i futuri nemici degli Israeliti, erano insediati qui già nel secondo millennio a.C. Nel 500 a.C. essi furono poi cacciati dai Nabatei, nomadi giunti dal sud, che in questo luogo eressero la loro capitale. Strategicamente situata al punto d’incrocio fra antiche arterie commerciali, Petra era gremita di mercanti che vi trasportavano i loro prodotti da Damasco e dall’Arabia, dal Mediterraneo e dall’Egitto. Servendosi di questa città praticamente inespugnabile come base, i Nabatei controllavano le rotte delle carovane e ammassavano ricchezze, dando vita a una fiorente civiltà. La roccia non costituì un problema per questa popolazione, tanto che la loro principale divinità, Dushara, era simboleggiata da massi di pietra e obelischi disseminati nel siq e un po’ dappertutto nella città.
Nel 63 a.C. i Romani tentarono di impadronirsi della città sferrando un assalto improvviso, ma essi riuscirono nel loro intento solo nel 106 d.C., quando Petra entrò a far parte, sembra senza opporre resistenza, della provincia romana d’Arabia. Nonostante la dinastia nabatea si fosse ormai estinta, la popolazione locale coesistette con quella romana per oltre un secolo. Nel IV secolo, quando Petra fu assorbita dall’Impero Bizantino, la Tomba dell’Urna, una delle più grandi di epoca nabatea, fu trasformata in chiesa e la città diventò sede di un
episcopato. Ma a partire dal VII secolo, cioè dall’ascesa dei musulmani – se si eccettua la breve permanenza dei Crociati che innalzarono posti di guardia fortificati su due cime dei dintorni – la storia sul destino di Petra tace, fino al 1812.

indossi la veste regale di Morfeo

frutto maturo e aspro del tempo
rosso scarlatto dei vicoli segreti
dove germoglia il seme dei pensieri
mutanti in bianchi opachi senza neve

indossi la veste regale di
Morfeo, agrimensore di deserti,
di terre bruciate dai desideri

sorridi a grappoli d’oro
di abiti ricamati con ciprie di seta
mi accarezzi le ciglia socchiuse
e allenti il respiro affannoso

(fantasmi del giorno spalancano
porte di velo leggero
al fluire inesauribile del buio)

**particella impazzita d’un pallido universo**

ho usato il verso di chiusura della poesia **Potrei** dal blog di Franz, che ringrazio infinitamente, perchè il suo chiudere è sempre “speciale” e apre strade per altri racconti! GRAZIE!

particella impazzita d’un pallido universo
sul finire del dolore
sono tornata a te,
ai tuoi deserti paradisi

sconfitta è il non lasciarti,
rimanere a giocare
nella strada del tempo
dove la gioia paralizza
e sale il nodo alla gola.

un bacio disperso dal vento
è rossa nostalgia
attesa che disorienta
tormento del dolore

non voglio vivere i tuoi desideri
e ammucchio la polvere della mia solitudine
sotto il tappeto della soglia

trasparenze pieghettate

aprile 2003 (Bagdad)

trasparenze pieghettate
fragili, sottili, fluttuanti,
di voci urlanti
racchiuse in scatole ermetiche,
private della luce
da sbarre d’acciaio
ovattate, lontane, dimenticate,
gridano, rispondono risonanze lontane,
sovrastate dal rullo di tamburi metallici
ritmati nel liquido denso,
appiccicoso dell’oro nero,
si avvicinano frenetici,
azzerando beffardi
l’eco doloroso di una umanità
travolta, disprezzata, annullata.

morte, conosci strade nascoste
fenditure inaccessibili
ti insinui in spazi angusti
arrivi nei giorni di sole
appari tra le gocce di pioggia
fantasma grondante lacrime di sangue.

accarezzi la giovinezza di un sorriso
per carpirgli il calore della vita.
vaghi indecisa, aleggi come soffio di vento
su visi primaverili
su capelli splendenti
su occhi vuoti ormai spenti

avvolta in un bianco drappo di lino immacolato
ti aggiri tra macabre rovine
come luce accecante
come nulla ricolmo
di atavici odi

i tuoi passi
leggeri, furtivi, consolatori,
a volte attesi con desiderio
ora sono violenti, pesanti, dirompenti
si avvertono da lontano
dalle colline verdi
che stentano a fiorire,
portano scompiglio al canto
degli uccelli appollaiati sugli alberi di melo
che fuggono sorpresi, stupiti,
non più ti riconoscono

sei diventata altro
dalla fine giusta o dolorosa, serena o rabbiosa
sei castigo, sei oltraggio, sei vendetta
sei morte, soltanto morte
.

lama di vetro, incanto di cristallo (like a blues)

un suono di chitarra intrecciato
al canto sgangherato di ubriachi
odor di fiori di campo al crepuscolo

lama di vetro, incanto di cristallo

era giorno ancora,
e la fantasia correva con la sera,
come la sera se ne va
col sole che nascerà domani.

lama di vetro, incanto di cristallo

maglia bagnata è il tocco della tua mano,
tienimi a mente come sapore di sale
in un’unico abbraccio riavvolgimi
stringimi, stringimi forte

lama di vetro, incanto di cristallo

note sincopate al limite del silenzio
note ritmate in un jazz sound abbandonato imbrigliato nelle strade di San Francisco

lama di vetro, incanto di cristallo

-Non vedo piu’ il cielo nel tuo sorriso – -l’ho perso ieri fra le gocce di pioggia
battente, fredda che respira salmastro –
in un’unico abbraccio riavvolgimi
le mani strette sui fianchi umidi.

lama di vetro, incanto di scristallo

nocturne

Paris sous une petite pluie
qui tombe et s’amenuise
les lumières voilées par des halos
d’un gris magique
un parfum et un goût
d’humidité qui pénètre
les épaules, le dos,
le coeur
Hôtel du Senat
chambre 14
deuxième étage
un imperméable bleu
jeté sur le lit
un pull-over rouge
que je voudrais porter

bonne nuit
mon amour

Notturno

Parigi sotto una piccola pioggia
che viene e rallenta
le luci offuscate da aloni
di magico grigio
profumo e sapore di
umidità che pervade
le spalle la schiena
il cuore
Hôtel du Senat
stanza n° 14
secondo piano
un impermeabile blu
gettato sul letto
un maglione rosso
che vorrei indossare

bonne nuit
mon amour

****dal giovanile periodo francese ***

Gina

Portrait de Suzanne Valadon
Toulouse-Lautrec

la bottiglia di vodka
appoggia aperta
sulla sedia
mezza vuota
mezza consumata

i riflessi del sole
cavano fuori
dal vetro liscio
prismi di arcobaleni luminosi
potrebbe essere quasi bello
quasi perfetto
se lei non lo guardasse
con durezza
e non fosse a lei troppo vicino

l’odore stantio del liquore
è così spesso che filtra
attraverso la vernice delle pareti

le bottiglie spuntano
nel pavimento
quanto l’erba di una settimana
nel giardino

nessuno saprà mai
quante volte
le sue labbra
hanno baciato quelle bottiglie
in un amplesso senza fine.

Gina è seduta là
sul letto
mezzo vuoto
mezzo consumato

il bacio del sole
riflette sulle guance lisce
una luce trasparente
potrebbe essere quasi bella
quasi perfetta
se non avesse lo sguardo fisso
fisso sul vetro liscio

Rebus Sic Stantibus

Timeo Danaos et dona ferentes

4000 Wu Otto

Drink the fuel!

quartopianosenzascensore

Dura tenersi gli amici, oggigiorno...

endorsum

X e il valore dell'incognita

Cucinando poesie

Per come fai il pane so qualcosa di te, per come non lo fai so molto di più. (Nahuél Ceró)

Nonsolocinema

Parliamo di emozioni

Solorecensioni

... ma senza prendersi troppo sul serio

Parola di Scrib

Parole dette, parole lette

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