colorando Chopin

parlare di Chopin o meglio come diceva mia madre di Fryderyk Chopin mi è molto piacevole e mi porta a ricordi molto lontani, ho cominciato molto giovane ad amare la musica in particolare il rock che arrivava da oltre oceano, poi dal rock al blues con Lee Hooker che ancora porto nel cuore e poi il jazz che ha segnato un cambio di rotta quando ho ascoltato “fontessa” del Modern Jazz Quartet che mi ha spinto ad ascoltare musica classica e poi per caso il mio incontro con Chopin, avvenuto una sera d’estate in maniera ben poco ortodossa: una rappresentazione “della compagnia del balletto universitario” che presentava

“Les Sylphides “

su musiche di Chopin e fui stregata dalla musica, i ballerini erano orripilanti, ma l’orchestra era la “Synphonica” di San Francisco, una ottima orchestra e la mia mente partì per la tangente, non seguivo i passi ma ero sul mare e dal mare uscivano, forme colorate, in un susseguirsi vorticoso e irrefrenabile, fino al gran valzer finale, fu una esperienza magica e cominciai a comprare i dischi di Chopin, per questo vi ho lasciato “Les Sylphides” che ho trovato su youtube e il mio “immaginario” a colori, perchè mi sono divertita a riempire di forme e colori la musica che ascoltavo!!

Les Sylphides

“la Berceuse”

a mio personalissimo giudizio è fra i lavori migliori di Chopin, un’opera matura, completa, modulata con eleganza e assolutamente affascinante, all’origine se non ricordo male doveva titolarsi “Variazioni” e senza ombra di dubbio deriva dallo svilupparsi della linea dei notturni
è semplice tutto sommato ed è proprio questa semplicità armonica che percorre tutto il lavoro che lo rende unico, lo compose a Nohant, nel Castello dimora di George Sand
il suono si sviluppa i maniera concentrica, si espande intorno, ma rimane al centro un nucleo armonico che lo accompagna per l’aere, un suono che non finisce, ma che si ricongiunge in spirali simili, ma sempre diverse

la Berceuse

Notturno in Do minore, Op. 48 No. 1

uno dei piu’ lunghi e piu’ intensi e sofferti, ed è senza dubbio un diario intimo di uno Chopin che stava soffrendo, la prima parte è quello che si definisce un “lento” ed è seguito da un poco piu’ lento, in cui sembra arrivare come un filo di speranza e di luce, ma è solo una impressione fuggevole, poco a poco il volume aumenta per giungere ad un finale appassionato che si snoda in momenti sempre più romantici e tormentati, per finire in un lungo lamento che io spero si concluda con pensieri di nostalgia e non di disperazione

Notturno in Do minore, Op. 48 No. 1

Litz definì la

“Ballade in sol minore op.23”

l’ “Odissea dell’anima di Chopin” e credo proprio sia esatto, questa opera era anche una di quelle che Chopin preferiva,come viene confermato da Schumann in una lettera al suo vecchio professore di contrappunto, dopo aver incontrato Chopin

“”…ho nelle mani, una recente ballata di Chopin in sol minore, mi sembra geniale e gliel’ho detto e dopo un silenzio Chopin mi ha risposto: – Ciò mi fatto piacere, perché è anche quella che preferisco -.”

la ballata in sol minore è un’immensa poesia appassionata, piena di emozione e di malinconia dolorosa
è divisa in tre parti, la parte centrale “Moderato” è l’essenza dell’opera, è incorniciata da una breve introduzione “Lento” ed un tempestoso “Presto”
l’introduzione, che pare un lamento, diventa poi come un valzer con un ritmo che sembra improvvisato
il secondo tema comincia esso pure con dolcezza, animandosi poi progressivamente a cui fa seguto quello che sembra un momento di gioia passeggera e poi di nuovo un episodio di virtuosità che allenta un po’ la tensione dell’opera
il tema iniziale ricompare un’ultima volta sotto voce in un clima di passione trattenuta e dolorosa, per ricadere in un lamento e un fugace richiamo del primo tema
e poi tutto si accelera e si conclude con due lunghi accordi sonori
per me, questa “Ballade” è il dentro di Chopin, è quello che sentiva e che voleva esplodesse al di fuori e sempre a mio avviso nessuna delle altre sue opere raggiunge questa “straordinaria” malinconia dolorosa
è il mio rifugio nei giorni di pioggia dell’anima e del cielo, oggi piove molto e la sto ascoltando assaporandone anche il gusto dolorosomanente malinconico

“Ballade in sol minore op.23”

“Fantaisie Impromptu”

è una musica che non ha bisogno di commento è molto conosciuta e per certi aspetti è simile alla Moonlight Sonata di Beethoven e la parola “Fantaisie” fu aggiunta non si sa bene il perchè da Fontana l’editore del pezzo
è un rincorrersi continuo di temi che fuggono e vengono ripresi

“Fantaisie Impromptu”

vorrei ringraziare un amico Claudio Capriolo che ha un magnifico blog in cui racconta ogni giorno brani di musica che difficilmente si trovano in giro e in questo modo rende più semplice conoscere autori e brani a me assolutamente sconosciuti il suo blog è Cap’s Blog e spero che sia clemente con questi racconti a colori su Chopin fatti da una ignorante assoluta!

vita

vita
gioiosa, triste,
frughi dentro la mia carne
tenera, appassionata
ti cibi delle mie emozioni
malinconica, allegra
bevi i miei pensieri
accarezzi i miei amori
baci le sue labbra
tocchi i suoi fianchi
vogliosa e mai appagata

danzi sul mio ventre
giochi coi miei seni
allunghi le dita
per frugarmi senza pudori,

mi hai presa
mi possiedi
sei in me completamente

non andartene ora
lasciami godere fino in fondo
della tenerezza dopo l’amore.

Diane Arbus o della fotografia al femminile

Diane Arbus
1923 – 197

ha lavorato molto per rendere “normali”per dargli cioè pari dignità e sottolineare l’importanza di una corretta rappresentazione di tutte le persone, gli emarginati
ha fotografato con una vasta gamma di soggetti, tra cui membri della comunità LGBTQ , spogliarelliste , artisti di carnevale , nudisti , nani , bambini, madri, coppie, anziani e famiglie della classe media
li ha fotografati in contesti familiari: le loro case, per strada, sul posto di lavoro, nel parco


Arthur Lubow mel suo articolo del New York Times Magazine del 2003 così dice:
“È nota per voler espandere il significato di “normalità” e viola i canoni della distanza “appropriata” tra fotografo e soggetto, facendo amicizia con loro, non considerandoli oggeti di cui poter disporre , è stata in grado di catturare nel suo lavoro una rara intensità psicologica. Era affascinata da persone che stavano creando visibilmente le proprie identità: travestiti, nudisti, attori di spettacolo, uomini tatuati, i nuovi ricchi, i fan delle star del cinema – e da coloro che erano intrappolati in un “costume” che non forniva più sicurezza o conforto. “


Michael Kimmelman scrive nella sua recensione della mostra “Diane Arbus Revelations” , “Il suo lavoro memorabile, nel complesso, non era tanto per mostrarlo, ma per se stessa, era tutto incentrato sul cuore: un feroce, cuore audace. Trasformò l’arte della fotografia (Arbus è ovunque, nel bene e nel male, nel lavoro degli artisti che oggi fanno fotografie), e prestò una nuova dignità alle persone dimenticate e trascurate in cui investiva così tanto di se stessa “.

Durante la sua vita ottenne un certo riconoscimento e fama con la pubblicazione, a partire dal 1960, di fotografie su riviste come Esquire , Harper’s Bazaar , il Sunday Times Magazine di Londra e Artforum
nel 1963 la Fondazione Guggenheim assegnò ad Arbus una borsa di studio per la sua proposta intitolata “American Rites, Manners and Customs”, la stessa borsa di studio che era stata assegnata a Dorothe Lange
nel 1966 ricevette il rinnovo del contratto da parte di John Szarkowski , direttore della fotografia al Museum of Modern Art (MoMA) di New York City , che sostenne il suo lavoro e lo inserì nella sua mostra del 1967 “New Document” insieme al lavoro di Lee Friedlander e Garry Winogrand
le sue fotografie sono state anche incluse in una serie di altre grandi mostre collettive

nel 1972, un anno dopo il suo suicidio , Arbus divenne la prima fotografa ad essere inclusa alla Biennale di Venezia
la prima grande retrospettiva del lavoro di Arbus si tenne nel 1972 al MoMA, organizzata da Szarkowski, la retrospettiva ha raccolto la più alta presenza di qualsiasi mostra nella storia del MoMA fino ad oggi, milioni di persone hanno visto mostre itineranti delle sue opere dal 1972 al 1979
il libro che accompagna la mostra, Diane Arbus: “An Aperture Monograph” , edito da Doon Arbus e Marvin Israel e pubblicato per la prima volta nel 1972, non è mai stato fuori stampa.

io amo moltissimo il suo lavoro che è sato molto discusso e controverso , suscitando in alcuni un travolgente senso di compassione, mentre altri trovano le sue immagini bizzarre e inquietanti r a volte anche immorali
ma è stata coraggiosa . ha sfidato le convenzioni stabilite che dettano la distanza tra fotografo e soggetto, determinando la cruda intensità psicologica che caratterizza la sua ritrattistica fotografica!
“Una fotografia è un segreto di un segreto. Più ti dice meno sai ”, disse una volta e in quella frase c’è molto del perchp del suo lavoro


nata Diane Nemerov il 24 marzo 1923 a New York, New York, è cresciuta in una famiglia benestante di origini russe, che le permise di perseguire interessi artistici fin dalla tenera età, vide per la prima volta le fotografie di Mathew Brady , Paul Strand ed Eugène Atget, mentre visitava la galleria di Alfred Stieglitz con suo marito Allan Arbus nel 1941
durante la metà degli anni ’40, la coppia iniziò un’impresa di fotografia commerciale che lavorò con Vogue e Harper’s Bazaar
negli anni ’50, Arbus iniziò a girare per le strade di New York con la sua macchina fotografica, documentando la città attraverso i suoi cittadini.
dopo aver lottato con episodi depressivi per tutta la vita, Arbus si suicidò il 26 luglio 1971 all’età di 48 anni. Nel 1972, un anno dopo la sua morte, la prima grande retrospettiva dell’opera di Arbus ebbe luogo al Museum of Modern Art di New York. Oggi, le sue opere sono conservate, tra le altre cose, nelle collezioni del Metropolitan Museum of Art di New York, della National Gallery of Art di Washington, DC e del Los Angeles County Museum of Art.

le donne hanno cappotti pesanti

le donne hanno cappotti pesanti
come i loro pensieri

si guardano nello specchio
un foglio di vetro riflettente
all’interno di una cornice di noce
agitano le mani a scacciare un ricciolo
sulla fronte, a colorare di rosso
pallide labbra, a rigare di nero
occhi verdi, azzurri nocciola

domani dimentiche del viso di ieri
ripeteranno il ricordo dei gesti allo specchio

le donne hanno scaffali d’avorio
con mucchi di carte, fogli bianchi
da scrivere e lettere d’amore
consumate, da ricordare

le donne vorrebbero un fantasma
per controllare i loro abiti mondani
quelli delle partenze da un lato
quelli degli arrivi dall’altro

i fantasmi sono onesti, silenziosi
spalmano le pareti d’anima
ombre senza testa, uccelli erranti
non occupano spazio e tempo

le donne mettono la carta
sotto il pollo fritto
per conservare puliti i piatti

le donne tolgono la chiave
alla loro tastiera, e spostano il mouse
sopra la loro pelle ferita
dai pixels erranti dell’ultimo amante.

il viaggio, i viaggi


“Per quel che mi riguarda, io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per viaggiare. La gran cosa è muoversi, sentire più acutamente il prurito della nostra vita, scendere da questo letto di piume della civiltà e sentirsi sotto i piedi il granito del globo appuntito di selci taglienti.”
Robert L. Stevenson


così scriveva uno scrittore, un viaggiatore, ma cosa rappresenta esattamente per noi popolo del secondo millenio il viaggio?
ho viaggiato, per famiglia con i miei genitori, per studio, per lavoro, per famiglia ancora, per diletto per la voglia che ti assale che è forse come un prurito o forse come il desiderio di respirare aria diversa di godere di atmosfere non usuali, ho viaggiato per amicizia, per dovere a volte forse anche per abitudine.

mi viene da pensare che il viaggio sia a volte per quel che mi riguarda un bisogno fisico e mentale di recuperare la mia dimensione, il mio spazio, o di far entrare nella mia casa altri ambienti altre culture altre persone
ho viaggiato anche con la mente, nel significato che a questa espressione dava mia madre: viaggiare con la mente, per conoscere altro dal tuo consueto vivere, per esplorare sensazioni, emozioni che un libro, un quadro, una poesia, un film, possono darti
il viaggio dentro ai problemi, alle idee, un viaggio dentro noi stessi, il viaggio attraverso l’Umanità che vorremmo ci fosse ogni viaggio mi ha lasciato qualcosa che difficilmente potrò dimenticare, profumi, colori, paesaggi, volti, mani, ma anche dolore, e disperazione, miseria
il difficile è quando torno raccogliere tutto quello che la mente, il cuore, gli occhi mi hanno lasciato dentro, fermare il tutto affinchè non mi possa dimenticare

e poi stranamente al nuovo viaggio ritrovo sensazioni emozioni, volti, mani, situazioni che mi sembra di aver conosciuto da sempre.
per me ogni viaggio rappresenta la possibilità di vivere una vita diversa
e stranamente, meravigliosamente tutte le “vite” che ho trovato altrove mi sono piaciute così tanto da farmi diventare diversa ogni volta e che messe insieme formano quella che sono ora
sono nomade e curiosa della vita

in principio era il nome

circondariale essenza di presenze mute
a confondere veloci squittii di ombre
sgretolate da muri cementati a vita

rincorrimi pensiero stupendo
dalle note di Patty Pravo
suonate su pelle di tamburo
marchiato a fuoco con acqua di sorgente

zampillano rosse monachelle ***
al vento dell’Est, racchiudono
nel mantello i fogli di sterili profezie
come prologo insano di future sventure

urla da gole di Erinni a sangue morse
da viscidi serpenti, ascoltano Cassandra
sulle mura di Troia : – Distruggi o Padre
la terra e la patria, erranti figli di
utòpia, dalle grandi braccia, calcheremo
gli infiniti nella scintillante scia del nulla –

in principio era il nome

***piccoli uccelli del deserto, anche di quello di sabbia rossa che quando arriva il vento forte si coprono di sabbia diventando piccole macchie rosse

come ti manipolo una foto

mi piace molto fotografare, ma non sono un gran fotografo a dire il vero, e di solito le foto che faccio le lascio così come vengono con uso il fotoritocco, ma mi diverto immensamente a stravolgere alcune foto, manipolandole completamente attraverso o programmi di grafica o filtri di tutti i tipi oppure anche usando le chine colorate sopra le foto e poi rifotografandole, di solito lascio la data di quando la foto è stata fatta, perchè la manipolazione arriva anche dopo molti anni!

di solito sono tutte foto “vecchie” che hanno avuto per me un significato particolare e con le quali cerco di “esplicitare” quello che avrei voluto raccogliere con gli occhi

a volte vengono bene a volte meno bene, ma il divertimento nel paciugarle è sempre identico e tanto!! è sempre stato per me un passatempo favoloso come costruire disegni grafici, mi ci perdo nei colori e nei segni e negli spazi, mi fanno volare anche con al mente!

Imogen Cunningham o della fotografia al femminile

Imogen Cunningham, fu senza dubbio una grande fotografa, non solo ebbe l’estro della composizione e dell’uso della luce, ma era anche molto preparata tecnicamente
nasce nel 1883, comincia a fotografare nel 1901 inspirandosi al lavoro di Gertrude Kaesebier
Nata a Portland, Oregon, si laurea all’Università di Washington a Seattle con un master in chimica ed andò a lavorare nello studio di Edward S. Curtis, dove imparò il processo dello stampare
nel 1909 proseguì la sua istruzione in chimica fotografica al Technische Hochschule a Dresda
incontratasi con Kaesebier ed Alfredo Stieglitz a New York, dopo il suo viaggio di ritorno dall’Europa, Imogen si stabilisce a Seattle verso il 1910 ed apre un studio di “ritratti” che ebbe un successo immediato.
Nel 1915 si sposa con Roi Partridge
il suo lavoro più conosciuto riguarda gli studi floreali del suo giardino e fu prodotto durante gli anni venti, si può dire che fu uno dei pionieri del modernismo sulla Costa Dell’ovest, fu fra i membri fondatore del Gruppo dei 64& e fu senza dubbio una straordinaria ritrattista, dopo che il suo ritratto della ballerina Martha Graham fu pubblicata su Vanity Fair nel 1932

Martha Graham: la faccia di quest’ultima è incorniciata dalle sue mani, gli occhi chiusi e il viso rivolto verso la luce. Le sue mani sono premute contro entrambi i lati della sua tempia come se stesse cercando di fermare la testa dalle pulsazioni e Imogen ha interpretato la danza di Graham attraverso i suoi gesti per incarnare la sua tesi secondo cui “la vita è nervosa, acuta e a zig-zag”, l ritratto del primo piano di Graham come ballerina è insolito perché è disincarnato, tuttavia, solo le mani, in questo caso, catturano uno dei gesti angolari e stilizzati per i quali il coreografo è più conosciuto

lavorò a New York e a Hollywood fino al 1934
il riconoscimento più grande per il suo lavoro lo ebbe dopo gli anni 50 e nel 1970 le fu assegnato la prestigiosa “Guggenheim Fellowship”, ha esposto a San Francisco all’ Art Museum, presso l’Istituto d’ Arte di Chicago, ed il Metroplolitan Museum.
all’età di 92 anni cominciò l’ultimo progetto: un libro di ritratti, ma sopraggiunse la morte nel 1976
fu dunque una artista notevole e precorse per alcuni versi la tecnica della fotografia, la sua conoscenza della chinica applicata alla fotografia le hanno permesso di raggiungere nello sviluppo della fotografia, livelli notevolissimi soprattutto per quegli anni, rivolse la sua attenzione sia alle forme di piante “nude” che a quelle native nel suo giardino. I risultati furono sbalorditivi; uno straordinario lavoro composto da forme audaci e contemporanee, queste opere sono caratterizzate da una precisione visiva non scientifica, ma che presenta le linee e le trame dei suoi soggetti articolate dalla luce naturale e dai loro gesti

l’approccio di Cunningham alla ritrattistica è caratterizzato dallo stesso approccio semplice e senza fronzoli, tra i ritratti che ha realizzato per la rivista Vanity Fair negli anni ’30, per esempio, c’è uno di Cary Grant accovacciato contro un muro di mattoni imbiancati nel suo cortile, la star del cinema è catturata dalla luce solare screziata, il viso in ombra parziale, con queste fotografie di celebrità, Cunningham ha dichiarato di voler “bucare la facciata di Hollywood”, altro ritratto straordinario è quello di Frida Khalo

Cary Grant e Frida Khalo

credo amasse l’immagine non abbellita, nettamente definita, sembra sempre essere stata al suo meglio quando all’argomento è stata data una priorità indiscussa rispetto all ‘”idea”, l’empatia piuttosto che l’invenzione estetica è stata il suo punto di forza, guidando il suo occhio e la sua lente verso le sue immagini più potenti e delicate insieme come i suoi nudi di donne e uomini per cui fu anche bollata come donna “immorale”, il primo nudo fu di suo marito

per gran parte del secolo scorso, la fotografia come forma d’arte è stata dominata dagli uomini, se si considerano le conchiglie, le dune e i nudi catturati con estrema precisione da Edward Weston o le maestose cascate e cattedrali di pietra che dominano le immagini basate su Yosemite di Ansel Adams, ma Imogen ha mostrato come il tocco femminile anche nella fotografia d’autore sia fondamentale, io la amo molto i suoi fiori in BN mi ricordano molto quelli coloratissimi di Georgia O’Keeffe

questo freddo

comincia nel cuore questo freddo, arrivato d’improvviso, senza bussare alla porta con discrezione
si accoccola ai miei piedi e pretende di arrivare ai miei pensieri, con insistenza, decisione
impotente, stanca e senza desideri lo lascio vagare sulla mia pelle, giocare con le mie labbra, sfiorare i miei occhi
pur sempre un amico che arriva quando meno lo vorrei,
è un amico un compagno di tempi che si succedono e che non vogliono mai allontanarsi del tutto
lo temo e mi fa compagnia, gela le malinconie e i pianti, tramuntando le lacrime in cristalli salati, lasciando la pelle tirata che potrebbe spezzarsi al primo movimento
gli occhi mi dolgono, hanno dentro piccole punte di ghiaccio che impediscono loro il sonno e il riposo, come cime innevate che il sole non vuole scaldare
avvolgimi malinconia con un panno colorato e culla un corpo che ha bisogno di fuoco
a volte accade che la malinconia si faccia uccello e mi racchiuda fra le sue ali, ma basta un lieve soffio di vento o un rosso o un giallo ad allontanarla da me

on the edge of some crazy cliff (***) (alla deriva)

gli occhi di un’età di steli di grano
respirano il ciglio della collina

un pescatore raduna le reti
prive di stelle e conchiglie

/ ma eravamo bambini /
e il cielo sarà nuvoloso e la pioggia
sgocciola fame scivolando nella bocca
del cercatore di perle

germogli nel deserto della carne
ad applaudire un cameriere
all’ombra di un alfabeto bagnato
dentro coppe di pane del tempo

la verità è imbrigliata
nel tetto del sogno
nuda così, come sonno d’amante.

(***) “And I’m standing on the edge of some crazy cliff. What I have to do, I have to catch
everybody if they start to go over the cliff – I mean if they’re running and they don’t look
where they’re going I have to come out from somewhere and catch them. That’s all I do all
day. I’d just be the catcher in the rye and all. I know it’s crazy, but that’s the only thing I’d
really like to be.”
J.D. Salinger – The Catcher in the Rye – Ch. 22

E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo
tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove
vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il
giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma
è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente far
e. “il Giovane Holden” di J.D. Salinger -capitolo 22-