non privarti degli incontri

leggevo dei versi il cui titolo è “non va”, e si riferivano al periodo attuale e sì è un periodo in cui sento che qualcosa non va intorno a me , mi sento estranea ad un mondo che credevo mio e in questi momenti come mi capita da un po’ a questa parte ripenso ad alcune parole di mio padre che ho corservate sempre nella mente e nel cuore e che mi aiutano a ripescarmi in questo oceano confuso strapieno d’ alghe:

“”” non giudicare mai, il giudizio appartiene all’arroganza e all’ignoranza, cerca di conoscere se puoi, altrimenti ascolta, ascolta con gli occhi con le mani, con le orecchie, annusa i visi che incontri e regalati la loro compagnia. ti ricordi il viaggio a tangeri? eri spaventata e avevi paura del profumo speziato delle zagare e dei gelsomini e cercavi di chiudere il naso per non sentire, e poi hai scoperto che le zagare sono fiori bellissimi e i gelsomini hanno invaso la tua casa nuova. non privarti degli incontri, dell’inaspettato, del non conosciuto, non privarti della curiosità della mente …””

io credo in tutto questo, è diventato parte del mio modo di essere e al quale non posso rinunciare, credo di non potermi privare di conoscere chi è altro da me e di farmi conoscere, mi piace stringere la mano alle persone, sempre, ma qualcosa non va, avverto insofferenza verso l’altro da te, come se dovessimo metterci la corazza e combattere, cacciare il diverso dal “nostro” mondo

da desideri d’aria trattenuti

cammina da un anno e un giorno
per terre luminose
di ombre sconosciute
l’arcobaleno che danza
senza bisogno di pioggia
in cerca dei sogni mai nati

respira tranquillo il freddo
sul ghiaccio tritato dell’alba
e le sue labbra sigillano un silenzio
tagliente come preghiera disperata

l’erba bagnata di brina
indossa una coperta solitaria
ragnatele a nodi perlati
da gocce di rugiada
allungano le braccia al grigio
di un cielo nuvoloso

— Riposano i sogni in acque increspate
da desideri d’aria trattenuti —

ad Oriente

Matilde si alzò presto quel 25 dicembre del 1987, aveva dormito male e non ricordava il sogno che l’aveva svegliata in un bagno di sudore.
Fece le cose di tutte le mattine e diede uno sguardo amorevole al pulcino che dormiva ancora saporitamente.
Un cielo terso di un azzurro fin troppo brillante le fece chiudere gli occhi come a riparasi da quella luce troppo forte, in italia non aveva mai visto giorni così il 25 dicembre.
Scese le scale e Om Fayez era seduta sulla poltrona vicino alla finestra e guardava lontano persa nei suoi sogni imprigionati nella cella dell’alzheimer, le passò una mano sui capelli e il viso della donna sembrò quasi sorridere, ma fu un lampo che fuggi veloce.
Si ricordò i Natali a casa sua, quelli dell’infanzia sempre in luoghi diversi, tradizioni diverse e sempre il non desiderio di buttarsi per le strade affollate e comprare qualsiasi cosa.
Qui questo rito le era risparmiato, ad Amman non c’era segno del Natale, non c’erano alberi addobbati nelle piazze e neppure luminarie ad abbellire le strade e per una frazione di secondo le parve che le mancasse qualcosa.
La bimba lanciò il suo strillo del buon risveglio e Matilde fu fagocitata dalle cose da fare, la colazione, il bagnetto, la favola per farla mangiare e cominciò a darsi da fare come per fare arrivare presto la sera.
Abu Fayez tornò dal lavoro tardi quel pomeriggio erano le sette passate e teneva in mano un pacchetto tutto colorato, chiuso con un fiocco color dell’oro, si avvicinò a lei e — – –Buon Natale a te, in fondo alla strada c’è la chiesa dei Padri Bianchi, ho chiesto e a mezzanotte celebrano la messa di Natale.–
Matilde rimase a bocca aperta, Abu Fayez , musulmano, che era andato a chiedere ai Padri Bianchi della messa di Natale per lei che nemmeno era credente!
Un groppo alla gola le impedì di ringraziare, mentre gli occhi diventavano umidi, e un sorriso grato apparve sul suo viso e improvvisamente si accorse che anche quella era davvero la sua casa, il luogo dove avrebbe potuto crescere sua figlia liberamente.

vola Colomba bianca vola

ripropongo questo pezzo, perchè oggi per me è un giorno speciale per ricordare la mia straordinaria nonna Colomba che mi ha insegnato la vita!

-Nonna, ma sempre quella canti?

–Matilde è la mia canzone, volare è il mio sogno, quando prendi il tuo primo stpendio mi regali un volo?

-Costa molto un “volo”?

–Se lo fai in aereo tanto, se lo fai col pensiero nulla e puoi sempre cambiare destinazione, anche all’ultimo momento

ho volato con nonna, spesso, sia fisicamente (dopo il mio primo stipendio) sia con l’anima, ho volato attraverso le sue carezze, i suoi sguardi, i suoi rimproveri, le sue inaspettate attenzioni, le sue incredibili meraviglie, di donna, di madre diversa da mia madre
la musica racchiudeva ogni suo momento, canzoni popolari, nel nostro dialetto, canzoni d’amore, Rabagliati
e il suo muoversi leggera, un giunco benché carico d’anni, i suoi gesti preziosi, delicati, ma anche ruvidi e i baci con lo schiocco sulle guanciotte di noi bambini.
La mela quotidiana sbucciata senza far troppo scarto, con sopra un po’ di zucchero o caramellata e infilata in uno stuzzicadenti che si spezzava sempre, troppo pesante per reggere il peso.

Le mie scarpette di vernice nera col cinturino, pulite quotidianamente, lucide da togliere la vista, il nastro di raso rosso per le trecce
–Ti sta bene il rosso Matilde, mi piacerebbe vederti quando ti metterai un rossetto color corallo sulle labbra

la domenica mattina.
Le sei e già i suoi passetti leggeri riempiono la casa, si muove silenziosa e veloce per il pranzo della domenica, i tortelli d’erbetta, l’arrosto di vitello, i “cornetti” (fagiolini) lessi, la torta di tagliatelle
e poi i passi di mia madre
-Ma devi sempre alzarti così presto? va a finire che svegli tutti!!
per dir la verità “tutti” si sono svegliati solo alle sue parole dette con toni molto alti

Il circo!!! la sua passione, gli acrobati, i funamboli, la ballerina sul filo, la sua gioia infantile, il suo battere le mani frenetico alzandosi sulle punte dei piedi e la paura dei leoni manifestata dalle mani davanti agli occhi, che lasciavano però uno spazio per vedere quando la paura sarebbe potuta passare.

Il suo vestito di seta blu coi fiori dipinti a mano, la gonna ampia a godet che faceva la “ruota”
il mio sogno di bimba avere un vestito così per fare tante ruote, fino a quando la testa gira, gira e si cade spossati, ma felici e chiudendo gli occhi si vede il mondo danzare intorno a noi.

Il suo profumo di lavanda messo in ogni luogo, lo sento ancora, è il profumo della “ricordanza”.

“Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono”

sincronico movimento temporale
che disloca l’origine in un altrove

luogo e tempo dove lo spazio
lascia traccia ormai perduta
alla ricerca vana della verità

a passo di danza sorridendo
il nome avanza e diventa segno
dentro la casa abitata da fantasmi

la storia è una rete di fili colorati
di invii e rinvii, citazioni ironiche
di tracce passate mai al presente

“Stop all the clocks, cut off the telephone” **

**”Stop all the clocks, cut off the telephone”
“Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono”
W. H. Auden (Funeral Blues)

parlando di ritmo

un giorno ieri difficile, una notte passata al caldo! non riesco ad abituarsi all’aria condizionata! e un giorno oggi chissà. forse ancor più complicato come quando vieni assilita da mille pensieri, dai ricordi, e allora ti vengono in mente le cose piu’ strane a volte senza senso, senza capo nè coda
ascoltavo un disco di Joao Gilberto e all’improvviso mi è venuto da chiedermi, ma cosa è davvero il ritmo
una cosa è certa, il riflettere su questa parola ti costringe a pensare e a notare situazioni, impressioni o dettagli che altrimenti verrebbero tralasciati
non mi ero mai sorpresa a pensare più di tanto al ritmo delle cose e sorprendente è come “ritmo” possa essere associata a un’infinità di realtà (esisteva persino una macchina chiamata Ritmo, se non sbaglio) indubbiamente se chiedessi di parlare di ritmo ad un jazzista, ad un meditatore di Tantra o ad un meccanico Fiat, tutti avrebbero idee diverse
quando però mi sono seduta al computer pensando alle parole che io avrei potuto scrivere per racchiudere tutte quelle idee ho deciso di provare una freudiana libera associazione: tutto quello che mi venne in mente era: mare e musica
immagino di essere in riva al mare e di dover partire con una barca, il muoversi delle onde evoca il ritmo, credo che esso stia nell’avere una marea che non mi provochi il mar di mare e che non mi lasci immobile
la stessa cosa si dica per uno spartito musicale ( non ricorda l’ondularsi delle onde?)
ci sono direttori d’orchestra che dirigono diciamo un Bolero di Ravel in quattordici minuti ed altri che riescono a tirarlo a sedici minuti, la partitura è la stessa, e il tempo dato dall’autore è sempre quello penso, forse cambia l’orchestrazione, ma qualcosa mi fa pensare che forse è il ritmo più o meno accelerato
è solo trovando il ritmo giusto però che si evoca la magia, quindi direi che la differenza qualitativa che si trova tra il ristagnare e il mareggiare, tra il traballare e il vibrare, sia una forma di bilanciamento, e questa forse è il ritmo
nelle credenze orientali, sempre così citate di recente e “westernizzate”, la vita dell’uomo e la vita del mondo è costituita di cicli di Lune e da ripercussioni karmiche, ma poiché quel ciclo, che si definisce Samsara, non porta a nulla di buono nel mondo naturale, .l’uomo dovrebbe sottrarsi al corpo e raggiungere l’illuminazione
tutto questo non è però possibile se non si scopre il ritmo interno .ed il ritmo (negativo) che muove le cose intorno a noi
riemerge una chiaccherata con un amico di famiglia mentre si cenava a casa sua circa un anno fa, lui aveva appena traslocato fuori città, dopo la fine di un matrimonio di trenta anni e quello che disse era semplice ma mi sembrò assolutamente puntuale
diceva che nella vita, ci dovrebbero essere momenti per ‘fare’ e momenti per ‘sedimentare’ intendendo il guardare indietro trarre conclusioni e valutazioni e solo alla vigilia del suo sessantatreisimo compleanno realizzava che non aveva mai sfruttato il ritmo della propria vita che aveva sempre fatto tutto di corsa, che c’erano sempre nuove mete e alla fine ciò che gli era mancato era il fermarsi a gustare il passato, notando cose positive e negative….
mi viene in mente Kerouak, che ha saputo fare del ritmo, jazzistico, la chiave (e la geniale trovata) della propria prosa ed , in qualche modo, è riuscito e modellare la propria sintassi allo snodarsi della musica jazz, sfruttando stacchi, pause, temi, prese di fiato fra le varie frasi e se ci sono elementi che reggono il buon jazz, come quello di Ella Fitzgerald ola musica di Chet Baker o di Joao Gilberto uno è sicuramente il ritmo……

esule all’interno della parola

esule all’interno della parola,
sbircio dal buco delle lettere,
temo la rabbia del verso,
quando i suoi semi cadono
dietro le rovine della memoria

abbraccio il dolore versato nell’acqua di
una fonte
che dona al ghiaccio il bagliore del
cristallo
a indossare i veli di discorsi annegati in
mari essiccati

le nuvole erano fiume nel colore dei fogli,
non ci sono più muraglie a raccontare la
notte
svuotata della sua oscurità

corri qualunque stagione tu voglia
il petto spoglio dei tempi fuggenti

l’inaspettato…serendipity…e..e…e..

rileggevo giorni fa il testo di E.H. Gombrich “The Story of Art”, nella parte in cui parla del Parmigianino e dice:

“Parmigianino and all the artists of his time who deliberately sought to create something new and unexpected, even at the expense of the ‘natural’ beauty established by the great masters, were perhaps the first ‘modern’ artists”

che suona piu’ o meno così…

“il Parmigianino e quegli artisti del suo tempo che “intenzionalmente” hanno voluto creare qualcosa di nuovo e “unexpected” anche a discapito dei canoni della bellezza, stabiliti dai grandi maestri, sono forse i primi artisti dell’ “arte moderna”

e mi ritrovavo a pensare che questa piccola parola “inaspettato” ha assunto nel tempo e nello spazio un significato sempre maggiore.

i pittori come il Parmigianino o il Pontorno che per anni sono stati considerati “manieristi” in modo dispregiativo, proprio per aver incontrato sul loro cammino l’inaspettato sono stati riabiliatti e promossi all’onore di grandi maestri

nell’era del web 2.0 e oltre (3.0) la parola inaspettato si usa meno, adesso si usa serendipity, che a me personalmente non piace tantissimo, faccio persin fatica a pronunciarla, ma ha un signifcato molto vicino ad insaspettato

signifa cioè, durante una ricerca, scoprire in maniera causale o (dico io, meno causale) qualcosa di inatteso che non ha nulla a che fare con quanto si stava cercando

la parola in sè è stata introdotta dallo scrittore inglese Horace Walpole (1717-1797) in un suo libro per indicare la scoperta di qualcosa di inatteso che nulla aveva a che fare con quanto si cercava
ecco sul fatto che l’inatteso non abbia nulla a che fare con ciò che si cerca, io ho sempre nutrito dubbi, nel senso che,se io ricerco e mi apro a tutti i posssibli svipuppi della mia ricerca mi do molte possibilità in piu’ che se io rimasessi nel mio cercare legato ai parametri stretti della mia disciplina

Robert K. Merton, elabora una teoria sulla accidentalità delle scoperte scientifiche, io credo che se non avessi gli occhi aperti e il cuore rivolto al mutamento non saprei cogliere “quell’accidentale” che accade e che mi fa superare gli ostacoli

sicuramente il web 2.0 (3.0), e i blog e tutto quanto ruota attono al social network offrono la possibilità di trovare cose che non erano cercate, non solo notizie come il primo web, ma comunicazione, scambi spesso io intercetto altri blog e altri nick in maniera fortuita, come altri intercettano me, vuoi per similanza di interesse, vuoi per differenze , vuoi per curiosità, vuoi per l’abbondanza nell’uso del link

io ho scoperto l’inaspettato molto spesso in rete ,ma devo dire anche nella vita, è una delle cose che piu’ mi danno la carica, e accorgersene non è poi così difficile, basta non vestire “troppe maglie di lana”!!!!, non mettersi cioè una corazza nei confronti dell'”altro” da me…..