“Donne afghane in carcere a Kabul” le foto di Suzanne Plunkett

Zarghona e suo figlio Balal di sette mesi guardano dalla finestra della cella la prigione femminile di Kabul in Afghanistaan.

ieri sera leggendo un articolo del bellissimo blog di libri di Pina Bertoli , dedicato a Steve McCurry , un grande fotografo autore di quel bellissimo scatto di donna afghana che ha fatto il giro del mondo

mi sono ricordata che conservavo delle foto di donne afhane detenute nel carcere femminile di Kabul e fotografate da Suzanne Plunkett, fotogiornalista dell’Associated Press, New York che è diventata famosa l’11 settembre durante all’attacco alle torri gemelle perchè trovandosi lì per caso con la macchina fotografica fu la prima ad immortale quel terribile fatto
ma lei era da tempo sempre molto attenta a quanto avveniva nel mondo e questa serie di foto scattate nella prigione femminile di Kabul (Afghanistan), sono una testimonianza rara e fuori dagli schemi di un mondo femminile, dove nulla è mutato, anzi in prigione ci sono sempre le stesse donne e i loro figli, una realtà cruda e dura da digerire, ma la condizione della donna non si aiuta esportando la democrazia, perchè alla fine sempre quella è e sempre quella rimane..

Shekaba a sinistra nutre sua figlia Runiya di un mese , mentre Khairiya 17 anni siede a sinistra, ambedue analfabete!
Fahima . 13 anni spazza il cortile della prigione
Fauziya, al centro, parla con un visitatore attraverso un buco nella porta mentre la guardia carceraria Gulalai, a destra, guarda la prigione femminile
Shekaba fuma una sigaretta prima di nutrire la figlia Runiya di un mese
Sooniya, 5 anni, seconda da destra, e Zohra, 1, destra, dormono mentre Fahima, 13 anni, sinistra, tiene in braccio il bambino della sua compagna di cella
Zakiyah, a sinistra, fuma una sigaretta mentre lei e Shekaba, 24 anni, si riscaldano con una stufa elettrica
Sharifa, 20 anni, al centro, tiene in braccio la figlia di due mesi, Kareshma, mentre lei e le sue compagnie di cella parlano la sera prima di andare a letto
Le guardie carcerarie femminili se ne vanno dopo che il loro turno è terminato nella prigione femminile di Kabul a Kabul, in Afghanistan.

quando vidi queste fotografie mi venne l’idea di scrivere questo:

donna accucciata
nel disamore di sempre,
nella inutile speranza
di un giorno chiaro
memoria di una primavera
vissuta negli occhi
di un bimbo allattato al seno

vola il desiderio
oltrepassando il limitare
del cielo e del mare

tocca con dita leggere
la linea sfuggente
di un improbabile approdo

mescolando passione
e ritrosia, dolore
e paura, sorrisi e frustate
di un cuore sfilacciato e stanco.

(a tornare saltellando
sulla spiaggia dell’alba
ancora vorrei)

Emmanuel Radnitsky (Man Ray) o della luce

Emmanuel Radnitsky (Man Ray)
americano 1890 – 1976

un personaggio molto particolarem, fotografo, pittore, amante della letturatura e della poesia, amico di Duchamp. di Picabia, di Breton di Eluard, ha attraversato il movimento DADA e il SURREALISMO, rimanendo sempre fedele al suo modo così particolare di riprendere la realtà, sempre che di realtà si voglia parlare
il cambio del nome in Man Ray “uomo raggio” è significativo, è come una via aperta al raggio di “luce”, ovvero l’illuminazione come caratteristica primaria della sua opera
Il suo interesse-amore per la luce e per il mutare delle ombre in rapporto ai cambiamenti d’illuminazione (si era ai primi tempi dell’eletricità), è assolutamente evidennelle sue prime fotografie, sono oggetti comuni, ma sempre accompagnati dalle loro ombre spesso enormi, celebre fra queste La femme, è come se con Man Ray tornasse il mito della caverna di Platone
nasce a Filadelfia (Pennsylvania) da genitori ebrei russi con i quali parte, all’età di sette anni, per New York. Nella metropoli americana prendono residenza nel quartiere di Brooklyn. Al liceo, Emmanuel frequenta le lezioni di pittura e successivamente, appena diciannovenne, studia alla Scuola delle Belle Arti di New York, seguendo contemporaneamente corsi di disegno e di acquarello presso il Ferrer Center. A Ridgefield, nel New Jersey, dove vivrà per quattro anni, lavora come disegnatore pubblicitario. Tenta dunque, insieme al poeta Alfred Kreymborg, di fondare una comunità artistica. Incontra Alfred Stieglitz ed entra in contatto con l’avanguardia americana. La scoperta dei movimenti artistici europei avverrà nel 1913, dopo aver visto le opere di Marcel Duchamp e Francis Picabia all’Armory Show. Realizza quindi il suo primo quadro cubista: un ritratto di Alfred Stieglitz. Si sposa con la poetessa Adon Lacroix con la quale pubblica il libro A Book of Diverse Writings. La guerra in corso in Europa blocca il suo progetto di recarsi a Parigi.
A venticinque anni, Man Ray acquista una macchina fotografica per riprodurre i suoi quadri e fonda la prima rivista americana dadaista The Ridgefield Gazook: quattro pagine con sue illustrazioni e testi di sua moglie, Adon. E’ l’anno del suo incontro con Duchamp e della sua prima esposizione alla Daniel Gallery di New York. Nel 1919 si separa dalla moglie, pubblica l’unico numero di TNT, rivista di tendenza anarchica, e inizia una collaborazione fotografica e cinematografica con Marcel Duchamp. I due, insieme a Katherine Dreier, Henry Hudson e Andrei McLaren fondano la Société Anonyme, un museo d’arte d’avanguardia.
durante la quindicesima mostra annuale di fotografia, vince un premio per un ritratto di Berenice Abbott, allora scultrice e in seguito fotografa e sua assistente per tre anni. Il sodalizio con Marcel Duchamp è ormai consolidato e Man Ray lo raggiunge finalmente a Parigi dove incontra i dadaisti e fa la conoscenza di Jean Cocteau, Erik Satie e Kiki de Montparnasse.
Sono anni ricchi di attività artistiche: pubblicazione di libri, partecipazioni a decine di mostre personali e collettive, la realizzazione delle rayografie, di immagini di nudo, ritratti e fotografie di moda. Nel 1923 gira Retour à la raison, il primo di alcuni film (Anémic cinéma, Emak Bakia, L’Etoile de mer, Les Mystères du Chateau de dé). Nel 1929, Lee Miller diventa la sua assistente (e lo sarà fino al 1932).
L’invasione nazista del 1940 costringe Man Ray a lasciare la capitale francese alla volta di New York per stabilirsi successivamente a Hollywood, dove incontra Juliet Browner, sua futura moglie, e dove rimarrà per 11 anni prima di ritornare a Parigi.
Alla Biennale di Venezia del 1961 riceve la medaglia d’oro per la fotografia mentre nel 1971 gli saranno dedicate due retrospettive, a Rotterdam e a Milano (alla Galleria Schwarz), comprendenti 225 lavori realizzati tra il 1912 e il 1971.

E’ sempre rimasta dubbia l’opportunità di collocare Man Ray nell’ambito della fotografia, piuttosto che in quello dell’avanguardia dada, poiché fra i dadaisti era comune la rinuncia alle tecniche specificamente artistiche (legate al passato, di cui si voleva fare tabula rasa) per quelle moderne della produzione industriale, utilizzate anch’esse in maniera non convenzionale e creativa. A quel periodo risalgono, infatti, le cosiddette “Rayografie”,

chiamate ora comunemente “fotogrammi”, sono immagini nate in camera oscura senza l’ausilio di una macchina fotografica, grazie al processo chimico che la luce innesca sui materiali fotosensibili: il risultato è quello di un negativo degli oggetti opachi o traslucidi che sono stati appoggiati sulla carta.
Man Ray ne rivendica la paternità di “scoperta casuale”, ma la stessa tecnica è impiegata in quegli anni da Laszló Moholy-Nagy che, membro della Bauhaus, indaga le implicazioni gestaltiche di tali figurazioni. Bauhaus e Dada, del resto, partono da un’uguale idea di “universalità” dell’arte, alla quale possono concorrere le tecniche più disparate, arrivando tuttavia ad opposte istanze: di ricostruzione della società attraverso l’arte (dopo la prima guerra mondiale), l’una; l’altro di decostruzione d’ogni regola e convenzione borghese. Così le Rayografie, su questo sfondo culturale, acquistano un valore destabilizzante per le attese mimetiche ed iconiche, rispetto ad una tecnica ritenuta garanzia massima di realismo, e pongono le premesse ad un discorso critico sul linguaggio fotografico, che verrà affrontato esaustivamente molto tempo dopo da Ugo Mulas.
Resta il dubbio che per Man Ray non fossero altro che l’esito naturale della propria ricerca “pittorica” e luministica. Di certo egli ritiene la fotografia una liberazione dalla “fatica di riprodurre le proporzioni e l’anatomia dei soggetti”, che gli permette d’indagare con la pittura nell’immaginazione e nell’inconscio. E afferma:
“Io fotografo ciò che non voglio dipingere e dipingo ciò che non posso fotografare”.
Non lo interessa, dunque, per niente la competizione fra pittura e fotografia, che considera due campi totalmente distinti ed in certo qual modo complementari per la sua espressione. Continuerà, anzi, sempre ad operare in entrambi; si occuperà inoltre di scultura, cinema (sono sue le prime riprese del Ballet mécanique di Fernand Léger) e produrrà anche quei ready made “aiutati” (nati dall’accostamento di cose fra loro incongruenti, ma atte a generare un nuovo senso), che chiamerà “oggetti d’affezione”.
Nelle sue fotografie appariranno spesso tali assemblaggi, partecipi del nuovo clima surrealista, evocato da titoli fantasiosi che costituiscono una chiave di lettura letteraria (non letterale), e simbolica delle immagini. Questo gusto per lo scarto intellettuale e poetico provocato da un titolo inatteso, è tuttavia intimamente legato ai trascorsi dada di Man Ray ed alla sua polemica sulla convenzionalità dei segni linguistici (sono questi gli anni delle ricerche di Saussure): così ne La femme, foto di un frullatore

e la sua ombra, il valore dell’operazione è quello dada di un’alienazione di senso, tale che una sua seconda stampa può indifferentemente intitolarsi L’homme, accentuando i propri richiami alle concezioni “meccanico-sessuali” di Picabia, nonché alle teorie freudiane, che vogliono l’anima umana non univoca, ma portatrice in germe di caratteristiche dell’altro sesso

elsewhere and faraway (dell’ altrove)

la mano stringe gusci di selce fine
sollevati da refoli chetati qual piume
a ciglia sottili


allunga gli occhi piani il declivio silente
lungo le colline chiare della terra di Umm Qais
confini sono i capelli neri in trecce annodati
sul limitare bianco di un rosso tramonto


dalla terrazza del teatro sacro
ti vedo
ombra amata del desiderio di vita

alcuni famosi fotografi “gastronomici” di oggi

Francesco Tonelli

il più acclamato in questo momento è un italiano FRANCESCO TONELLI
è un food photographer, food stylist e chef italiano. Il suo portfolio include libri di cucina, fotografia di riviste, fotografia di ristoranti e progetti alimentari.
Tonelli ha lavorato con clienti come Chipotle, Coca-Cola e Pure Leaf. Il suo lavoro e il suo stile sono molto diversi. Ha un’ottima capacità di adattarsi allo stile dei suoi clienti.

famosissimo nel mondo americano, è il newyorkese DAVIDE LUCIANO, un Food Photographer di professione che ha fatto la sua fortuna realizzando interi progetti con uno stile unico in maniera gastronomica, i cui lavori sono a metà fra il mondo del cibo e quello della moda: le sue foto sono l’espressione maggiore del cibo inteso come fashion.


altro famosissimo è DANIEL KRIEGER, che dall’obiettivo della sua fotocamera fa entrare i nostri profili nelle migliori cucine del mondo, mostrando degli scatti che possiamo definire come a dir poco veriste, “al punto da farci sentire l’odore dei piatti messi in mostra ” così dicono i giornali di lui

per ultima MOWIE KAY famosissima in Inghilterra e quella che io preferisco, le sue foto sono con luce naturale . cosa rara in questo tipo di fotografie
Mowie è una fotografa gastronomica professionista con sede a Londra. Lavora nel settore da più di dieci anni. La sua fotografia di cibo include vari argomenti. Il lavoro di Mowie comprende libri, editoriali, packaging e pubblicità.
Tra i suoi clienti troviamo Harrods, Debenhams, Marks & Spencer, Tesco, KFC e Caffe Nero. I suoi lavori sono apparsi su Food & Travel Magazine e anche su Martha Stuart Living.

Milton Halberstadt: fotografo gastronomico!

Milton Halberstadt
americano 1919 – 2000

negli ultimi anni son venuti di moda i Food-blogger che hanno all’ interno dei loro blog sofisticate immagini di piatti che sembrano perfetti, e anche sono cambiati i libri di cucina che sono prima di tutto degli album fotografici, ma il fotografare il cibo viene da lontano verso la fine dell’800, ma lo si fotografava come fosse una natura morta, poi verso gli anni 1940/50 all’avvento della pubblività il cibo venne fotografato non solo nei libri di cucina, ma anche come prodotto commerciale. chi si occupava di fotografare o commercializzare cibo era chiamato “fotografo gastronomico”, ce ne futono tanti, qui parliamo di Milton Halberstadt che fu forse il più influente e anche il più richiesto dai produttori di cibo.

ha avuto un’illustre carriera nella fotografia artistica e commerciale che ha attraversato sette decenni e ha lasciato un corpo di lavoro che copre i generi dall’arte astratta alla fotografia commerciale. Milton Halberstadt, meglio noto come Hal, è nato a Boston, nel Massachusetts. Ha iniziato la sua carriera come fotografo lì nel 1936. Ha lavorato per Creative Photographers (1936-1937), Bachrach’s (1938-1939) e Garfield & Newcomb Studio acquisendo una vasta esperienza tecnica. Ad un certo punto durante questo periodo, ha fotografato le strade di Boston per la Works Progress Administration e Boston Housing. La sua creatività con la fotografia gli ha conferito una borsa di studio della Fondazione Rockefeller per la School of Design di Chicago nel 1940. Guidato da Laszlo Moholy-Nagy, un rinomato artista ungherese, Moholy divenne molto influente nella vita di M. Halberstadt. Durante i suoi anni a Chicago, ha assistito Moholy e Gyorgy Kepes nella stampa delle loro fotografie e nella fotografia del loro lavoro. Fu durante questo periodo che Halberstadt divenne un esperto nello sviluppo di fotografie. La seconda guerra mondiale interruppe questa carriera emergente. Nel 1943 si forma come navigatore. Era il navigatore di un bombardiere B-24, che ha volato 11 missioni sull’Europa centro-meridionale e sui Balcani. Colpito sulla Jugoslavia, Halberstadt, sebbene gravemente ferito, navigò in sicurezza con l’aereo fino a quando non atterrò in Italia. Per il suo valore, ha ricevuto la Distinguished Flying Cross delle forze armate per aver atterrato in sicurezza l’aereo e salvato le vite del pilota e di un altro aviatore. Dopo la seconda guerra mondiale, Halberstadt, con la sua famiglia, si trasferì a San Francisco, aprendo uno studio fotografico di grande formato, M. Halberstadt Illustration (1945-1973). In qualità di primo fotografo gastronomico della costa occidentale, ha cambiato il modo in cui il cibo veniva fotografato e utilizzato nella stampa. È stato definito brillante dai suoi colleghi che includevano Ansel Adams, Minor White, Imogen Cunningham, Dorothea Lange e Edward Weston. Durante i suoi 28 anni di attività, ha creato campagne per Del Monte Foods, Ralston Purina, Kaiser, Spice Island, Dole, Paul Masson Vineyards, Royal Viking Lines, Qantas and the Olive Advisory Board, Dairy Advisory Board e Beef Advisory Board. Lo studio aveva una cucina per la preparazione del cibo, camere oscure e un enorme “soppalco” per gli oggetti usati nella fotografia. Ha lavorato a lungo con Maggie Waldron, che sapeva abilmente modellare il cibo per creare le migliori fotografie possibili. Halberstadt ha insegnato in molti corsi di fotografia mentre aveva il suo studio a San Francisco e dopo averlo chiuso. Ha tenuto lezioni private negli Stati Uniti e in Canada. Ha insegnato sia con Ansel Adams a Yosemite che per la Ansel Adams Gallery. Dopo aver chiuso il suo studio nel 1973, ha continuato a insegnare all’Università della California, Berkeley, all’Università della California Santa Cruz, alla California State University, queste foto risalgono dal 1945 al 1073 e fanno parte della collezione che potete trovare sotto QUI

Elliot Erwitt o della tenerezza ed ironia

16bit drum scan made by Amanasalto in Dec 2013

Elliott Erwitt – Elio Romano Erwitz
fotografo americano 1928

se è vero che Erwitt è tra i fotografi che più di altri hanno saputo separare , e tenere separate, l’attività di ricerca personale da quella commerciale (“io sono il miglior cliente di me stesso!”), è altrettanto vero , per sua ammissione, che talvolta vi può essere una sovrapposizione, una committenza, magari anche ben retribuita, “che ti chiede di realizzare fotografie che tu avresti comunque scattato, solo per passione. Allora è il massimo”

dalle immagini del fotografo traspare anche il carattere dell’uomo-Erwitt, che è profondamente buono, Erwitt è un tenerone la sua tenerezza si riversa soprattutto sui cani e sui bambini. li ha fotografati entrambi dal giorno stesso in cui ha preso in mano una macchina fotografica; ai cani ha dedicato un libro intero “Dog Dogs”, cominciando proprio dal giorno stesso in cui scese da un autobus per mettere piede a New York

ma Erwitt ha anche uno spiccato senso dell’umorismo: una ironia affettuosa che si esprime nella battuta sempre pronta, tanto nella conversazione, come al momento di far scattare l’otturatore, e nel piacere del paradosso è un uomo che pensa in positivo, non è che chiuda gli occhi dinnanzi alla realtà : semplicemente la sua incrollabile avversione per ogni forma di violenza e sopraffazione si manifesta nella sua forografia, come nella vita stessa, con la riflessione eun invito alla riflessione

quel primo piano di Jacqueline Kennedy ai funerali del marito ha emozionato e commosso più della stessa sequenza dell’attentato che tutti hanno visto e rivisto in televisione

così come l’immagine dei due lavandini “white and colored”,

ben al di là del suo valore documentario sulla discriminazione razziale negli U.S., è diventata un simbolo, il simbolo potentissimo e straziante, di una qualunque ingiustizia nel mondo!

QUI potete trovare un simpatico viaggio attraverso la sua mostra -“Elliot Erwitt. Family”

Umm Qais: crocevia di Genti e di Problemi

questa è in assoluto il luogo che amo di più della Giordania! è un luogo senza tempo dove si incrociano paesi e civiltà dove il tramonto è unico e il cielo così terso che devi chiudere gli occhi, io ci vado spessissimo, e ho scelto le poche foto che ho fatto, di solito non faccio foto qui mi basta gustare quello che vedono i miei occhi! sono foto di due anni diversi il 2010 al tramonto e il 2015 il mattino . sono bruttine perchè io sono un pessimo fotografo, ma sono quello che ho!

Umm Qais, antica Gadara, città regina delle dodecapoli, è oggi un crocevia di genti fra loro opposte, un incrocio di spazi e di problemi.
dalle sue rovine è possibile vedere il lago di Tiberiade, in terra di Palestina, ora occupata da Israele; le colline del Golan in terra di Syria, e le colline che in lontanza segnano il limitare del Libano


luogo suggestivo e insieme di ricordi per molti popoli, è straordinario visitarlo la sera , come dicono da quelle parti “al magreb” quando il sole sta per tramontare, la luce è rarefatta e straordinariamente limpida, il cielo azzurro si incupisce lentamente e dalle colline affiorano rosa e arancioni, che via via diventano tramonto completo e subito buio.

Umm Qais o Qays (in arabo : أم قيس , letteralmente “Madre di Qais”) è una città nel nord della Giordania nota principalmente per la sua vicinanza alle rovine dell’antica Gadara . È la città più grande del dipartimento di Bani Kinanah e del governatorato di Irbid nell’estremo nord-ovest del paese, vicino ai confini della Giordania con Israele e Siria . Oggi il sito è diviso in tre aree principali: il sito archeologico (Gadara), il villaggio tradizionale (Umm Qais) e la città moderna di Umm Qais
Si è espansa dalle rovine dell’antica Gadara, che si trovano su un crinale a 378 metri sul livello del mare, che si affaccia sul Mar di Tiberiade , le alture del Golan e la gola del fiume Yarmouk . Strategicamente centrale e situato vicino a molteplici fonti d’acqua, Umm Qais ha storicamente attirato un alto livello di interesse.
Gadara era un centro della cultura greca nella regione durante i periodi ellenistico e romano


Il nome Gadara potrebbe aver significato “fortificazioni” o “città fortificata”, nel 63 ac , il generale romano Pompeo conquistò la regione, Gadara fu ricostruita e divenne membro della Decapoli romana semiautonoma
33 anni dopo Augusto la legò al regno ebraico del suo alleato, Erode . Dopo la morte del re Erode nel 4 ac, Gadara divenne parte della provincia romana della Siria
dopo la cristianizzazione dell’Impero Romano d’Oriente , Gadara mantenne il suo importante status regionale e divenne per molti anni la sede di un vescovo cristiano, le più antiche testimonianze archeologiche a Umm Qais, alcuni frammenti di ceramica trovati a Garada, risalgono alla seconda metà del III secolo a.C.

la battaglia di Yarmouk nel 636 a poca distanza da Gadara, portò l’intera regione sotto il dominio arabo-musulmano. Intorno al 747 la città fu in gran parte distrutta da un terremoto e fu abbandonata.
nel 1596 apparve nei registri fiscali ottomani denominati Mkis , situati nel nahiya (sottodistretto) di Bani Kinana, parte del Sanjak di Hawran, aveva 21 famiglie e 15 scapoli; tutti musulmani , oltre a 3 famiglie cristiane . Gli abitanti del villaggio pagavano un’aliquota d’imposta fissa del 25% sui prodotti agricoli; compresi grano, orzo, colture estive, alberi da frutto, capre e arnie. La tassa totale era di 8.500 akçe
Umm Qais vanta un imponente edificio del tardo periodo ottomano , la residenza del governatore ottomano conosciuta come Beit Rousan, “Rousan House”.

ci sono tante strade per arrivare, questa è la strada che passa attraverso una zona detta “di nessuno”, per usare questa strada bisogna farsi perquisire la macchina e se stessi e si viaggia a 10 metri dal filo spinato che delimita la zona israeliana.quella specie di gabbiotto che si vede è un posto di osservazione israeliano

Robert F Kennedy’s funeral train by Paul Fusco

oggi vorrei mostrarvi alcune foto che mi hanno davvero emozionato quando le ho viste la prima dopo che mi è stato regalato per un mio lontano compleanno il libro che le conteneva, sono state scattate da un grande fotografo, molto spesso sottovalutato che ha fotografato anche le conseguenze dell’incidente del 1986 nella centrale nucleare di Chernobylnuclear in Ucraina, ha raccolto anche immagini di sfortunati minatori di carbone nel Kentucky nel 1959, Cesar Chavez e i suoi lavoratori agricoli nel 1966, malati di AIDS a San Francisco nel 1993 e il funerale e le proteste che seguirono la morte di Alberta Spruill durante un pasticcio del raid della polizia ad Harlem nel 2003

Paul Fusco ha fotografato per la rivista Look le persone in lutto lungo la strada dal treno funebre del senatore Robert F.Kennedy nel 1968 ! delle migliaia di foto che ha scatatto ne fu pubblicata solo una, le altre rimasero “invendute” e come dice Fusco “nessuno le voleva, così le tenni per me” e ogni anno nell’anniversario della morte di Bob le offriva a varie riviste e giornali, senza alcuna risposta

Dopo la chiusura di Look  nel 1971, le fotografie finirono nella Library of Congress, in gran parte dimenticate, tranne che per Fusco fino a quando la rivista George, i cui fondatori includevano il nipote del senatore Kennedy John F. Kennedy Jr., ne pubblicò alcune per il 30 ° anniversario dell’assassinio. Per il 40 ° anniversario dell’assassinio, nel 2008, Lesley A. Martin della Aperture Foundation stava cercando di aggiornare quel libro e ha trovato più di 1.800 diapositive Kodachrome
Le foto sono state raccolte in un libro, “Paul Fusco: RFK”, con un’introduzione di Norman Mailer.
per il 50 ° anniversario, c’e stata una mostra al San Francisco Museum of Modern Art e sul The San Francisco Chronicle, Charles Desmarais guardando indietro, valutò ciò che Fusco aveva fatto quel giorno di giugno 1968.

“Non avrebbe considerato il suo progetto come arte concettuale, un termine coniato solo di recente e che un fotografo editoriale avrebbe rifiutato in quel giorno. Eppure la sua risposta istintiva a ciò che ha visto mentre il vagone del treno rallentava, città per città, ad ogni curva del binario, è stata quella di estrarre qualcosa di umano da una registrazione seriale quasi algoritmica.”

Fusco ha detto che la serie del treno funebre non era stata pianificata; il suo editore era stato vago nell’assegnare l’incarico.
“Mi ha detto, ‘C’è un treno, sali su’“, ha detto il signor Fusco a Publishers Weekly nel 2008. “Nessuna istruzione“.
Salì sul treno mentre partiva da New York dopo il funerale del senatore, ma per lo più stava pensando alla sepoltura al cimitero nazionale di Arlington in Virginia che doveva seguire all’arrivo del treno a Washington.

“Tutto quello a cui stavo pensando era come ottenere l’accesso quando fossimo arrivati ​​ad Arlington”, ha detto. “Poi, quando il treno è emerso da sotto l’Hudson, e ho visto centinaia di persone sul binario che guardavano il treno che passava lentamente, è andato molto lentamente. Ho aperto la finestra e ho iniziato a sparare “.

Durante il viaggio di otto ore ha catturato immagini di tutti i tipi di americani, in piedi sui tetti, sventolando bandiere, chinando la testa.
Alcune delle immagini, scattate da un treno in movimento, sono comprensibilmente sfocate.

“Il movimento che appare in molte fotografie, per me, ha enfatizzato la disgregazione del mondo”, ha detto Fusco al New York Times nel 2008, “la rottura di una società, emotivamente”.

la morte di Bob Kennedy aveva davvero impressionato tutta l’America, oserei dire forse più di quella del fratello, era come se gli US si fossere uniti senza divisioni di classe, di colore o religione in un abbraccio fortissimo a LUI

memories: Rifugio Lagoni (Laghi Gemini), Lago Scuro, Lago Bicchiere

noi siamo 4 fratelli, tre sorelle e un fratello e quando eravamo piccoli mio padre, un grande camminatore, ci portava spesso a fare un giro abbastana lungo, ma sempre pieno di sorprese! Si partiva in macchina (una vecchia 1100 nera) da Parma e si arrivava al Rifugio Lagoni che sorge sulla riva dei Laghi Gemini dove si lasciava la macchina e poi a piedi zaini in spalla fino al lago Bicchiere dove di solito si mangiava al sacco

vi si arriva in auto da Corniglio, continuando per Lagdei e seguendo, con molta calma, una lunga strada sterrata, non molto diversa dalle antiche vie che si percorrevano a cavallo o in carrozza, provenendo da Est, da Monchio delle Corti, la strada si fa addirittura avventurosa, perdendosi in chilometri di tornanti sterrati e serpeggianti tra immense foreste dove la fanno da padroni una infinità di faggi ed in autunno le spettalo è fiabesco coi colori delle foglie dei faggi stessi dove brillano i rossi più strani
il paesaggio che si apre presso il rifugio è così insolito da far credere di essere in qualche vallata della Scozia o della Scandinavia piuttosto che non lontano da Parma: di fronte al rifugio un grande lago di origine glaciale si insinua ai piedi delle montagne che svettano più sopra, a volte con morbidi crinali e a volte impennandosi in creste rocciose, questo è il primo e il più grande dei due laghi Gemini ma anche conosciuti come Lagoni, che danno il nome al rifugio.


essi infatti sono due laghi gemelli di origine glaciale posti sul fondo del selvaggio vallone del rio omonimo, tra il Monte Scala e la Rocca Pumacioletto. Il lago inferiore (1340 m) è sbarrato a valle da un piccolo muretto in pietre, costruito per farci passare la strada sterrata. Ha forma quasi rettangolare, lungo e stretto. La profondità al centro è di 7,4 m, mentre l’estensione è di 32500 mq. Il lago superiore (1357 m), raggiungibile dall’inferiore in pochi minuti, ha una forma più tozza e circolare, ed è leggermente più ampio, raggiungendo 35700 mq di estensione. È meno profondo (5 m) e presenta nei pressi dell’immissario una piccola zona popolata da piante palustri
dal Rifugio Lagoni (situato a quota 1329 metri), a piedi per raggiungere il lago Scuro si deve imboccare il sentiero 711 che parte dalla riva destra del Lago Gemio Inferiore, il sentiero sale nella faggeta sino ad un bivio, svoltando a destra ci si immette nel sentiero 715 percorrendo il quale si giunge in pochi minuti al Lago Scuro


il lago, situato a 1.527 metri d’altitudine, si trova nella parte occidentale del Parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano e fa parte anche del Parco regionale dei Cento Laghi, per dirla come gli esperti è collocato in un circolo glaciale dominato poco più a sud dal monte Scala (1717 m s.l.m), che divide la vallata dei Lagoni da quella di Badignana, entrambe comprese all’interno del parmense
di origine mista in parte morenica e in parte di esarazione, si estende su di una lunghezza massima di 130 m con una larghezza che raggiunge i 100 m, il lago non possiede immissari ed è quindi alimentato soltanto dall’apporto di acque sotterranee; ciò causa una variazione consistente delle dimensioni del lago stesso per cui capita non di rado che il livello delle acque sia inferiore a quello dell’inizio dell’emissario, denominato rio lago Scuro, che risulta dunque essere in secca per lunghi periodi
vi abitano dei piccoli crostacei e non vi erano pesci quando io ero bambina, mentre recentemente sono state rinvenute nelle acque del lago delle trote fario molto probabilmente immesse dall’uomo
da qui, oltrepassando i i segnavia a destra per il Monte Scala si gira bruscamente a sinistra superando alcune radure ed entrando nella faggeta. Il sentiero sale con alcuni tornanti tra faggi e piccole radure panoramiche fino a sbucare in una piccola conca dove si trova un cartello indicatore. Si prosegue tra le praterie di quota cosparse di rocce affioranti, salendo a destra con due ampi tornanti fino al Passo di Fugicchia (1667 m), aerea sella che divide il Monte Scala dal Monte Matto; qui giunge da destra il sentiero proveniente dalle Capanne di Badignana. Si piega a sinistra lungo la cresta erbosa percorsa dal sentiero 717, che poco dopo si sposta sul versante sinistro e sale in diagonale tra erba e brughiere a mirtillo fino al piccolo Lago Bicchiere (1725 m).


è un minuscolo specchio d’acqua di origine glaciale posto nella valletta del Torrente Parma dei Lagoni, circa 100 metri sotto il crinale spartiacque dell’Appennino Tosco-Emiliano.
giace in una piccola conca sospesa, dalla forma di ovale allungato, posta sul versante nord-ovest del Monte Matto (1837 m) tra ampie distese ad erba e mirtillo. Il fondale del lago è fangoso cosparso di massi affioranti di arenaria macigno, la roccia che forma le montagne più alte di questo tratto di Appennino.
essendo assenti immissari ed emissario, e avendo il lago un bacino imbrifero molto piccolo, il livello dell’acqua dipende molto dalle precipitazioni atmosferiche. Quindi lo specchio d’acqua presenta variazioni di livello tra le varie stagioni, e nelle estati più secche si può trasformare in una pozzanghera. Per lo stesso motivo, però, il Lago Bicchiere è preservato da fenomeni di interramento.
sono assenti insediamenti di vegetazione palustre, mentre la fauna è costituita soprattutto da anfibi (rane e tritoni).
ed è qui che si mangiava, e confesso che io mi toglievo le scarpe! non sopportavo mai quelle grosse scarpe da montagna! la colazione erano dei pannini che preparava la nonna Colomba con tonno e pomodori o uova sode e cetrioli , ne sento ancora il sapore il bocca, il pane era quello fatto in casa con le fette grosse e spesse e poi la torta quella delle tagliatelle che era la torta della domenica! a me piaceva in particolare andarci in aututto, non ho mai più visto colori simili nelle foglie i faggi in questo sono pittori straordinari!
il paesaggio era piuttosto brullo rispetto al lago Scuro o ai Lagoni, ma per noi bimbi era come essere arrivati in capo al mondo, e di faceva il gioco del gerlo e chi vinceva poteva avere doppia razione di gelato appena tornati a casa! erano tempi magnifici perchè c’eravamo tutti e 4 e siamo sempre stati legati i nostri figli si considerano fratelli e non cugini e sono davvero una Banda! mio fratello ci ha lasciato troppo presto e il suo posto l’hanno preso i suoi
figli!

memories: il vento caldo

la roccia dei desideri

il sole non vuole tramontare continua a far capolino dietro le rocce rosse del Wadi Rum come volesse allungare il piacere della sua luce gialla,violetta rosa, in un cielo blu scuro quasi notturno
si sentono le grida dei bambini che giocano a gettare piccoli sassi il piu’ lontano possibile in una mare di sabbia
il suono dell’Hud irrompe come sempre forte e magico dalle mani di Abu Adel, le note melanconiche ripetute in una nenia ricorsiva, ma mai monotona dalle variazioni cangianti come i colori iridiscenti di quell’incerto tramonto
..”sarà una notte di vento caldo…” mi dice Om Shaher porgendomi la millesima tazza di te

” Domani se sei fortunata potrai vedere il grande uccello, arriva sempre dopo il vento caldo…”
alla fine anche il sole è riuscito a tramontare , ma non si sente il freddo..che subito ti assale all’arrivo della notte, una brezza tiepida si insinua sotto gli abiti ampi e li gonfia come felice di percorrere corpi
corro veloce verso la roccia che io chiamo dei desideri, senza il giallo del sole è di un viola cupo e denso e anche gli esili cespugli abbarbicati sulla sua cima si muovono al ritmo della tiepida brezza
mi siedo accoccolata come ho imparato da tempo e aspetto l’arrivo del vento caldo, ho portato con me una vecchia hatta per coprire gli occhi dalla sabbia che si alzerà violenta e insistente

ed eccolo arriva, si vedono nel chiaro scuro della luce notturna i primi mulinelli di sabbia sollevati dalle ventate prepotenti, si avvicina …e una grande emozione si impossessa di me
essere avvolta da quel calore e dai piccoli granelli di sabbia è una esperienza difficile da descrivere
mi avvolgo nell’Hatta, soltato un angolo degli occhi è scoperto per non perdere questo spettacolo
la sabbia si alza leggera, vortica mollemente nell’aria e si adagia sulle mie vesti, sul mio capo
il caldo ormai è quasi insopportabile, provo un desiderio indicibile di liberarmi degli abiti,del caftan e di correre incontro a quella pisoggia rossa e rotolarmi fra le piccole dune che si sono formate
e all’improvviso tutto si ferma. tutto è silenzio, resta soltanto la polvere, il tepore e la speranza di vedere domani il grande uccello

vi lascio una rara regisione della famosa Johnny Guitar riletta e suonata da uno dei più grandi suonatori di Ud o Oud o Hud: Munir Bashir che è anche un grande amico!